Una coppia della storia dell’arte a lungo dimenticata, con una vicenda biografica intensa e tragica, si guadagna uno spazio alla Biennale di Venezia. I costumi di Lavinia Schulz e Walter Holdt, attivi in Germania negli anni della Repubblica di Weimar, sono oggetti anomali, sospesi tra passato e futuro, che anticipano la malleabilità dei corpi virtuali

Ho scoperto l’opera di Lavinia Schulz e Walter Holdt per caso qualche anno fa, leggendo un articolo scritto da Paul Gallagher sul blog Dangerous Minds. Il post, uscito nel 2019, si intitola It’s Murder on the Dancefloor: Incredible Expressionist Dance Costumes from the 1920s e riassume in un paio di paragrafi la parabola artistica della misteriosa coppia tedesca. Le immagini che accompagnano il testo, scattate dalla fotografa Minya Diez-Dührkoop nel 1924, sono incredibili: una serie di creature aliene, primitive e futuristiche allo stesso tempo, talmente contemporanee da sembrare invecchiate artificialmente con un filtro. Le influenze riconoscibili sono tante – l’Espressionismo, il primitivismo, il Bauhaus –, ma i costumi disegnati e cuciti da Schulz e Holdt, anche se innegabilmente figli del proprio tempo, sono oggetti anomali. Realizzati con materiali poveri come carta, gesso, fil di ferro, tessuti e chiodi, parlano una lingua ancora oggi sconosciuta, ed è forse questa la radice del loro fascino. Sono colorati, fumettosi, buffi, ma anche grotteschi e inquietanti. Non sono solo abiti di scena, sono personaggi di una mitologia inventata, che unisce modernità e cultura tribale. Non a caso, portano nomi da divinità nordiche, come Bibo, Tobaggan, Springvieh, Skirnir e Technik.

CYBORG E CORPI VIRTUALI

Dopo aver letto l’articolo ho passato diversi giorni a cercare altro materiale, ipnotizzata dall’estetica dei costumi, ma anche curiosa di approfondire la vicenda biografica di Schulz e Holdt, soltanto accennata nell’articolo di Dangerous Minds. Le notizie tuttavia non sono numerose. La loro fama fu circoscritta, e dopo la morte, avvenuta nel 1924, sia le opere originali che le fotografie furono dimenticate nei depositi del Museum für Kunst und Gewerbe di Amburgo, da cui sono riemerse solo negli Anni Ottanta. La ricerca dei due artisti, durata meno di un lustro, è una cometa nella storia dell’arte, una stella bruciata tragicamente e rimasta per molto tempo sepolta in un archivio. Dopo aver letto tutto il materiale, ho pubblicato un post sul mio blog ‒ che uso come blocco di appunti condiviso dal 2003 ‒ e salvato tutte le immagini in una cartella, ripromettendomi di passare per Amburgo alla prima occasione. Lo scorso aprile, però, i Die Maskentänzer (I ballerini mascherati) sono apparsi a Venezia, inseriti nel percorso de Il latte dei sogni, esposizione curata da Cecilia Alemani per la Biennale Arte. Anche se finiscono per essere un po’ sacrificati al centro dell’affollata capsula del tempo intitolata “La seduzione del cyborg”, catturano comunque l’attenzione dei visitatori grazie all’incredibile combinazione di forme, colori e posture. All’interno di questa specifica sezione della mostra, dedicata al tema dell’ibridazione tra diverse forme del vivente e alla fusione, reale e simbolica, tra essere umano e tecnologia, le opere di Lavinia Schulz e Walter Holdt rappresentano il momento più significativo. Queste figure infatti, non evocano il cyborg come creatura parzialmente robotica, fusione di carne e metallo, interazione di chip e neuroni. Incarnano, piuttosto qualcosa per noi molto più familiare: l’idea di un corpo virtuale, un’identità alternativa costruita con l’immaginazione, un guscio in grado di proiettare la coscienza umana al di là dei propri confini materiali. Indossarli significa trasferirsi in un corpo nuovo, uno dei milioni di corpi possibili. In una parola, sono degli avatar.

