Uno spazio per raccontare il Libano in modo nuovo. Una mostra ci prova a Milano
Circolo ospita una collettiva in cui artisti libanesi di diverse generazioni si incontrano e dialogano a partire dalla storia della loro nazione, presentando visioni alternative rispetto a quelle a cui siamo abituati
Le hanno appena chiesto se sia difficile lavorare in Libano in questo periodo, tra bombardamenti e gente sfollata che passa sotto casa in massa: “È difficile, perché quando dipingo cerco di disconnettermi dal mondo e seguire un mio flusso, ma non è facile disconnettersi con il rumore dei missili. A volte ci riesco, a volte no”. È Soraya Salwan Hammoud, l’artista più giovane tra quelli e quelle della mostra Shifting Crossroads | Beirut Contemporary da CIRCOLO. Mostra-bandiera di chi sostiene che “il personale è politico”, senza ideologizzare il Libano contemporaneo lo racconta grazie a sguardi che non possono, però, prescindere da ciò che il Libano è. E il Libano oggi è una zona di guerra, ma anche – come ogni zona di guerra, benché da fuori non ce ne accorgiamo mai abbastanza – spazio di affetti, memorie, interrogativi e sogni.

Beirut secondo gli artisti libanesi in mostra da Circolo
La capitale del paese è dichiaratamente protagonista fin dal titolo della mostra e negli sguardi degli artisti libanesi continua a essere quel che storicamente – fin dai tempi dell’Impero Romano – è sempre stata: un crocevia culturale. Lo statuto polimorfo di Beirut, dove scambi e scomposizioni e ricomposizioni sono fondanti, si riflette nelle possibilità espressive degli artisti che la interrogano e che, con lei, interrogano loro stessi, unendo il discorso sull’identità socioculturale e quella individuale.
La mostra “Shifting Crossroads | Beirut Contemporary”
L’idea della mostra è venuta dopo che CIRCOLO ne aveva dedicata una ad artisti milanesi passati dall’Accademia di Brera. Per unire le anime meneghina e libanese della Saikalis Bay Foundation – che presso CIRCOLO ha la propria sede – sono stati, così, chiamati artisti che potessero dare uno sguardo su Beirut e dintorni dall’interno: Catherine Cattaruzza, Simone Fattal, Joana Hadjithomas & Khalil Joreige, Mona Hatoum, Lamia Joreige, Omar Mismar, Rabih Mroué, Stéphanie Saadé, Soraya Salwan Hammoud e Akram Zaatari.
L’incertezza è il cardine della mostra di Circolo
Dedicate alle vicende storiche che hanno portato alla caduta dell’Impero Ottomano e alla nascita del Libano come nazione, le opere-archivio di Lamia Joreige si riuniscono nella serie Uncertain Times (2021-2022). L’incertezza è il carattere dominante nella mostra, e assume di volta in volta toni più cupi, come mancanza di sicurezze, o più speranzosi, come fonte di possibilità.
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I grandi nomi dell’arte libanese contemporanea
Forme in divenire – felicemente incerte nel loro essere ataviche e insieme non ancora definite – sono quelle di Simone Fattal. Nel loro anonimato, Woman (2011) e Standing Man (2012) universalizzano questo stato di incertezza attiva che trova forza nella terra, nell’emersione verticale delle opere a partire dall’argilla. Sono due monumenti intimi nati per essere tali e proprio grazie a questo “giocano”, per contrasto, con Witness (2009) di Mona Hatoum. È una scultura di un bianco assoluto, purissimo che riduce la scala del monumento della Piazza dei Martiri di Beirut accentuando le crivellature delle pallottole sulla statua. Si trasla, così, un emblema nazionale in una dimensione intima e privata, trasportabile, secondo quello schema per cui il personale è sempre politico.
Il Libano come corpo vivo
Oltre che nell’argilla lavorata da Simone Fattal, la materia fisica del Libano ritorna in vario modo nella mostra, che non si concentra, quindi, cioè, solo sugli aspetti storici e politici (e in questo umani), ma non può prescindere dal luogo in sé (che esiste a prescindere da noi). Una selezione dei 18 pannelli che compongono I am Folding the Land (2022) di Catherine Cattaruzza restituisce visivamente il paesaggio libanese seguendo la faglia geologica che attraversa il paese, lasciando che sia esso stesso a parlare di instabilità e scossoni. E lo stesso è vero nell’opera di Soraya Salwan Hammoud – l’artista che tra bombe, missili e droni cerca, comunque, di disconnettersi e dipingere. In Progenesis of Oil (2025) materiali organici e timbri ottenuti tagliando la roccia danno vita, sulla parete ricoperta di fogli sparsi, a un puzzle aperto che riconfigura la materia, che non è neutrale e inerte, ma in sé portatrice di un vissuto che si integra con quello dell’artista.
Vittoria Caprotti
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