Artribune Podcast. L’artista Erwin Wurm per la serie Monologhi al Telefono

In questo episodio di Monologhi al Telefono di Donatella Giordano, l’artista si rapporta con un ipotetico ascoltatore raccontando gli aspetti più intimi della sua ricerca. Un sistema che supera il concetto dell’intervista classica – precedentemente pianificata – a favore di un approccio libero, dove l’artista simula una conversazione e l’utente diventa l’interlocutore.

Erwin Wurm
Erwin Wurm

Da Roma al telefono Erwin Wurm (Bruck an der Mur, 27 luglio 1954): un’occasione unica per scoprire da vicino uno degli artisti più interessanti del panorama internazionale. E proprio da Roma l’artista risponde al telefono per raccontare il suo intervento, in una via del centro storico conosciuta soprattutto perché immortalata in un film che ha fatto la storia del cinema: La Dolce Vita.

Ascolta “Erwin Wurm – Monologhi al telefono di Donatella Giordano” su Spreaker.

Il MONOLOGO DI ERWIN WURM

“Pronto? … Sono seduto in un bar in via Veneto e, da lontano, sto guardando la mia “Fat House” che è esposta qui, insieme ad altre quattordici sculture meravigliosamente disposte davanti alle antiche mura romane, che furono impacchettate da Christo nel 1974. La “Fat House” racconta la storia di una casa collegata al sistema biologico, che si trasforma. La Casa, infatti, cresce, ingrassa, diventa grande e assurda. Le persone possono accedere all’interno e vedere un video. La Casa parla e pone delle domande del tipo: è un’opera d’arte? Una scultura? O un pezzo di architettura? Riflette, perciò, la società di oggi, il consumismo, che cresce sempre di più. È in un certo senso, un simbolo della nostra cultura e della nostra società. Di fronte alla casa si trova “Big Mutter”, che è una borsa dell’acqua calda gigantesca, ben quattro metri, con due gambe. Si sa che le madri, quando i figli stanno male, portano loro la borsa dell’acqua calda e questo è un simbolo d’amore per me. L’acqua calda e l’amore della madre insieme richiamano l’infanzia… in realtà ciò non rimanda solo all’infanzia ma riguarda tutti gli esseri umani. In ogni caso, riflette i momenti importanti della nostra vita. Per questo motivo, quest’opera è molto importante per me. È lo specchio dell’amore, riflette un senso di protezione. E comunque, è anche un po’ ironica. La “Big Mutter” è qui davanti alle Mura. Scendendo lungo Via Veneto, su tutte e due i lati, a destra e a sinistra, ci sono numerose sculture. Ci sono delle borse con le gambe, come le borse della spesa o come quelle che usano gli uomini per andare in ufficio. Diventano figure con gambe lunghissime; parlano di orgoglio e, allo stesso tempo, di dedizione e ancora di consumismo. Ci sono una serie di altre opere come il boxing glove, che rappresenta il potere e la lotta in generale. E ci sono tre figure umane per le quali ho usato sculture che avevo già realizzato, le ho separate e montate insieme in un nuovo modo così da assumere molteplici personalità in una sola persona. Per esempio, si vede un’opera appoggiata su due gambe ma una gamba va in avanti e l’altra gamba va indietro. Hanno, quindi, un significato psicologico. Inoltre c’è uno stivale che, ovviamente, riflette l’Italia, e un frigorifero, che ha a che fare con la vita quotidiana. E, infine, c’è una scultura di un uomo vestito nella quale aspetti umani ed astratti si uniscono, che parla degli essere umani di oggi. È tutto! Spero che possiate venire e divertirvi. Fatemi sapere se vi piaceranno. Okay, grazie tante. Arrivederci”.

Traduzione di Barbara Caracciolo

DISORIENTAMENTO E FOLLIA NELLE OPERE DI ERWIN WURM

Il lavoro di Erwin Wurm appare assurdo e paradossale sin dalle prime esposizioni: con One minute sculptures, ad esempio, ha destrutturato il concetto di scultura creando temporanee sculture viventi con gli stessi spettatori che diventano statue per un minuto, pronte a relazionarsi in modo bizzarro con oggetti di varia natura. L’invito a scardinare le convenzioni della società resta chiaro anche osservando le sue sculture antropomorfe, a metà fra esseri umani e oggetti quotidiani. Un lavoro che si confronta con le questioni del nostro tempo: da qui nascono automobili obese, case rovesciate o totem a forma di cetrioli giganti. Tutto fa gioco per sovvertire un sistema sociale tutto da rifare.

-Donatella Giordano

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Donatella Giordano
Nata in Sicilia, vive a Roma dal 2001. Ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove nel 2006 ha conseguito il diploma di laurea con una tesi che approfondiva la nascita dei primi happening e delle azioni performative viennesi degli anni Sessanta, fino alle controverse ricerche della Body Art degli anni Novanta. Un lavoro che ha poi portato avanti con integrazioni o interviste pubblicate, come quelle rilasciate da Stelarc, Orlan e Franko B. Dopo aver conseguito l'abilitazione, dal 2008 insegna Storia dell'Arte e Disegno in una scuola pubblica. Nell'ambito del progetto 100% Periferia ha curato mostre al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Scuderie Aldobrandini di Frascati, Farm Cultural Park di Favara, Metropoliz di Roma. Nel 2012 ha curato la prima edizione del Digital Live della Fondazione Romaeuropa, inaugurando la sezione "Talks". Nel 2013 è stata Assistant Curator per il progetto "Joan of Art: Towards a Free Education" presso il Macro di Roma e la Gervasuti Foundation di Venezia. Ha pubblicato il catalogo “Quadratonomade, opere d’arte in scatola per un museo itinerante” edito da Gangemi. Nel 2020 ha co-curato una mostra al Museo Carlo Bilotti di Roma. Scrive per Artribune dal 2014, dove dal mese di aprile 2020 ha inaugurato la sezione Podcast con la rubrica "Monologhi al Telefono".