Nuovo libro sul grande pittore Philip Guston. Intervista alla figlia Musa Mayer che l’ha scritto

Chi era Philip Guston? Lo racconta la figlia Musa Mayer dopo due anni di mostre, attenzione, dibattiti, polemiche intorno alla figura del grande artista scomparso nel 1980

Web, 1975 Oil on canvas 67 x 97¼ in. 170.2 x 247.0 cm The Museum of Modern Art, New York Gift of Edward R. Broida ©The Estate of Philip Guston
Web, 1975 Oil on canvas 67 x 97¼ in. 170.2 x 247.0 cm The Museum of Modern Art, New York Gift of Edward R. Broida ©The Estate of Philip Guston

Un grande artista fa sempre pensare, appassionare, riflettere, arrabbiare. È questa la lezione che ha insegnato Philip Guston, a 40 anni di distanza dalla sua scomparsa, avvenuta nel 1980, in ultima battuta con la complicata querelle intorno alla retrospettiva Philip Guston Now, di cui si è lungamente parlato anche su queste pagine. Ma anche, e con sentimenti più positivi, con una spettacolare mostra in occasione della ultima Biennale Arte di Venezia, nel 2017, e con diverse pubblicazioni. Il 4 febbraio è uscito l’ultimo libro dedicato all’artista nato a Montreal nel 1913. A scriverlo, la figlia Musa Mayer, che ce lo ha raccontato in questa intervista.

Nel 2017 Artribune ti ha intervistata in occasione della mostra a Venezia dedicata a Philip Guston. Nel corso di questi anni molto lavoro è stato fatto dalla Fondazione che dirigi per raccontare al meglio il lavoro dell’artista. Vogliamo sintetizzarlo qui?
Fin dalla sua nascita nel 2013, la Guston Foundation ha fatto dei progressi significativi nel mettere al sicuro l’eredità di Philip Guston. Lo scorso giugno, il nostro staff guidato dalla direttrice esecutiva Sally Radic, ha lanciato il sito web PhilipGuston.org. Il sito è costruito intorno al catalogo ragionato completo di tutti i dipinti conosciuti dell’artista – parliamo di oltre 1000 pezzi – affiancati da immagini e da tutte le informazioni relative a provenienza, storia delle mostre e risorse bibliografiche. Una serie di nuove foto ad alta risoluzione permette di studiare i dipinti con dei close up che offrono una straordinaria resa in dettaglio. Questo è il primo catalogo ragionato ad essere pubblicato. C’è inoltre una dettagliata cronologia illustrata che racconta la vita di Guston e il contesto artistico intorno a lui, anno dopo anno, dalla sua infanzia a Los Angeles alla sua morte a Woodstock (New York), nel 1980.

E la poetica?
I suoi mutamenti stilistici sono tutti rappresentati, dai primi murale del 1930 al suo interesse di una vita nella pittura Rinascimentale, fino ai lavori astratti dal ’50 al ’60, al ritorno successivo alla figurazione con temi politici e forma di cartoons che hanno scioccato la critica, e finalmente, ai suoi potenti dipinti delle ultime decadi, un intero mondo simbolico che era sia personale che universale. Il sito documenta ampiamente e illustra tutte le mostre di Guston, mostrando tutti i suoi disegni e dipinti attualmente nelle collezioni di musei negli Stati Uniti e all’estero. Una ampia bibliografia offre informazioni chiave sull’artista e il suo lavoro. Le sezioni “cronologia” e “album” comprendono informazioni, foto personali e materiali aggiuntivi dall’archivio dell’artista.

The Studio, 1969 Oil on canvas 48 × 42 in (121.9 × 106.7 cm) Private Collection. ©The Estate of Philip Guston
The Studio, 1969
Oil on canvas
48 × 42 in (121.9 × 106.7 cm)
Private Collection.
©The Estate of Philip Guston

Inediti?
Sì. Molti di questi materiali sono stati pubblicati per la prima volta. Audio e video sull’artista saranno aggiunti sul sito nel prossimo futuro. La Fondazione sta pianificando un nuovo progetto per realizzare un esaustivo catalogo generale dei disegni dell’artista.

