Una recensione in fieri di una mostra in fieri a Venezia 

Quella che sembra una mostra personale di Jason Dodge, alla Barbati Gallery di Venezia, è in realtà solo il primo atto di una collettiva che si costruirà nel corso delle settimane. Proprio come questa recensione

Scrivere una recensione completa della nuova mostra di Barbati Gallery a Venezia prima della sua chiusura è impossibile. Con un titolo talmente lungo da scoraggiare persino il tentativo di riportarlo, e con la cura di Luca Lo Pinto, l’esposizione – per ora – si configura come una mostra personale dell’artista statunitense Jason Dodge (Newtown, 1969), a cui nelle prossime settimane si aggiungeranno le opere degli artisti Merry Alpern, Yvo Cho, Keta Gavvasheli, Megan Plunkett e Felice Tosalli. Per rispondere a questa impossibilità, abbiamo scelto di scrivere una recensione altrettanto in progress, che si adatti ai ritmi e alle sfide della mostra stessa, di settimana in settimana.  

Jason Dodge con Yvo Cho, Keta Gavasheli, Megan Plunkett, Merry Alpern, Felice Tosalli, a cura di Luca Lo Pinto, installation view a Barbati Gallery, Venezia, 2026 © Nicola Morittu
Jason Dodge con Yvo Cho, Keta Gavasheli, Megan Plunkett, Merry Alpern, Felice Tosalli, a cura di Luca Lo Pinto, installation view a Barbati Gallery, Venezia, 2026 © Nicola Morittu

Una mostra in progress da Barbati Gallery a Venezia 

È proprio il suo essere in continua produzione a costituire la prima particolarità di questa mostra, sebbene non di certo una novità assoluta: proprio a Venezia, tra ottobre e novembre 2025, lo spazio indipendente terzospazio aveva ospitato la mostra Steel Toe Acts, una bipersonale di Mattia Bertolo e rob van de berg che si sviluppava in tre atti, secondo l’allegoria del cantiere. Senza scomodare precedenti ormai canonici di mostre fondate sul processo continuo, come Live in Your Head: When Attitudes Become Form (curata da Harald Szeeman nel 1969 alla Kunsthalle Bern). Portare questo tipo di approccio all’interno di uno spazio commerciale è tuttavia sicuramente interessante, oltre ad avanzare una teoria della relazione già in parte storicizzata, ma sempre più diffusa nelle mostre d’arte contemporanea: la mostra personale si nutre di costellazioni affettive e/o collaborative, com’era già successo – sempre senza abbandonare calli e campi, ponti e canali – a Palazzo Grassi con la mostra di Julie Mehretu nel 2024 e alla Nicoletta Fiorucci Foundation con quella di Tolia Astakhishvili nel 2025.  

Jason Dodge con Yvo Cho, Keta Gavasheli, Megan Plunkett, Merry Alpern, Felice Tosalli, a cura di Luca Lo Pinto, installation view a Barbati Gallery, Venezia, 2026 © Nicola Morittu
Jason Dodge con Yvo Cho, Keta Gavasheli, Megan Plunkett, Merry Alpern, Felice Tosalli, a cura di Luca Lo Pinto, installation view a Barbati Gallery, Venezia, 2026 © Nicola Morittu

Gli interventi di Jason Dodge da Barbati Gallery a Venezia 

L’operazione comincia già dal piano terra di Palazzo Lezze, che in Campo Santo Stefano ospita la galleria di Michele Barbati: una distesa di piume e altri elementi naturali e artificiali occupa tutto lo spazio, creando un nido diffuso ma disabitato, forse abbandonato. Nelle stanze al piano superiore, una serie di lavori che più precisamente potremmo definire delicate ingerenze sullo spazio: luci intermittenti, teli di plastica sul pavimento che modificano il percorso – e quindi il comportamento – del visitatore, piume inserite nelle prese della corrente, grandi colate bianche che macchiano i pavimenti storici. Interventi che chiedono allo spettatore di trovare un senso, lavori di matrice concettuale che, al cospetto di un concetto assente (o quantomeno estremamente latente), fanno il giro. E si lasciano leggere da una prospettiva che del concettuale conserva – paradossalmente – solo il dato di una formalizzazione essenziale, che gioca da un lato sul riconoscimento percettivo di questo linguaggio, e dall’altro sul disorientamento provocato dall’assenza di un concetto atteso. Una modalità che, seppur largamente indagata dall’arte contemporanea degli ultimi decenni, sembra oggi star trovando un certo interesse nell’ambito espositivo sul nostro territorio – come emerge, nel bene e nel male, anche dalla mostra di Michael E. Smith nei sotterranei di Palazzo Bentivoglio a Bologna.  
Le opere di Dodge, poi, si dispongono al confronto con quelle in arrivo: ben più che intromissioni o aggiunte, i lavori di Alpern, Cho, Gavvasheli, Plunkett e Tosalli sono presenze in potenza, già segnalate dai chiodi su cui verranno appese, dagli spazi che andranno ad occupare. 

Alberto Villa 

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Alberto Villa

Alberto Villa

Nato in provincia di Milano sul finire del 2000, è critico e curatore indipendente. Si laurea in Economia e Management per l'Arte all'Università Bocconi con una tesi sulle produzioni in vetro di Josef Albers (relatore Marco De Michelis) e attualmente…

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