Difficile attribuire il giusto valore alla produzione pittorica contemporanea, ma la mostra al MÉCA di Bordeaux ci offre ottimi spunti di riflessione.

Cosa s’intende attualmente per pittura? È qualcosa di identificabile con il medium o con la funzione? Con la tecnica o con il formato? Questi e molti altri interrogativi nascono al MÉCA di Bordeaux in occasione della mostra Milléniales.
Con il termine Milléniales ci si riferisce a un insieme di opere pittoriche realizzate tra il 2000 e il 2020, appartenente alle collezioni pubbliche francesi, che si distingue per la rilevanza assunta nell’ambito della creazione contemporanea. Gli autori, afferenti a generazioni diverse, hanno deciso, quindi, di accettare la sfida che la produzione pittorica rappresenta nell’era del digitale. Risulta sempre più difficile, infatti, porsi nel campo di opere “materiali” o “fisiche”, e che rivendicano, come in questo caso, la volontà di voler essere addirittura pittoriche nel senso tradizionale del termine. E questo sulla scia di una continuità storica, nell’adozione di un certo tipo di formato e di genere, pur integrando delle tecniche meccaniche, come la serigrafia, la progettazione PAO o la stampa digitale.

Blair Thurman, Ribbons & Bows, 2019, acrilico su tela su tavola, 239x140x7 cm © Blair Thurman. Courtesy l’artista. Photo DR
Blair Thurman, Ribbons & Bows, 2019, acrilico su tela su tavola, 239x140x7 cm © Blair Thurman. Courtesy l’artista. Photo DR

LA MOSTRA SULLA PITTURA A BORDEAUX

Nell’avvicendarsi delle sale, allestite dal curatore Vincent Pécoil, i lavori lasciano emergere una prima verità: nell’era dell’obsolescenza programmata, regola tacita della produzione industriale, la pittura non ha paura nel mostrarsi in tutta la sua obsolescenza. In un contesto globale in cui tutto deve rappresentare una novità per essere commercializzato, essa vuole imporsi proprio per i suoi aspetti non moderni, che si esplicano nella ripresa di soggetti, di forme e di tecniche più o meno tradizionali.
Per invitare a ulteriori riflessioni, il percorso espositivo si articola nella classica suddivisione per generi, la stessa in uso dal XVII secolo. Ben presto ci si rende conto che il ritratto e l’autoritratto, il paesaggio, la pittura di storia e la natura morta, se riproposti sotto forma di pittura “classica”, generano un effetto davvero straniante; perché le funzioni e i significati che essi rivestivano in passato sono rintracciabili oggi nella fotografia, nel cinema e nella pubblicità.

Wade Guyton, Untitled, 2018, stampa inkjet Epson UltraChrome HDX su lino. Courtesy l’artista & Galerie Chantal Crousel, Parigi © Wade Guyton. Photo DR
Wade Guyton, Untitled, 2018, stampa inkjet Epson UltraChrome HDX su lino. Courtesy l’artista & Galerie Chantal Crousel, Parigi © Wade Guyton. Photo DR

RITRATTI, AUTORITRATTI E SELFIE

Più in particolare, la sezione dedicata ai ritratti e agli autoritratti (di artisti come Sylvie Fanchon, Simon Linke, Daan van Golden) è quella che maggiormente evidenzierebbe il carattere di obsolescenza del genere, investito com’è da un tipo di trasformazione digitale che è maggiormente alla portata di tutti. La miriade di immagini e di selfie postati quotidianamente sui social media rendono antiquato ai nostri occhi anche un certo tipo di fotografia che potremmo definire “classica”, che aveva a sua volta scavalcato il ritratto pittorico. Per arrivare, infine, al ritratto biometrico, utilizzato per il passaporto e basato su aggregati di dati digitali associati al volto di ciascuno di noi.
Diverso, poi, è anche il rapporto tra pubblico/privato che caratterizza il prodotto artistico, spesso postato sui social media prima ancora di lasciare l’atelier dell’artista.
I selfie circolano, quindi, privatamente come se fossero figurine da collezionare o da scambiare. Una forma di pubblicità, dunque, che è allo stesso tempo un’appropriazione privata dell’opera.

Michael Scott, #M76, 2018, vernice a smalto su alluminio, 76,2x50,2 cm © Michael Scott. Courtesy l’artista & Xippas. Photo DR
Michael Scott, #M76, 2018, vernice a smalto su alluminio, 76,2×50,2 cm © Michael Scott. Courtesy l’artista & Xippas. Photo DR

LA CENTRALITÀ DELL’ARTISTA

Altro aspetto di totale rottura con il passato è, poi, l’assoluta centralità dell’artista creatore. Le opere in mostra si rivolgono allo spettatore proprio come se fossero delle persone, con una loro individualità, soggettività e un loro carattere. Anche la pittura, quindi, decide di mettere in secondo piano il destinatario e l’esistenza di un messaggio e di un significato condivisibile dalla collettività, ponendosi piuttosto come un ulteriore campo e strumento di ricerca per l’affermazione di sé e della soggettività. Essa conserva, in definitiva, il suo carattere di medium inteso come materia o tecnica, ma non come mezzo per veicolare un messaggio da un mittente a un destinatario. Una scelta questa che è lo specchio della nostra società, pagata, come per tutte le altre cose, al caro prezzo della rinuncia all’immortalità.

‒ Arianna Piccolo

Bordeaux // fino al 3 gennaio 2021
Milléniales. Peintures 2000-2020
MÉCA
Quai de Paludate
www.la-meca.com

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Arianna Piccolo
Storico dell’arte e giornalista, vive tra Parigi, Napoli e Roma seguendo il ritmo dei vari impegni lavorativi e di studio. Dopo la laurea Magistrale in Storia dell’arte, intraprende il percorso giornalistico, attraverso TV, web e carta stampata, curando l’ufficio stampa e l’organizzazione di eventi culturali di rilevanza locale e nazionale. A seguito di numerose esperienze in ambito museale si specializza nel settore del marketing e della valorizzazione dei Beni Culturali. Si reca, poi, a Parigi dove consegue un Master 2 all’università Sorbonne in Museologia e Mediazione Culturale svolgendo, in quest’ambito, un’importante esperienza come assistente alla conservazione del Dipartimento degli Oggetti d’Arte del museo del Louvre.