Massimo De Carlo Pièce Unique: la galleria di Lucio Amelio è il sesto spazio del colosso italiano

È la sesta galleria di Massimo De Carlo (due a Milano, una a Londra, una ad Hong Kong e una virtuale). Tuttavia, il nuovo spazio parigino va oltre il format espositivo tradizionale. Ce lo ha spiegato Massimo De Carlo in questa intervista.

Massimo De Carlo Galerie Pièce Unique, Paris, 1989, window's concept and design by Cy Twombly (dettaglio)
Massimo De Carlo Galerie Pièce Unique, Paris, 1989, window's concept and design by Cy Twombly (dettaglio)

Nonostante il lockdown Massimo De Carlo non si ferma: dopo aver inaugurato ad aprile il suo Virtual Space, sbarca a Parigi con una nuova sede. Si tratta di Massimo De Carlo Pièce Unique, un’unica vetrina situata in uno storico edificio al 57 di Rue de Turenne, la cui struttura è stata rinnovata dall’architetto giapponese Kengo Kuma.

MASSIMO DE CARLO SULLE ORME DI LUCIO AMELIO

L’idea di presentare una sola opera nello spazio affonda le origini in un passato eroico: correva l’anno 1989 quando il mitologico gallerista napoletano Lucio Amelio (Napoli 1931, Roma 1994), inaugurava in Rue Callot una galleria innovativa nella capitale francese: qui le opere venivano mostrate una per volta attraverso una vetrina, Pièce Unique per l’appunto, (all’epoca progettata da Cy Twombly), visibili da fuori a tutte le ore del giorno e della notte. Alla morte di Amelio, avvenuta negli anni ’90, il brand e lo spazio furono ereditati dalla sua storica assistente di galleria Marussa Gravagnuolo, che ne ha portato avanti l’attività poi con l’ingresso della socia Christine Lahoud, fondando anche un secondo spazio Pièce Unique Variations, in rue Mazarine.

Massimo De Carlo Galerie Pièce Unique, Paris, 1989, window's concept and design by Cy Twombly
Massimo De Carlo Galerie Pièce Unique, Paris, 1989, window’s concept and design by Cy Twombly

MASSIMO DE CARLO PIÈCE UNIQUE A PARIGI

Oggi il concept e il brand del progetto vengono acquisiti e riproposti da Massimo De Carlo, nel rispetto della forte legacy di Amelio, con una programmazione che darà ampio spazio a soluzioni espositive sperimentali, con l’intento di introdurre nuove riflessioni e punti di vista nelle regole del sistema artistico. Le modalità rimarranno le stesse del 1989, ma la sede sarà differente: il gallerista milanese ripropone Pièce Unique in Rue de Turenne (dall’altra parte della Senna), in un edificio ristrutturato dall’architetto giapponese Kengo Kuma. Importante sarà l’approccio della tecnologia e del digitale, che diverrà parte integrante della nuova modalità espositiva. Ci ha spiegato tutto De Carlo in questa intervista.

La storia di Pièce Unique parte nel 1989, con l’intuizione del gallerista Lucio Amelio: in che modo la galleria Massimo De Carlo si appropria di questa idea?
Avremmo potuto anche sviluppare da soli questa modalità espositiva, non è che esistano dei brevetti verso la possibilità di operare in un modo rispetto a un altro. Quello che ci interessava, però, era appropriarci dell’idea e del luogo per creare questa sovrapposizione. Purtroppo, una serie di circostanze sfortunate ha fatto sì che il contratto di affitto di quel luogo non fosse più rinnovabile mentre eravamo in trattativa per acquisire il marchio. Quindi abbiamo deciso di riproporre Pièce Unique rimanendo fedeli a quella che era la sua impostazione, ma aggiornando sia il luogo che l’architettura.

Con quale modalità?
Ci siamo chiesti come potesse essere la Saint Germain degli anni Ottanta a Parigi e abbiamo pensato che Rue de Turenne fosse il luogo che rappresentasse meglio quel tipo di situazione: un quartiere fortemente legato a un contesto artistico e con una presenza importante di operatori del mondo dell’arte contemporanea. Si tratta quindi dell’acquisizione di un marchio, di cui noi siamo adesso proprietari.

È curioso anche il fatto che un progetto di oltre trent’anni resti attuale oggi, in un momento in cui le regole mondo sono totalmente cambiate.
Non mi sembra curioso. È un modello di lavoro. In fin dei conti, il “modello white cube” dal quale mi sono affrancato con l’apertura delle ultime gallerie esiste da cinquant’anni. Tuttavia, nell’ambito di quello che io penso debba essere valutato come un rinnovamento necessario delle modalità espositive delle gallerie, trovo Pièce Unique molto attuale.

Quale sarà la modalità di accesso a Pièce Unique?
Si può entrare all’interno dello spazio. Si tratta di una galleria tradizionale ma ridottissima che accoglie un solo lavoro per volta. Le modalità espositive verranno di volta in volta rinnovate, faremo degli esperimenti. Abbiamo parecchie idee sulle quali stiamo lavorando. Però, la cosa più importante in questo momento è che il lavoro Pièce Unique riesca a proporre un modello alternativo al “pachidermismo” delle gallerie di arte contemporanea attuali: i 1000 o 2000 metri quadri, i cinque piani… Comprese le varie attività nel medesimo luogo come le librerie, i ristoranti. Tutte cose interessanti, con il loro margine di novità. Ma ora quello che ci preme di più in questo caso è la sostenibilità del progetto, una dimensione che permette di privilegiare i contenuti. Avendo una macchina più piccola si è più agili e si può andare dappertutto.

Come ha vissuto questa decisione di investire e rilanciare in un momento si grossa difficoltà e crisi, sia economica sia di identità stessa del concetto di galleria?
Per noi si tratta semplicemente di non cambiare programma. Questa acquisizione era stata programmata due anni e mezzo fa, siamo arrivati alla sua conclusione nel dicembre 2019, ovvero prima che scoppiasse la pandemia. All’inizio l’idea era quella di creare un luogo sostenibile che avesse una complessità di lavoro legata ai contenuti e non alla macchina espositiva, che noi abbiamo ridotto al minimo. Paradossalmente, i tempi che stiamo vivendo fanno pensare a questo spazio come a una reazione al momento.

E invece non è così?
No. In realtà, l’unica reazione che c’è stata è quella di far fronte alle difficoltà e continuare con i nostri progetti. È una reazione non-reazione. Piuttosto, è la continuità di un’azione. Crediamo così tanto nel progetto da non pensare che un momento così difficile possa sminuirne la validità.

Come vede i prossimi mesi della galleria Massimo De Carlo?
Penso che la cosa molto importante sia riuscire a mantenere inalterati i valori che fondano il nostro lavoro. Valori legati agli artisti, all’economia (un argomento lo stesso importante), alla sperimentazione. E, soprattutto, non fermarsi di fronte alle difficoltà. Credo che il mondo dell’arte nel 2021 (ma già da questo settembre) sarà in grado di reagire e ricominciare a esporre. Si lavorerà con molta tensione – nessuno è tranquillo in questo momento! – però bisogna cominciare. Quello che ci interessa è ripartire, nei limiti di ciò che è consentito, lavorando il più possibile e il prima possibile.

-Giulia Ronchi

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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.