Nel corso di questi ultimi anni il lavoro di Philip Guston ha ricevuto una grande attenzione. Cosa è cambiato secondo te nella percezione della critica e del pubblico?
Sicuramente c’è stato un cambiamento: ciò che prima era noto solo a pochi specialisti, ora è di ampio dominio. Questo si deve sicuramente ad un cambiamento nel mondo dell’arte e al grande interesse per l’artista da parte di pittori figurativi più giovani, ne sono certa. Ma anche al magnifico lavoro fatto da Hauser & Wirth negli anni, subentrati nel 2015, quando David e Renee McKee sono andati in pensione. è stato allora, dopo 25 anni dedicati alla causa del tumore al seno, che mi sono ritirata dalla mia precedente carriera e ho dedicato tutta me stessa a mettere al sicuro l’eredità di mio padre, grazie alla fondazione e collaborando con la galleria. Insieme abbiamo pubblicato quattro libri su Guston e molti video. Ho curato mostre a NY, Londra, LA, Hong Kong, inoltre una mostra virtuale sul loro sito la scorsa estate, What Endures. La Fondazione ha lavorato a stretto contatto con Laurence King nella pubblicazione di una monografia definitiva su Guston, con un ampio saggio di Robert Storr, uscita lo scorso settembre e sulla pubblicazione a mia firma. Infine, abbiamo lavorato con i 4 curatori della retrospettiva Philip Guston: Now e sul catalogo che l’accompagna, pubblicato la scorsa primavera. Penso che i temi sociali e politici che sono emersi mentre Donald Trump era in carica, accelerati dalla nostra mostra e dal libro con la serie completa dei disegni su Nixon, abbiano motivato un intenso interesse su Guston, basato su una ritrovata ricognizione sulla sua coscienza sociale in relazione alle possibilità dell’arte come agente del cambiamento.

Questa grande attenzione ha però portato anche alle polemiche che hanno attraversato la mostra Philip Guston: Now. Data anche la vostra personale storia familiare come hai reagito a quelle polemiche?
Avendo rappresentato l’eredità di mio padre per 40 anni ed avendo scritto e pensato in maniera intensa sul suo lavoro non ero scioccata. Ho sempre pensato che queste opere erano e sono controverse e scomode, precisamente perché sono profondamente antirazziste con il loro messaggio sulla colpa bianca e la banalità del male. Ma mi sono rattristata all’idea che agli incappucciati non sarebbe stato permesso di parlare per se stessi, in questo momento chiave della nostra storia, al tempo in cui i movimenti per la giustizia sociale hanno conquistato tale forza. I curatori hanno anticipato i contenuti che le figure incappucciate rappresentano, e provocato importanti risposte da parte degli artisti neri che hanno partecipato al loro superbo catalogo. Quindi è deludente che i musei non abbiano osato mostrare questi dipinti nel momento in cui avrebbero avuto maggiore significato. È una opportunità persa. Con le opere alle pareti i musei avrebbero potuto rispondere e le polemiche e i dibattiti che ne sarebbero seguiti potevano avere la chance di svolgersi realmente davanti alle opere stesse. Invece tutto è stato nascosto in attesa di tempi migliori. Praticamente si può dire che “rimandare” sia la storia della razza in America.

E come credi avrebbe reagito tuo padre?
Sono sicura che si sarebbe sentito oltraggiato e ferito dalla interpretazione errata dei suoi quadri come appropriazione del “Black trauma” – come sono stati indicati dalla direttrice della National Gallery e dal suo board. Chi poteva immaginare che come figlio di ebrei immigrati che erano fuggiti dalla persecuzione e dalla morte in Ucraina, e come testimone nella sua infanzia del KKK che marciava apertamente per le strade di Los Angeles, il diritto di mio padre a rappresentare l’intolleranza razziale sarebbe stato sfidato e rifiutato? È bene ricordare che sono le figure incappucciate i soggetti qui – non ci sono scene gratuite di sofferenza nera. Sebbene rincuorato dalla protesta del mondo dell’arte contro il rinvio, la decisione dei musei avrebbe solo accresciuto il dolore che mio padre provò quando questi quadri furono rifiutati dopo la mostra del 1970 alla Malborough Gallery dove furono esposti la prima volta. Avrebbe sicuramente cancellato del tutto la mostra e si sarebbe ritirato nella solitudine del suo studio. Come persona deputata a proteggere la sua eredità io procedo invece con cautela nella speranza che i musei supportino il lavoro che i curatori hanno fatto insieme e trovino in qualche modo la saggezza e il coraggio per fare la cosa giusta.

