Com’è andata la vasta rassegna Art City 2021 a Bologna? Risponde un artista

L’artista g. olmo stuppia racconta in prima persona esperienze e protagonisti nell’ambito di Art City 2021 a Bologna. Con un itinerario tutto personale.

Scendendo dal treno un’atmosfera estiva ed estatica mi colpisce le narici. È sera, i pollini vagano solitari, in cerca di qualche isterico da rintuzzare.
Aprono le danze lacrime e turgori sentimentali della “scena dei trentenni o poco meno”. Alla Pizzeria “La Verace” ci sono tutti ma proprio tutti. Dalla curatrice milanese Caterina Molteni al fondatore di Gelateria Sogni di Ghiaccio Mattia Pajé fino agli artisti della campagna visiva ispirata a Matthew Barrie, Marco Casella e Filippo Tappi, alla regista e pittrice Bianca Schroder, Alessandro di Pietro, Matteo Mottin e tanti bei visi dolci di vino.
Siamo un vascello pirata sotto i portici, a fare freestyle.
Quasi tutti i “fornaioli del pane” dell’anno appena conclusosi con un boato di Tenebra. Resistendo al buio pandemico grazie a uno sforzo sincrono del MAMbo e dei suoi professionisti, che hanno saputo catalizzare risorse economiche e visione convincendo Unicredit a un investimento nella giovane arte italica; un’operazione giusta, necessaria e “normale”. Ma che purtroppo non ha eguali in altri capoluoghi in questi noiosissimi anni da “spending review” ultraliberista.

Alessadro di Pietro. Hobobolo. Gelateria Sogni di Ghiaccio, Bologna 2021

Alessadro di Pietro. Hobobolo. Gelateria Sogni di Ghiaccio, Bologna 2021

ALESSANDRO DI PIETRO A GELATERIA SOGNI DI GHIACCIO

Da Venezia a Bologna: uscire dalla storia ed entrare nel particolare affettivo. Gelateria Sogni di Ghiaccio presenta Alessandro Di Pietro con Holobolo, e il personaggio Felix che non delude e anzi conferma le aspettative alte di un Di Pietro in ottima forma, fresco del Pollock Prize e pressoché ignorato da un sistema di potere nostrano. Un sistema, non solo artistico, ma culturale della civiltà bianca, per dirla con Horkheimer e Adorno, “instupidito e insieme scaltrito”, che adopera l’arte come un asset di diversificazione finanziaria (quando va bene ‒ nel senso che almeno due lire entrano nelle tasche vuote di noi artisti) o come materiale per narcisismi egoici da TikTok o Instagram (quando va male) in pieno stile maturo da “Padania Classic” per dirla con Filippo Minelli.
I tubi, gli elementi in cera e stampa tridimensionale aprono una soglia, un tenero lembo nell’immaginario dell’artista meneghino, che architetta tre città semidiroccate, in un processo continuo di sedimento di quello che qualcuno molto citato oltralpe chiamerebbe “archeologia del sapere”.
L’opera costringe Gelateria, come già feci pure io in altra maniera, a reinventare la sua architettura: eliminando il controsoffitto, una lignea travatura dischiude un ulteriore livello di senso, che, come un retino fotografico, innalza il livello dell’opera e i suoi cavalletti, a “forma urbana”, a un ritratto di Bologna squisito e personale, un amore sconfinato per i portici medioevali e ospitali. Questa retrospettiva in negativo sembra canzonare, con forza dirompente, i problemi della vita, come direbbe Felix: “È difficile capire la morte se non puoi morire”. Corona l’installazione, visitabile fino al 2 luglio, un testo di Treti Galaxie, vergato dalla piuma di Matteo Mottin che, ancora una volta, non perdona.
Il tempo di due battute con il ricercatore e curatore Giovanni Rendina, l’artista Milena Rossignoli e con altri della tribù, e via che si riparte.