Lavinia Schulz e Walter Holdt alla Biennale di Venezia 2022
Lavinia Schulz e Walter Holdt alla Biennale di Venezia 2022

LAVINIA SCHULZ E WALTER HOLDT: LA VICENDA BIOGRAFICA

Di Walter Holdt (1899-1924) non sappiamo praticamente nulla, solo che era un danzatore professionista, mentre Lavinia Schulz, che lo aveva sposato nell’aprile del 1920, ha lasciato qualche traccia significativa. Nata nel 1896 a Lübben, aveva studiato danza, musica e pittura a Berlino sotto la guida di Lothar Schreyer, pittore, grafico e scenografo famoso, tra le altre cose, per aver diretto il laboratorio di teatro al Bauhaus di Weimar. Seguendo Schreyer, che parlò di lei come della sua “prima studentessa, una persona geniale con una passione violenta”, si trasferì ad Amburgo, dove sarebbe rimasta fino alla morte.
Tra i due coniugi, sembra che fosse lei la mente creativa, oltre che l’autrice di gran parte dei disegni preparatori, ma sulla precisa attribuzione delle diverse attività – progettazione, coreografia, assemblaggio dei materiali ‒non c’è certezza. Nei quattro anni di convivenza, Schulz e Holdt si dedicarono interamente alla creazione di danze e costumi, conducendo una vita spartana e rigettando ogni convenzione sociale: le correnti artistiche, la moda, la tecnologia, la religione, il lavoro e soprattutto il denaro. “I soldi uccidono l’arte”, dicevano. Vivevano in un piccolo appartamento senza mobili e acqua calda, mangiavano sul pavimento e dormivano su delle amache. Indossavano sempre delle calzamaglie grigie, in modo da poter danzare e provare maschere e costumi in ogni momento. Nel frattempo, litigavano furiosamente. L’interno delle loro fantasiose armature era tutto meno che comodo: cavi, chiodi e cuciture spuntavano dappertutto. In più, erano molto pesanti, un elemento voluto e chiaramente percepibile durante le performance. Schulz and Holdt erano infatti convinti che l’arte, per essere credibile, dovesse essere faticosa, difficile, dura.

UNA VITA DI TEMPESTA, GHIACCIO E CATASTROFI

Il compositore Hans Heinz Stuckenschmidt, che visse con loro per un periodo, così descriveva la vita e l’immaginario di Schulz: “Deprivazione, fame, freddo, paesaggi nordici fatti di tempesta, ghiaccio e catastrofi: questo era il suo mondo, e ci si era trovata a vivere insieme a Holdt”. Nel 1923 la coppia mette al mondo un figlio, ma i litigi continuano e le difficoltà economiche si fanno insostenibili, anche perché i due rifiutano di essere pagati per gli spettacoli. “Non si possono vendere idee spirituali per denaro”, si legge in un testo di Schulz, “lo spirito e il denaro sono poli antagonisti, e se vendi le idee spirituali per denaro, vendi lo spirito al denaro e perdi lo spirito”.
Secondo Karl Toepfer, autore del libro Empire of Ecstasy. Nudity and Movement in German Body Culture, 1910–1935, la coppia creava i costumi e le coreografie contemporaneamente, in modo che i movimenti del corpo e la sua copertura “nascessero dallo stesso impulso”. Sempre Toepfer, commentando lo stile delle creature, parla di “organicismo astratto”. “I disegni non raggiunsero mai il livello di astrazione raggiunto da Schreyer o Schlemmer”, spiega, “in parte perché Schulz e Holdt coltivavano una coscienza ecologica zelante, che li portava ad associare l’astrazione a forme organiche e redentrici della natura e del mondo animale, ma anche perché la coppia aveva una sensibilità più raffinata per il movimento corporeo”.
Dopo aver creato una ventina di costumi e messo in scena alcuni spettacoli, il 18 luglio del 1924, intorno alle 7 del mattino, Lavinia Schulz uccide Walter Holdt con due colpi di pistola alla testa. Poi, con la stessa arma, si suicida. Sopravvive il figlio di un anno, Hans Heinz, trovato dalla polizia nel suo lettino, indenne. Dopo la loro scomparsa, tutto il lavoro – costumi, disegni, appunti – viene inscatolato e riposto nel deposito del museo di Amburgo, non inventariato. Secondo Jan Reetze, che sulla coppia ha scritto un approfondito articolo nel 2010, questa è stata la loro (e la nostra) fortuna, perché l’anonimato avrebbe protetto le opere dalla furia distruttrice dei nazisti, assicurandone la sopravvivenza.

Valentina Tanni

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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma e Milano. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020).