L’artista Stefano Cagol diventa direttore artistico di Castel Belasi. L’intervista

L’artista trentino, impegnato da anni in un’indagine sull’Antropocene, collabora dal 2022 con il polo museale trentino che porta l’arte contemporanea all’interno di un castello medievale. E ora diventa direttore

Un anno fa, Stefano Cagol (Trento, 1969) inaugurava la programmazione del nascente polo Castel Belasi Cultura con la mostra Il Fato dell’energia. Nel maniero duecentesco di Campodenno, tranquillo centro di 1.500 abitanti nella bassa Val di Non, l’artista da sempre attento alla tematica del cambiamento climatico arrivava dopo l’avvio di una stretta collaborazione con il MUSE di Trento, indirizzata a utilizzare l’arte come veicolo per riflettere sull’Antropocene (con la creazione della piattaforma We Are the Flood/Noi siamo il diluvio). Ora la sinergia con Castel Belasi si consolida con la nomina di Cagol a direttore artistico del museo, che d’ora in avanti sarà centro permanente per lo sviluppo della piattaforma We Are the Flood, e già dall’11 giugno (fino al 29 ottobre) ospiterà la prima mostra del nuovo corso, Come pioggia, a cura del neodirettore artistico, per immaginare futuri desiderabili attraverso l’approccio visionario dell’arte e quello anticipatore della scienza. Abbiamo parlato con Stefano Cagol del suo nuovo incarico e del futuro di Castel Belasi.

Stefano Cagol

Stefano Cagol

INTERVISTA A STEFANO CAGOL

Il rapporto con Castel Belasi ha inizio in parallelo alla nascita del polo Castel Belasi Cultura, nel 2022. Come si è sviluppata questa sinergia fino ad arrivare ad assumerne la direzione artistica?
Castel Belasi ha rafforzato la propria vocazione tra passato e contemporaneo nel giro di un paio d’anni, partendo fin da subito ad alti giri. Dopo un lungo processo di acquisizione e restauro, il castello ha aperto al pubblico a cavallo della pandemia e iniziato un percorso con l’arte contemporanea nel 2021 con una mostra in collaborazione con la Panza collection. Quindi, c’è stato un primo contatto, ed è subito scaturito il mio interesse. L’anno seguente, la mia personale Il Fato dell’Energia ha consolidato l’attenzione di Belasi verso i temi ambientali e l’Antropocene, avviata l’anno prima con le opere di Richard Long e Hamish Fulton.
La mia pratica artistica è basata sul processo, per questo curare è uno sviluppo naturale. La mostra lo scorso anno ha avuto grande riscontro, è stata listata a livello nazionale tra le mostre da vedere e tra le poche in Italia sulle questioni ecologiche: tra Milano, Roma e Torino, c’era Castel Belasi a Campodenno, piccolo villaggio in Val di Non. Questa è stata una conferma per Castel Belasi Cultura e per il Comune di Campodenno, proprietario del castello, che la direzione presa era quella giusta. Quindi la concretizzazione alla firma come direttore artistico si è manifestata come un passo conseguente e naturale.

Il 10 giugno inaugura la mostra Come pioggia, emanazione della piattaforma We Are the Flood – Noi siamo il diluvio, che ora trova casa a Castel Belasi. Perché è importante che l’arte contemporanea si preoccupi delle urgenze del presente?
Occuparsi di questioni dell’oggi e del domani per me è imprescindibile, ancor più come artista contemporaneo che vive il presente e sente delle responsabilità verso il futuro.
Da molti anni mi sono reso conto degli squilibri, la totale perdita di simbiosi con l’ambiente e i potenziali disastri che ci potrebbero raggiungere senza la dovuta consapevolezza. Dieci anni fa il mio The Ice Monolith, che fondeva alla Biennale di Venezia per allertare rispetto alla sparizioni dei ghiacciai e l’innalzamento del mari, ha fatto scuola, ma ancor prima mi sono concentrato sulle pandemie e sul pericolo atomico.
Ecco perché, con una gestazione di qualche anno e un dialogare con il direttore Michele Lanzinger, ho creato nel 2022 la piattaforma We Are the Flood al MUSE – Museo delle Scienze di Trento. È il progetto di un museo scientifico per affrontare la crisi ambientale attraverso l’arte contemporanea, rappresenta un unicum in Italia nel suo genere e nasce da un’urgenza. Quest’esperienza è già stata raccontata in un libro Postmedia appena uscito.