il libro di Musa Mayer su Philip Gaston
il libro di Musa Mayer su Philip Gaston

Qual è invece la vera storia di queste opere?
Nessuna opera o simbolo nell’opera di mio padre ha un solo significato. Queste figure, ad esempio, non rappresentano solo il KKK, sebbene sicuramente si alluda a loro. Penso che rappresentino odio e intolleranza nella sua forma quotidiana, ordinaria, che tutti abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene negli ultimi cinque anni, tanto che molti Americani si sono chiesti circa i loro vicini: Chi sono queste persone? È anche importante capire il ruolo che maschere e occultamento hanno giocato nella pittura di mio padre per tutta la sua carriera, con riferimento alla Commedia dell’arte e ai grandi pittori veneziani, che Guston amava. È un argomento così complesso, ma deve essere compreso per apprezzare appieno questi lavori. Vi suggerisco, in tal senso, l’importante saggio di Alison de Lima Greene all’interno del catalogo Philip Guston Now, per approfondire. 

In un articolo pubblicato il 3 ottobre in occasione della mostra da Artribune, a firma di Peter Benson Miller, il critico che ha curato mostre e libri dedicati a Guston ha scritto: non c’è momento migliore di adesso per una retrospettiva di Philip Guston. Guardando indietro nel lavoro e nella storia di questo artista singolare e visionario, possiamo iniziare a tracciare il diagramma del futuro per una società più giusta ed equa. Sei d’accordo con la sua interpretazione?
Certamente, condivido. Peter ha sottolineato un aspetto importante condiviso da molti altri negli ultimi mesi. 

Il 4 febbraio è uscito il tuo libro Philip Guston by Laurence King Publishing. Ce lo racconti?
Il mio libriccino, Philip Guston, è una relativamente breve introduzione alla vita e al lavoro dell’artista con immagini di grande qualità. È una pubblicazione poco costosa a introduzione della sua opera, per i curiosi. Testo, formato e immagini sono stati completati prima del 2020 ed è stato stampato in contemporanea con la grande, definitiva monografia di Robert Storr Philip Guston: A Life Spent Painting, pubblicata a settembre 2020. I due libri si completano l’uno con l’altro e penso servano per scopi differenti, così come fa il catalogo Philip Guston Now, anche questo uscito nel 2020, che raccoglie le risposte di molti artisti e storici dell’arte contemporanei. Il mio libro è meno ambizioso ma penso che possa offrire agli “iniziati” al lavoro di Guston il senso di una piena scoperta della sua vita e del suo lavoro, dai murale degli anni ’30, ai lavori figurativi del ’40, all’astrazione degli anni ’60 e ai dipinti tardo figurativi del 1968-80, per i quali è molto noto oggigiorno. 

Guston working on his mural Work the American Way, 1939. ©The Estate of Philip Guston
Guston working on his mural Work the
American Way, 1939.
©The Estate of Philip Guston

Cosa significa per una studiosa, ma anche per una figlia, scrivere del lavoro del padre? Quanto c’è di te e della tua storia in questo libro?
Ho scritto di mio padre molte volte, specialmente negli ultimi cinque anni. Ho messo un po’ della mia esperienza nel saggio Resilience: Philip Guston in 1971, pubblicato nel catalogo della mostra del 2019. Ma per me questo nuovo libro presenta una sfida speciale, quella di catturare la sua vita e la sua opera senza troppi giri di parole. Ho raccontato la mia storia personale anni fa, nel mio memoir Night Studio, pubblicato nel 1988, e successivamente ripubblicato nel 2016 con una nuova postfazione e molte immagini. Lavorando su questo testo e negli anni che sono seguiti ho risolto i problemi relativi all’assenza di mio padre e alla sua morte prematura, un venire a patti che mi ha dato la libertà di lavorare successivamente sulla sua eredità in maniera più oggettiva, con l’impegno che merita. Ma alla sua morte nel 1980, un incompiuto per la mia vita, essendo cresciuta all’ombra di un grande uomo, ho deciso di perseguire la mia carriera e lasciare il segno in un campo completamente estraneo alla presenza travolgente che ho conosciuto da bambina e da giovane adulta. Nel 2015 ero più che pronta invece a dedicarmi a tempo pieno alla sua eredità. Ho imparato molto dai molti curatori e storici dell’arte che hanno scritto sul lavoro di mio padre nel corso degli anni e non direi mai di poter fare quello che fanno loro così bene. Come scrittrice, ho imparato a onorare la visione e l’interpretazione di ogni critico e curatore, compresa la mia. Gestire l’Estate e ora la Guston Foundation e il nostro sito web mi ha sicuramente dato maggiore sicurezza e fiducia.

Santa Nastro

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.