Si discute di monumenti e di arte pubblica, con un occhio a Roma e uno a New York, soffermandosi su due statue che, in tema di donne e di femminismo, sollecitano sensibilità comune e memorie collettive. Ma la qualità c’è davvero? E il grande tema del ‘monumento’ lo stiamo affrontando a dovere?

Gli ingredienti ci sono tutti. L’arte in pubblica piazza e la statuaria classica come celebrazione; la memoria del grande cinema italiano; la romanità, come identità e patrimonio locale; il femminismo e il femminile, tra l’impegno civico contro il maschilismo e un inno all’altra metà del cielo; la parolina magica assai in voga, “resilienza”, tirata fuori per ribadire quanto siano “combattive” le donne romane. Così spiega Paola Mainetti, vicepresidente della Fondazione Sorgente Group, quando parla di quello “spirito delle donne” che la scultura bronzea appena inaugurata a Roma, in largo Federico Fellini, vorrebbe incarnare.
L’immagine a grandezza naturale è quella dell’immensa Anna Magnani, così come l’artista Antonio Nigro l’ha reinterpretata: “sagace e fiera, popolana e signora”, dice ancora Mainetti, con “una sicura coscienza di sé e della sua origine. Se la vita d’artista fu con lei prodiga di doni e riconoscimenti, la vita di donna la lasciò spesso dolorante e sola“.
L’iniziativa, che la Fondazione ha promosso in occasione della Festa del Cinema di Roma, è stata presentata dal direttore artistico del Festival, Antonio Monda, alla presenza di Noemi Ruzzi (per il Ministero della Pari opportunità) e di Sabrina Alfonsi, presidente del I municipio di Roma. Un’icona del cinema tramutata in monumento, per tornare sul tema delle donne, tra diritti, rispetto, parità e attivismo sociale, e “per condannare ogni forma di sopraffazione e violenza, consapevoli che Cultura e Cinema offrono alle donne importanti occasioni di riscatto“.  L’intenzione è buona, meritevole di plauso, e l’intuizione mediaticamente funziona.
Completa il tutto una panchina rossa, su cui il simulacro si adagia con affettata grazia, poggiando i piedini su un piccolo red carpet. Intorno al fazzoletto di moquette altre panchine color legno: come a delimitare un palco, un set; o come in un giardinetto di quartiere. L’allestimento, firmato dall’azienda Mekane, resterà al suo posto fino alla fine del 2020.

Antonio Nigro, Anna Magnani, 2020 - Largo Fellini, Roma
Antonio Nigro, Anna Magnani, 2020 – Largo Fellini, Roma

CINEMA, DONNE E ARTE PUBBLICA

In poche battute, l’ennesimo saggio d’arte pubblica che non mancava. Una nuova produzione sostenuta e inaugurata da un’amministrazione locale (solo che qui si parla di Roma Capitale), al di fuori di estetiche, logiche, ricerche e linguaggi allineati con la migliore contemporaneità di livello internazionale. Come se in piazza, tanto per cambiare, ognuno potesse fare un po’ come gli pare, quando è proprio la piazza, la strada, il teatro en plein air della comunità, a chiedere un’attenzione speciale, una politica culturale mirata, una valutazione critica e scientifica adeguata, una tensione verso l’eccellenza, o quantomeno verso la qualità.
La novella Anna Magnani guarda dritto dinanzi a sé, fiera, assorta, prorompente. Il volto come maschera tragica, solcato da occhiaie e da pensieri grevi. Somiglianza col soggetto poca e niente, ma non è quello il problema: nell’arte complessa del ritratto la deviazione rispetto al modello è, o dovrebbe essere, intelligente possibilità di reinvenzione. Quel che torna, viene da pensare – come per una quantità illimitata di casi – è quell’accademismo spento, misto di artigianalità e di semplificazione mimetica, sul filo di un iperrealismo senza slancio, laddove è innanzitutto la cifra poetica che manca, nel senso più radicale della parola.

Antonio Nigro, Anna Magnani, 2020 - Largo Fellini, Roma
Antonio Nigro, Anna Magnani, 2020 – Largo Fellini, Roma

MONUMENTO O INSTALLAZIONE?

Tempi di retorica spinta, questi che ci troviamo ad attraversare: quel piano molle in cui si sguazza e ci si specchia, fra arte, politica, comunicazione. E di retorica pecca anche questa operazione romana, pur apprezzabile nei propositi. Dal tema del femminile – declinato in salsa romantico-celebrativa, banalizzando in qualche modo la questione femminista, che chiederebbe complessità d’approccio e inedite prospettive – all’insistenza su quel rosso, che accosta il mitico tappeto cinematografico al colore delle scarpette divenute simbolo della battaglia contro la violenza di genere.
Per non parlare della soluzione allestitiva, che nella sua semplicità didascalica rivendica un’idea di contemporaneità e d’irregolarità rispetto alla classicità del monumento: la modalità è quella dell’installazione – pure relazionale, con le tre panchine libere a favore di passante –, non della statuaria di stampo ottocentesco, con tanto di piedistallo. Come se fosse il basamento il punto (tema su cui, per dirne una, il fortunato ciclo londinese “The Fourth Plinth” ha costruito uno straordinario palcoscenico per esperimenti scultorei, a Trafalgar Square, con artisti contemporanei tra i più significativi al mondo). Il punto non è il “plinto” in sé, non è certo la figurazione, non è l’uso del marmo, del bronzo, oppure di soluzioni “unmonumental”, come la più recente tendenza aveva imposto. Il punto, in generale, è l’attitudine, la maniera, che per non essere manierismo d’accademia, o peggio di bottega, dovrebbe puntare verso processi nuovi, piani obliqui, illuminazioni, tra potenza visiva, ricerca formale e rigore concettuale.

