Dopo il ritiro del Sudafrica dalla Biennale 2026 l’artista Gabrielle Goliath insiste e presenta a Venezia la sua mostra indipendente
La vicenda ha rapidamente assunto i contorni di un caso politico-culturale internazionale, riaccendendo il dibattito sulla libertà artistica all’interno dei padiglioni nazionali della Biennale
L’artista sudafricana Gabrielle Goliath presenterà a Venezia una mostra indipendente del suo progetto performativo Elegy, dopo che il Padiglione del Sudafrica ha ritirato la sua partecipazione ufficiale alla rassegna. La vicenda ha rapidamente assunto i contorni di un caso politico-culturale internazionale, riaccendendo il dibattito sulla libertà artistica all’interno dei padiglioni nazionali della Biennale.
Il caso del Padiglione Sudafricano alla Biennale di Venezia 2026
Il progetto che Goliath stava preparando per Venezia affrontava una serie di violenze storiche e contemporanee che attraversano contesti diversi ma connessi: le uccisioni di donne e persone queer in Sudafrica, il genocidio delle popolazioni namibiane perpetrato dalle forze coloniali tedesche all’inizio del Novecento e, in una sezione specifica, la violenza in corso a Gaza. Proprio quest’ultimo riferimento avrebbe provocato l’intervento del ministro sudafricano della Cultura Gayton McKenzie, che a fine dicembre avrebbe chiesto formalmente di modificare l’opera. Secondo il ministro, il lavoro risultava “altamente divisivo”, poiché legato a un conflitto internazionale ancora in corso e, dunque, polarizzante. Nel progetto era prevista anche la presenza di testi della poetessa palestinese Heba Abu Nada, uccisa in un bombardamento israeliano a Gaza nell’ottobre 2023. E di fronte al rifiuto dell’artista di modificare il lavoro, la partecipazione di Goliath è stata cancellata. Il ricorso legale presentato dall’artista è stato respinto e il Dipartimento per la Cultura sudafricano ha successivamente fatto sapere di essere pronto persino a non partecipare alla Biennale, lasciando il padiglione nazionale vuoto.
La mostra indipendente di Gabrielle Goliath fuori dalla Biennale di Venezia 2026
Per questo, se il padiglione ufficiale è saltato, il progetto ha trovato comunque modo di essere presentato. Dal 5 maggio al 31 luglio 2026 Goliath sarà infatti a Venezia con una mostra indipendente di Elegy all’interno della Chiesa di Sant’Antonin, nel sestiere di Castello. L’esposizione consisterà in un’installazione video multicanale che rielabora uno dei lavori più importanti dell’artista, sviluppato nell’arco di oltre un decennio attraverso performance presentate in città come Johannesburg, Città del Capo, Parigi, Amsterdam e San Paolo. Al centro di Elegy c’è una pratica performativa costruita intorno al respiro condiviso e al canto: un lamento rituale collettivo che attraversa storie di violenza e perdita. L’opera mette in relazione contesti apparentemente distanti – dalla crisi del femminicidio in Sudafrica alla cancellazione dei mondi di vita Ovaherero e Nama in Namibia, fino alla guerra a Gaza – creando uno spazio di memoria e di lutto condiviso.
Le novità del progetto performativo di Gabrielle Goliath
Per la presentazione veneziana saranno realizzate tre nuove suite performative, dedicate, per esempio, alla studentessa sudafricana Ipeleng Christine Moholane, a due antenate Nama uccise durante il periodo coloniale e alla poetessa palestinese Heba Abunada. Queste saranno tradotte in un’installazione composta da otto grandi schermi video disposti come monoliti funebri.
Il lavoro di Gabrielle Goliath sostenuto da una rete internazionale
La mostra veneziana è resa possibile grazie al sostegno della Bertha Foundation e alla collaborazione con Ibraaz, organizzazione londinese dedicata alla promozione dell’arte e del pensiero della cosiddetta “Global Majority”. Il progetto sarà infatti articolato in due capitoli: il primo a Venezia, il secondo a Londra nell’ottobre 2026. “Questa mostra convoca uno spazio di incontro, una sorta di camera sacra in cui far risuonare un lavoro di amore e desiderio”, ha dichiarato Goliath presentando il progetto. “Di fronte alla cancellazione e alla perdita, proviamo comunque a immaginare il mondo in modo diverso”.
Caterina Angelucci
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