Il Nepal per la prima volta alla Biennale 2022. Intervista ai curatori del Padiglione

Intervista a Sheelasha Rajbhandari e Hit Man Gurung, curatori del Padiglione Nepal, alla sua prima partecipazione alla Biennale Arte di Venezia. Tra tradizione e contemporaneità

from left to right: Nepal Pavilion Curators Hit Man Gurung and Sheelasha Rajbhandari, with exhibiting artist Tsherin Sherpa Photo by Chhiring Dorje Gurung, courtesy of the artists
from left to right: Nepal Pavilion Curators Hit Man Gurung and Sheelasha Rajbhandari, with exhibiting artist Tsherin Sherpa Photo by Chhiring Dorje Gurung, courtesy of the artists

Alla sua prima partecipazione a Venezia, il Nepal presenta ales of Muted Spirits – Dispersed Threads – Twisted Shangri-La, un Padiglione profondamente ispirato alle tradizioni artistiche locali che il pittore Tsherin Sherpa rielabora in chiave di riflessione sul concetto di appartenenza. I curatori Sheelasha Rajbhandari e Hit Man Gurung ci raccontano il progetto sviluppato presso il Sant’Anna Project Space One, alle Fondamenta Sant’Anna.

Quale messaggio vorreste lanciare, attraverso il Padiglione?

Vogliamo creare uno spazio in cui spiegare che artisti, curatori e ricercatori del Nepal sono capaci di affrontare la storia culturale nazionale. La regione himalayana occupa una posizione strana nell’immaginazione occidentale; siamo spesso conosciuti per lo stereotipo della nostra saggezza spirituale, ma nella maggior parte dei saggi e delle ricerche che circolano sia all’interno sia all’esterno del Nepal, raramente le voci della nostra gente vengono mai ascoltate. Ironia della sorte, la storia recente dell’Himalaya è stata una storia di precarietà sociale e ambientale senza precedenti. Tsherin Sherpa, attingendo alle proprie esperienze personali, sta studiando e commentando con attenzione questi importanti cambiamenti nella nostra cultura e nella nostra identità. Quella cui stiamo assistendo oggi nel mondo, è una collisione piuttosto complessa di identità, non tutte accolte a braccia aperte.

Tsherin Sherpa in his studio in Kathmandu, 2016. Courtesy of the artist and Rossi & Rossi
Tsherin Sherpa in his studio in Kathmandu, 2016. Courtesy of the artist and Rossi & Rossi

Come avete immaginato il Padiglione?

Il Padiglione è uno spazio che svela il rapporto di Tsherin Sherpa con le ricche tradizioni storico-artistiche del Nepal ma che, allo stesso tempo, si allontana un po’ da dette tradizioni. In molte delle nostre passate conversazioni con gli artisti, abbiamo sempre convenuto che la mostra non solo fa eco a un profondo rispetto e comprensione delle forme d’arte himalayane, ma va anche oltre il giogo della “tradizione” e della “nazionalità” per offrire una rappresentazione più sfumata di questi concetti nel mondo contemporaneo. Stiamo cercando di collegare linguaggi e mezzi espressivi differenti e intersecando storie di anime, di traslazione e di ricostituzione. In linea generale, stiamo mettendo in discussione la nozione di appartenenza, per renderla volutamente più ambigua.

Tsherin Sherpa, Muted Expressions, 2022. Photo Chhiring Dorje Gurung. Courtesy the artist and Rossi & Rossi
Tsherin Sherpa, Muted Expressions, 2022. Photo Chhiring Dorje Gurung. Courtesy the artist and Rossi & Rossi

Quanto è forte la tradizione della pittura Thangka in Nepal?

Ciò che è straordinario in una città come Kathmandu è che si possono trovare tradizioni pittoriche che sono sopravvissute per migliaia di anni e hanno creato un proprio linguaggio, all’ombra del mondo coloniale pre-moderno. La Thangka, una pratica principalmente tibetana, si è sviluppata insieme alla Paubha, una pratica tipica della cultura Newa. Tuttavia, negli ultimi anni tali dipinti hanno subito una rapida commercializzazione e una conseguente banalizzazione. Il sostegno del governo verso queste opere è scarsissimo: la maggior parte del supporto proviene da donatori indipendenti o istituzioni monastiche, e persino dai turisti stranieri.

https://www.instagram.com/nepalinvenice/

Niccolò Lucarelli

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.