LA GORGONE DECAPITA PERSEO. UN COMMENTO AL METOO

A New York, negli stessi giorni, un’altra statua femminile è apparsa, con un’interessante corrispondenza d’intenzione e di riferimenti. Dalla mitologia del cinema a quella del mondo classico, con la causa femminista che diventa ancora spunto, missione.
Siamo nel parco di fronte il New York County Criminal Court, dove Harvey Weinstein è stato condannato a 23 anni per abusi e molestie sessuali. Qui campeggia oggi una Medea alta circa due metri: una spada nella mano sinistra, nell’altra la testa mozzata di Perseo. L’autore è l’italo-argentino Luciano Garbati, che – ispirandosi al gruppo scultoreo di Benvenuto Cellini, tra i capolavori fiorentini di Piazza Della Signoria – ne ha provocatoriamente capovolto i ruoli e il senso: a trionfare, vindice e altera, è la Gorgone dallo sguardo di pietra e le chiome di serpi, ora guerriera vittoriosa, non più vittima dei soprusi maschili (lo stupro inflittole da Poseidone e la morte cruenta per mano di Perseo, dimenticando peró il ruolo di Atena, colei da cui venne la somma punizione per la fanciulla violata). E non c’è, qui, il mostro dal volto grottesco, riconducibile ad alcune voci della tradizione greca, ma una versione edulcorata, seducente, perfetta, da supereroina moderna in lotta contro il patriarcato, nello splendore di una fisicità canonica. La creatura mitologica in fuga, sinistra incarnazione della paura distruttiva che l’astuzia umana sconfiggerà, diventa metafora di un femminino dai denti aguzzi e dalla lama affilata. Spietato, ferino.

Luciano Garbati, Medusa with Perseus, 2008
Luciano Garbati, Medusa with Perseus, 2008

Buona la fattura della statua, al di là della rigidità accademica, forte l’immagine e ben costruita l’operazione comunicativa, tanto da aver generato un nuovo feticcio di tendenza, rimbalzato con vigore sui social e replicato da alcuni appassionati persino in versione tatuaggio. Ancora una volta, però, il meccanismo si avvita intorno alla banalità del bene, del bello patinato e della teatralizzazione retorica. C’è un ‘messaggio’ (“la scultura è diventata un simbolo di giustizia per molte donne”, ha dichiarato l’artista), come in un mero esercizio didattico; c’è un’icona universale piegata alla cronaca attuale, a dispetto della sua forza antica, che è archetipica, sommersa, complessa, potentemente tragica, chiaroscurale.
E c’è infine la controversia di un’immagine violenta, che non poteva non destare polemica: la Medusa del Tribunale di NYC, col suo gesto omicida, pare il segno di un femminismo equivoco, vendicativo, alla base di un giustizialismo sanguinario e di una radicalizzazione dello scontro tra i sessi. L’autore, per inciso, è un uomo: fosse stata una donna, a concepire un’opera per l’occasione, avrebbe scelto la medesima direzione?
L’opera, realizzata nel 2008, dunque assai prima dell’affaire MeToo, è stata adesso riprodotta in una versione da 30 centimetri, un multiplo in edizione da 100, venduto a 750 $ e già andato sold out. Garbati l’ha promossa insieme a MWTH – “Medusa With The Head”, progetto lanciato dall’artista Bek Andersen per indagare narrazioni e immaginari classici, rispetto al ruolo che hanno nel presente e nella costruzione del futuro. “Medusa with Perseus” resterà visibile all’interno del parco fino al 30 aprile 2021.

POPULISMI DI PIAZZA

Se ne vedono parecchie, ovunque. Opere gettate nello spazio comune, nel segno dell’approssimazione; prove che spesso non superano la sufficienza, sbilanciate verso la retorica o la decorazione, magari chiamate a sollecitare dibattiti che toccano le coscienze e le sensibilità, celebrando icone riconosciute e accolte dal pubblico con favore, in forza della citazione ruffiana, della mera rappresentazione, della facile commemorazione. Accade nelle piazze, come su milioni di muri, saturando progressivamente lo spazio della visione. È il racconto populista, nemmeno popolare, con cui costruire illusione di comprensione, gratificazioni al ribasso e una placida commozione, più da illustrazione pop che da tragedia greca o da epos neorealista.
Il tema della memoria e del ‘monumentum’, incalzante e controverso, torna intanto a interrogare platea, artisti, addetti ai lavori, persino nella foga di mirate operazioni di demolizione. Come e quando celebrare? Ha ancora senso eternizzare volti, figure, messaggi morali, nella scorza granitica di un simulacro? E se sì, come ripensare la nozione stessa di monumento, di spazio pubblico, di memoria collettiva? La strada del ‘consueto’ e del ‘banale’ non è mai quella migliore, e la sfida dell’arte resta, in un contesto profondamente mutato rispetto alla tradizione, occasione per rimettere sul tavolo riflessioni incisive sull’estetica, le forme del sociale e la loro evoluzione.

– Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stata anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.