Giorgio Andreotta Calò. Ellissi. Laboratorio degli Angeli, Bologna 2021. Photo Gaspar Ozur

Giorgio Andreotta Calò. Ellissi. Laboratorio degli Angeli, Bologna 2021. Photo Gaspar Ozur

L’OPERA DI GIORGIO ANDREOTTA CALÒ

Si sfreccia verso Ellissi, col nostro amato pedibus: Giorgio Andreotta Calò, con la mostra a cura di Leonardo Regano, porta la pianeggiante nuvolaglia di Amsterdam e il suo rosso accecante allo splendore dei camici da laboratorio delle professioniste del Laboratorio degli Angeli, nella omonima squisita viuzza, al civico 32. Il rosso, realizzato con pellicole applicate alle enormi vetrate del tetto, pulsa a seconda della meteoropatia; un’emozione vedere l’uso della luce in forma di scultura. Sembra fine Ottocento, e un Medardo Rosso indaffarato inizia a smaterializzare i suoi primi “orgogli scultorei”, plasmando la cera come pellicola di luce impalpabile.
Le pellicole fotosensibili applicate da Calò alla chiesa del Trecento sita in Oudekerksplein 23 ad Amsterdam, finemente incorniciate, traducono una tessitura sapiente di un artista maturo, che veicola lirismo e tenerezza, acme cristico in una potenza senza eguali fra tutti gli eventi di Art City 2021.
L’artista veneziano, pescatore di vocazione e artista internazionale tra i più raffinati della sua generazione, ha applicato delle pellicole fotosensibili alle vetrate gotiche nella Oude Kerk. Il contatto lieve, lo sfregamento impalpabile delle superficie ha generato una sintesi visiva che destruttura la fotografia, che viene così rimpiazzata dalla palpabilità delle superfici, dal tocco delle “emergenze dei volumi e delle vetrate”. Un progetto site specific che evoca, con enorme potenza, un diluvio di emozioni. Avvolti in un rosso, chiudiamo gli occhi, gli riapriamo dopo alcuni minuti e tutte le aiutanti, nei loro camici candidi da dottoresse, gli strumenti di laboratorio, le sagome, le forme di vita attorno risaltano d’un blu elettrico e tenue, un’auratica poesia di luce: una cromoterapia esistenziale.

Marco Casella & Filippo Tappi, Mappa per Art City Bologna, 2021. Courtesy Art City

Marco Casella & Filippo Tappi, Mappa per Art City Bologna, 2021. Courtesy Art City

BOLOGNA E L’ARTE CONTEMPORANEA

I piedi rotti da centinaia di eventi e camminate si sono meritati questo momento estatico, come radici affondano in un suolo divino. Nel trogolo da Ancien Régime della pastoia visiva contemporanea, che anima TikTok come il “greenwashing”, un’elegia “moscovita”, dalle luci rossicce e rassicuranti. Man mano che avanzo, la folgorazione della luce mi riporta a Sokurov, nei suoi film lenti, profondamente alteri rispetto alla follia dell’Occidentalismo bianco e frenetico, superficiale, al “frankling idraulico” dell’anima, alla biopolitica estesa alla digitalità burocratica totalitaria. E Bologna, forse più per abitudine canzonatoria che per credo, fa comunque attrito a tutto questo.
Grazie anche alle istituzioni pubbliche, al programma di Bologna Estate 2021. Eh sì, Bologna, tra i suoi mattoni, imprigiona ancora “sacra” lentezza. Bologna è come i vestiti di Dries Van Noten, calzano cerebralmente, stimola le endorfine nel suo penetrarla, attraversarla soavi.
In questo anno di buio, di nuova crisi economica, oikonomos diventa casa e porto, ma anche prigione mentale; questa Bologna performativa, che dischiude i suoi luoghi reconditi, ci spalma un balsamo sul cuore.

‒ g. olmo stuppia

www.culturabologna.it/artcity

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g. olmo stuppia

g. olmo stuppia

g. olmo stuppia (Milano, 1991) è artista contemporaneo, autore e speaker radio. Nel 2017 fonda Cassata Drone Expanded Archive a Palermo. Vive in Italia e in Francia.

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