Alla Biennale di Venezia il Padiglione dell’Armenia si trasforma in bottega d’artista: le opere nascono di fronte al pubblico

“The Studio” è il progetto dello scultore armeno Zadik Zadikian, che per i sei mesi della Biennale lavorerà con suo figlio e gli assistenti di bottega alla creazione di opere che nascono dalla stretta relazione tra processo creativo e artigianato. A partire dalla forma più elementare: il mattone

Nella densità di progetti e appuntamenti con l’arte che animeranno la Venezia della Biennale 2026, il pubblico avrà anche l’opportunità di entrare in uno studio d’artista in piena attività. O meglio, nella sua esatta riproposizione, all’interno del Padiglione nazionale dell’Armenia, alla Tesa 41 dell’Arsenale (con accesso da Fondamenta Nuove). 

The Studio. Il progetto del Padiglione dell’Armenia alla Biennale Arte 2026

Nello spirito del tema dato da Koyo Kouoh alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte – In Minor Keys – il progetto The Studio trasformerà il padiglione armeno in una fucina creativa che evidenzia il legame profondo tra arte e artigianato, pensiero e saper fare, mettendo “in scena” un laboratorio di scultura artigianale. Che sarà operativo per tutta la durata della Biennale, inaugurando già il 6 maggio (fino alla chiusura del 22 novembre). “Nulla è definitivo. L’opera è il processo stesso del fare”. È questa la chiave di lettura che ha ispirato il progetto dell’artista Zadik Zadikian, curato dal gallerista Tony Shafrazi e dalla curatrice Tina Chakarian

Una bottega d’artista in attività alla Biennale di Venezia

Lo Studio veneziano di Zadikian funzionerà a pieno ritmo fondendo, assemblando e plasmando la materia, a partire dalle tecniche tradizionali armene di lavorazione del gesso. Tutto partendo dall’unità di costruzione più semplice: il mattone (o il blocco elementare), costantemente reinventato per dare vita a forme più articolate, e in continua trasformazione, che però lascino sempre emergere l’essenza. All’Arsenale, l’artista sarà affiancato da suo figlio Aram e da alcuni assistenti di bottega, restituendo l’idea del lavoro meticoloso e ripetuto e della ricerca che stanno dietro all’ideazione e alla creazione dell’opera, che in questo contesto non si presenta più unicamente come immagine, simbolo o rappresentazione, ma esiste in quanto fatto tangibile, frutto del bilanciamento di diverse esigenze funzionali, oltre che artistiche. Ecco perché nel progetto che alimenta il padiglione armeno lo studio prende il centro della scena, e la formazione dell’opera viene testimoniata nel suo divenire. L’opera, spiegano i curatori del progetto, “è la continua esplorazione delle possibilità”. L’insieme delle decisioni prese nelle giornate di lavoro in studio.

Chi è Zadik Zadikian e come intende l’opera d’arte

Nato nel 1948 a Yerevan, all’epoca parte dell’Armenia sovietica, Zadikian fuggì dal suo Paese quando aveva appena 19 anni, riuscendo dopo diverse peripezie a raggiungere gli Stati Uniti, dove incontrò lo scultore italo-americano Beniamino Bufano, di cui fu apprendista a San Francisco, alle prese con lavori di dimensioni monumentali. Più tardi, nel 1974, trasferitosi a New York avrebbe stretto amicizia con Richard Serra, collaborando alla realizzazione dei suoi disegni a pastello nero su muro. Il suo lavoro si è sempre concentrato su materiali e proporzioni, e l’uso dell’oro, diventato dominante a un certo punto della sua carriera, non è mai stato relegato alla dimensione decorativa, assumendo piuttosto un peso materiale e ontologico.
Lo studio, per Zadikian, è al tempo stesso laboratorio, fabbrica e bottega: uno spazio di costante produzione, invenzione e reinvenzione. Un luogo di infinite possibilità, dove l’arte non è solo ciò che viene creato, ma anche il processo creativo e come viene interpretato.

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Redazione

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