Il sistema dell’arte ha bisogno di essere meno universale?

Se l’universalità rischia di schiacciare e appiattire le differenze, come deve reagire il sistema dell’arte? Una riflessione a partire dalla recente edizione di documenta a Kassel

Succede quasi sempre. Che sia una cena formale, o una rimpatriata tra amici, a un certo punto ecco che salta su lo splendido di turno che, per farsi bello agli occhi di tutta la compagnia, qualunque sia l’argomento in discussione, pone la fatidica domanda: “E allora, che cosa ne dice il nostro filosofo a proposito di…. ?” (segue elenco di uno dei più triti fatti di cronaca, dal governo alla guerra, dal Nobel all’ultima mostra). Ed è praticamente inutile tentare di sottrarsi, adducendo la scusa che di quel particolare tema non si è specialisti, e nemmeno lontani conoscitori, perché così si aizza soltanto la curiosità degli astanti – fino a che, per disperazione o per ignavia, e anche per non deludere le aspettative del pubblico, uno se ne esce dicendo: “Ma il filosofo non può prendere partito, né su questo né su nessun argomento. Nel momento stesso in cui lo facesse, decadrebbe dal suo rango e verrebbe meno alla sua funzione, che consiste invece e sempre nel parteggiare unicamente per l’Universale”. Peccato che, dopo una simile uscita, gli sguardi di commiserazione dei commensali sono il segno più che eloquente della loro delusione, fino a che arriva provvidenzialmente l’ultima portata a deviare il discorso, oppure si passa a tessere le lodi del cane di casa, e la cosa finisce lì.
Eppure è proprio così che vanno intese le cose. L’apparente scontro tra un ordine bipolare del mondo (lo “scontro di civiltà”) e la proposta di un multipolarismo che lo metta definitivamente in crisi ne è un esempio. Di fatto, entrambi questi presupposti, che si proclamano l’uno “più universale” dell’altro, celano al proprio interno una serie di contraddizioni che riescono a nascondere solo servendosi della violenta negazione dell’altro. Il richiamo di ciascuna polarità a “valori” che essa vorrebbe imporre all’altra ne denuncia l’incompletezza strutturale: l’impotenza che caratterizza ciascuna per proprio conto, quella sì ha un tocco di universale, un qualcosa che le rende reciprocamente simili, a loro stessa insaputa. Lungi dall’essere un insieme onnicomprensivo, l’Universale è un contropiede, un comico trovarsi spiazzati che coglie di sorpresa i due contendenti quando meno se lo aspettano. Il caso ormai proverbiale di Ding Zhen, umile pastore tibetano di yak, diventato una star mondiale del web in una sola notte grazie a un video postato su quell’effimera incarnazione dell’Universale che è oggi TikTok, ne è un esempio più che lampante.

documenta fifiteen. MADEYOULOOK, Mafolofolo, 2022, installation view, Hessenland, Kassel 2022. Photo Frank Sperling

documenta fifiteen. MADEYOULOOK, Mafolofolo, 2022, installation view, Hessenland, Kassel 2022. Photo Frank Sperling

“Non siamo qui di fronte alla tragicomica situazione dell’umile pastore tibetano che, nel palesare la sua condizione di dimenticato, si trova catapultato al centro dell’attenzione mondiale?

L’ESEMPIO DI DOCUMENTA A KASSEL

In questo senso, una visita alla 15esima edizione della Documenta è risultata decisamente istruttiva. Articolata come sempre in diversi edifici e spazi della città di Kassel, l’edizione di quest’anno risaltava per l’assenza pressoché totale di nomi di spicco del pantheon istituzionale, a favore di una miriade di collettivi artistici, o di veri e propri gruppi militanti, quasi tutti attivi in aree non occidentali del pianeta, o di composizione multietnica e multiculturale. Una buona notizia certamente, dato che l’insieme della kermesse stava a dimostrare, con la prova dei fatti, che il cosiddetto “sistema” dell’arte non esaurisce affatto tutte le spinte creative mondiali, cioè non è per niente “universale”; anzi, assomiglia sempre di più al classico castello di Klingsor, un bel miraggio che resiste finché si decide di dargli credito. Certo, più volte durante la visita poteva sembrare di trovarsi in un oratorio il giorno della festa coi genitori, o in una comunità di recupero dove si deve “socializzare” per forza; e, alla fine dei conti, anche dopo una supervisione abbastanza accurata, restava difficile ricordare anche solo un nome fra le tante sigle e acronimi presenti, o almeno una singola opera degna di memoria. Eppure, nel suo complesso, il messaggio arrivava forte e chiaro, come un monito a ogni istituzione artistica prefabbricata e, in poche parole, costituiva una potente e variegata dichiarazione di indipendenza.
E tuttavia, non è anche evidente che, in questo stesso tentativo di liberazione, serpeggia un sottile dissidio, un disturbante disaccordo tra l’orgoglioso ritorno alle “tradizioni originali” (le buone pratiche di una specifica civiltà locale, o perfino tribale) e la necessità di articolarne il discorso esattamente in quelle stesse forme di emancipazione già percorse dalle avanguardie occidentali? Non siamo qui di fronte alla tragicomica situazione dell’umile pastore tibetano che, nel palesare la sua condizione di dimenticato, si trova catapultato al centro dell’attenzione mondiale? Il fantasma della Ruota di bicicletta, che riappare inopinatamente sotto le spoglie di un assemblage di ferrivecchi messo insieme da un “gruppo di lavoro” sembra dire che sì, stiamo tutti cercando di sbarazzarci dell’Universale: ma non sarà tanto facile.
O, forse, dobbiamo semplicemente invertire la rotta?

Marco Senaldi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #69

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua 
inserzione sul prossimo Artribune

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Marco Senaldi

Marco Senaldi

Marco Senaldi, PhD, filosofo, curatore e teorico d’arte contemporanea, ha insegnato in varie istituzioni accademiche tra cui Università di Milano Bicocca, IULM di Milano, FMAV di Modena. È docente di Teoria e metodo dei Media presso Accademia di Brera, Milano…

Scopri di più