Giacomo Segantin, Looking through the clouds, 2021, video, 8 min. e 41

Giacomo Segantin, Looking through the clouds, 2021, video, 8 min. e 41

LA PROGRAMMAZIONE FUTURA DI CASTEL BELASI

E a proposito della mostra cosa possiamo anticipare?
L’acqua del titolo Come Pioggia e del diluvio di We Are the Flood è al tempo stesso una delle risorse più importanti e l’elemento principale attraverso il quale percepiamo e percepiremo gli effetti del cambiamento climatico: andando dalla siccità alle inondazioni, dall’innalzamento dei mari alla sparizione dei ghiacci. Questi fenomeni confondono con il loro carattere incostante, mutevole, vischioso, come spiega il filosofo anglo-americano Timothy Morton, ma il linguaggio universale dell’arte può tentare di attivare nuovi pensieri. Così il diluvio diviene metafora anche di rinascita e futuri desiderabili di cui possiamo essere artefici come gocce.
Tra queste gocce, cito Mary Mattingly, Eugenio Ampudia, Nezaket Ekici, Elena Lavellés, Hannah Rowan, sostenuti da uno speciale gruppo di giovani italiani.
Lo stesso Timothy Morton, tra i maggiori teorici su queste tematiche, sarà poi parte di We Are the Flood in una lectio magistralis al MUSE il prossimo 13 ottobre.

Come si articolerà, d’ora in avanti, la proposta di Castel Belasi?
Innanzitutto la proposta culturale è continuativa, permanente e strutturata attraverso tre sezioni. All’ultimo piano arte contemporanea di respiro internazionale, e una project room under 35 a piano terra. Il primo piano è dedicato alla fotografia attraverso un accordo con l’Archivio Fotografico Storico Provinciale e a mostre tematiche come quella dello scorso anno sul ’68 e l’università di Sociologia di Trento. I contenuti intendono proseguire la direzione presa di un’attenzione verso le questioni del nostro rapporto con l’ambiente, anche in risposta e in dialogo con gli affreschi di Castel Belasi, datati tra Quattro e Cinquecento. Sono affreschi incredibilmente coerenti, nel loro approccio, nel mettere in guardia sulle conseguenze delle proprie scelte e nell’evidenziare lo scontro dell’essere umano con il resto, penso al Giudizio di Paride di Bartlme Dill Riemenschneider e alle Metamorfosi di Ovidio all’ultimo piano. In fondo, un castello medievale, anche se oggi è luogo privilegiato di cultura, originariamente è stato costruito per difesa e offesa, per questo è perfetta location dove affrontare l’Antropocene.

La nascita del nuovo polo museale è anche merito di una scommessa vinta dell’amministrazione locale. La sinergia con gli enti territoriali può favorire la ricerca artistica contemporanea?
Proprietario del castello è il comune di Campodenno, fuori dai tracciati viari principali, non turistico, ma immerso in un fantastico panorama di meleti ai piedi delle Dolomiti di Brenta. La volontà di dare avvio a un centro della cultura di questo livello in un luogo di questo tipo rappresenta un’impresa coraggiosa, un esempio notevole. La linea d’azione voluta dall’amministrazione di Campodenno e dal sindaco Daniele Biada è ferma e illuminata. È stato loro chiaro fin da subito che il castello non può essere un bell’involucro per mostre improvvisate, vuote di contenuti, amatoriali, come troppo spesso avviene in monumenti storici di questo tipo. Chiara l’indipendenza assoluta da lasciare nello sviluppo delle mostre. Chiara anche l’importanza d’innescare sinergie con altre istituzioni, che vanno da Apt Val di Non a Trentino Marketing, da MUSE alla Soprintendenza per i beni culturali, e, ancora, il Fai, il Parco Adamello Brenta, l’Ordine degli architetti, per citarne solo alcune. Questa capacità di un ente territoriale di farsi promotore di cultura, centro che irradia e innesca cultura, è indubbiamente un esempio virtuoso.

Livia Montagnoli

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati