Riapre a Milano la galleria internazionale che mette in dialogo artisti contemporanei e maestri della storia dell’arte. L’intervista

La storia dello spazio espositivo Octagon che usa l’arte del passato per leggere il presente celebrando il ritorno a Milano con una mostra su Redon

Dopo anni di progetti nomadi tra Parigi e Atene, il 15 aprile 2026, in piena Art Week, l’artist-run space Octagon trova casa a Milano in Via Maroncelli 12, e lo fa con una mostra sul maestro del simbolismo francese e precursore del surrealismo Odilon Redon (Bordeaux 1840 – Parigi 1916). Con l’occasione della riapertura intervistiamo l’artista e fondatore di Octagon Jacopo Mazzetti ripercorrendo la storia dello spazio che ha fatto del dialogo tra epoche la sua firma.

A Milano arriva lo spazio indipendente Octagon. Intervista a Jacopo Mazzetti

Come è nata Octagon e a quale linea di ricerca si ispira?
Octagon nasce il primo marzo 2018, nel giorno del centocinquantesimo anniversario della nascita di Adolfo Wildt. Per l’occasione abbiamo presentato una litografia di una sua deposizione. In realtà, doveva esserci anche un raro calco in gesso di una medaglia per il piano regolatore di Milano. Un portinaio l’aveva ritrovato in una soffitta ma, dopo averci dato disponibilità per il prestito, è sparito nel nulla ed è rimasta solo una fotografia. La prima mostra, intitolata “Mi piacerebbe battermi con gli uomini merda / Unos a otros”, ha poi inaugurato il 31 marzo 2018. Il progetto espositivo si componeva di una performance di Alessandro Agudio e Andrea Romano e di un’acquaforte di Francisco Goya dalla serie “I Capricci”. Ci interessava indagare le strategie politiche della manipolazione. Questo inizio già conteneva la nostra linea di ricerca: progetti che intrecciano narrazioni storiche e prospettive contemporanee, ponendo un focus sul dialogo intergenerazionale.

Come si differenzia nel panorama espositivo milanese?
Octagon è una piattaforma curatoriale con un respiro internazionale, ma che mantiene il calore e l’intimità della casa di un artista. Nel panorama milanese siamo un artist-run space che si dedica a rivisitazioni storiche, con il desiderio di dare anche spazio a figure spesso marginalizzate o ignorate dal sistema di mercato.

Qual è stata la storia di Octagon negli anni? Ci sono stati momenti particolarmente salienti, con collaborazioni di nota?
È stata un’avventura fatta anche di viaggi e progetti nomadi. Tra il 2022 e il 2025, per esempio, ho deciso di chiudere temporaneamente lo spazio di Milano per sviluppare una serie di collaborazioni all’estero: a Parigi con Fitzpatrick Gallery e ad Atene con The Breeders. Se devo pensare a un momento a cui tengo particolarmente, mi viene in mente il progetto con Eduardo Paolozzi e Genesis P-Orridge nato durante l’emergenza Covid: “Fortunes guide to government contracts / Prayers for pandrogeny and breaking sex”. Una mostra sulla connessione fra politica e sessualità, che rifletteva su temi delicati come necropolitica, forme di controllo sociale e nuove forme di schiavitù psichica e fisica.

A Milano rinasce Octagon lo spazio che racconta il passato per parlare di contemporaneo

Come mai Octagon Milano riapre proprio adesso?
Penso alle discontinuità e ai silenzi come a delle pause musicali: momenti di latenza fisiologici e necessari all’accumulazione di nuovo potenziale espressivo. Riapriamo perché sto tornando a gravitare su Milano con maggiore continuità e anche grazie al supporto di Ratio Artis, una piattaforma con base a Venezia dedicata alla curatela, alla produzione e al sostegno di progetti artistici.

Come parlano le esposizioni di Octagon al pubblico di oggi?
Parlano connettendo diverse temporalità per comprendere le complessità del presente. Un progetto che racconta bene questo approccio è la mostra del 2021 con Massimo Grimaldi e Gustav Doré, allestita anch’essa nei mesi di isolamento della zona rossa e dedicata alla natura del male. “L’enfer”, olio su tela di Gustav Doré del 1863, mostra il Diavolo al culmine del suo delirio di onnipotenza, armato e circondato da vapori e anime dannate. Contrapposta a questa monumentalità biblica, “Divide” è una poesia dell’amico Massimo Grimaldi che trasmette una visione tenera di miseria con una dolcezza e una compassione disarmanti.

Cosa ci aspettiamo da Octagon per il 2026? Quali temi saranno sviluppati quest’anno?
Per il 2026 esploreremo le convergenze tra memoria archivistica, pratiche biopolitiche, metafisiche e l’estetica della transizione permanente. Continueremo a lavorare sulla stratificazione di epoche storiche, riscoprendo figure del passato che magari sono state lette in modo riduttivo, inserendole in formati espositivi nuovi. Il prossimo progetto off-site sarà una grande presentazione monografica che inaugurerà in giugno a Basilea.

Cristina Carriere

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