Francesco De Grandi e i miracoli di Santa Rosa a Viterbo

A Viterbo, nell’ambito del festival Quartieri dell’arte, Francesco De Grandi si misura con la tradizionale processione della Macchina di Santa Rosa. Dandone una lettura laica.

In tempi di pestilenza ‒ ieri come oggi ‒ la figura dell’artista acquista un rilievo inedito. Un tempo era chiamato a congelare il ricordo delle sofferenze subite trasformandolo in monito per i sopravvissuti: così Poussin, così Zanchi o Zumbo in quel secolo super appestato che fu il Seicento.
Oggi la chiamata ha lo scopo di supplire all’impossibilità fisica all’azione. Così sta accadendo a Francesco De Grandi (Palermo, 1968), invitato a Viterbo per re-immaginare una processione barocca del 1690, che ha per protagonista la Macchina di Santa Rosa, una grande macchina barocca che per i cittadini di questa città è un importante punto di riferimento collettivo sia dal punto di vista religioso sia laico. Nell’anno in cui a causa del maledetto virus il baldacchino non potrà transitare, come fa da sei secoli, per le vie della città, arriva questo omaggio strutturato come un sogno.

LA MACCHINA DI SANTA ROSA

Le origini della Macchina di Santa Rosa  risalgono al XIII secolo, da allora si innalza al di sopra dei tetti di  Viterbo  sorreggendo la statua della patrona  della città. Oggi è realizzata in metalli leggeri  (che hanno sostituito da diversi anni il ferro, il legno e la cartapesta) e ha la forma di una torre illuminata da fiaccole e luci elettriche. La torre è stata ricostruita più volte durante i secoli, ogni volta sempre più alta sino a raggiungere gli attuali trenta metri. La notte del 3 settembre i suoi cinquantuno quintali vengono sollevati e portati in  processione  a spalle da un centinaio di uomini detti “Facchini di Santa Rosa” lungo un percorso articolato immerso nel buio nel quale solo la Macchina risplende.

Francesco De Grandi, Vago fiore, 2020
Francesco De Grandi, Vago fiore, 2020

L’INSTALLAZIONE DI FRANCESCO DE GRANDI

Ora il curatore Marcello Carriero ha chiamato De Grandi a realizzare un’installazione all’interno dell’ex Chiesa degli Almadiani, che farà da perno a una serie di eventi performativi previsti dal festival Quartieri dell’arte: il suo titolo, Vago Fiore, cita un inno elevato dai fedeli al passaggio della Santa.
De Grandi ha prodotto a questo scopo dodici carte, sei orizzontali e sei verticali, utilizzando pastello nero e oro. Per fare ciò è partito dalla ricostruzione di una serie di episodi legati alla vita della Santa che, seppellita nella nuda terra (apparteneva all’ordine francescano), nel racconto popolare viene poi riesumata intatta a distanza di un secolo dalla morte. Così De Grandi, proprio a partire dalla riesumazione, ha disegnato episodi della vita e dei miracoli attribuiti alla Santa, oltre alla macchina barocca attuale, al ritratto di due facchini e persino un’assunzione al cielo che, a detta dello stesso pittore, per la parte riguardante i devoti “assomiglia parecchio a un rave…”: affermazione che lascia pochi dubbi circa l’assoluta laicità del suo sentire.

RELIGIONE E SENSO DEL SACRO

Come strategia di esposizione i disegni (100×70 cm) sono posti al centro della chiesa su strutture costruite intorno a un bastone dorato che richiama la struttura delle vare, ognuna in grado di reggere due disegni alla volta disposti come incunaboli su un leggio. Con “vara” nell’Italia del Sud si intende il carro trionfale su cui vengono posti statue o dipinti di santi. L’installazione è in qualche modo anche una versione postmoderna di una biblioteca rinascimentale o barocca. Per questo spazio Gian Maria Cervo ha creato inoltre un tappeto sonoro da cui emergono voci da fiera ed espressioni di incitamento dove si mescolano sacro e profano.
Quello che appare intrigante in questi lavori di De Grandi è proprio il suo confrontarsi con il sacro: per artisti con un atteggiamento distaccato verso ogni tipo di ideologia come lui, quest’ultimo potrebbe rappresentare di nuovo uno straordinario terreno di ispirazione e produzione.
Scrive Giulio Zanchi nel suo recentissimo Un amore inquieto. Potere delle immagini e storia cristiana: “La secolarizzazione della civiltà non ha significato necessariamente l’estinzione del bisogno spirituale. Lo ha semplicemente trasformato. Ha acquisito la fluidità di un sacro senza trascendenza che in questa forma ha persino ingigantito il suo raggio di respiro. La nostra civiltà tardocapitalistica, estetizzata e procedurale, sembra aver perso la sua fede in Dio, ma non il senso del sacro”.

Aldo Premoli

Evento correlato
Nome eventoVago Fiore
Vernissage02/09/2020
Duratadal 02/09/2020 al 15/10/2020
AutoreFrancesco De Grandi
CuratoriMarcello Carriero, Loredana Parrella
Generiarte contemporanea, performance - happening, serata - evento, disegno e grafica
Spazio espositivoEX CHIESA ALMADIANI
IndirizzoPiazza dei Caduti Viterbo - Viterbo - Lazio
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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di “Huffington Post”. Direttore della piattaforma super local “SudStyle.it”; senior curator di San Sebastiano Contemporary a Palazzolo Acreide; a Catania ha fondato l’onlus Mediterraneo Sicilia Europa, che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà. Dal 2020 visiting professor presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.