In occasione di una mostra collettiva al Witte de With di Rotterdam, abbiamo incontrato l’artista olandese Bouke de Vries. Per parlare di ceramica, di memoria, di culture differenti e lockdown.

Gli ultimi mesi hanno segnato un momento di portata storica, le cui conseguenze sul piano geopolitico e culturale non sono ancora ben definite. Mentre studiosi e ricercatori raccolgono dati per stendere analisi e previsioni, ognuno cerca di creare un ricordo personale, una mappa delle emozioni – a volte drammatiche – che ha vissuto.
Visitando la mostra An exhibition with works by Athos Bulcão, Marcos Castro, Anna Franceschini, Ni Haifeng, Nicolás Lamas, Praneet Soi, Adriana Varejão, Ana Vaz, Bouke de Vries, Raed Yassin, Karlos Gil & Belén Zahera presso il centro di ricerca d’arte contemperanea FKAWDW (Formely Know As Witte de With) di Rotterdam fino al 23 agosto, colpiscono i lavori in vetro e ceramica della serie Memory Vessel di Bouke de Vries.
Queste sculture, realizzate con frammenti riassemblati a partire da ceramiche che hanno subito un trauma, possono divenire metafora di un sentire condiviso, di un desiderio di raccogliere frammenti emotivi e memorie di vita e preservarli per un futuro forse diverso ma non necessariamente privo di poesia e bellezza.

Bouke de Vries, Memory vessel with wax seals, 2020
Bouke de Vries, Memory vessel with wax seals, 2020

L’INTERVISTA A BOUKE DE VRIES

Sei un olandese che vive a Londra da ormai quasi quarant’anni. Quale influenza ha avuto la cultura della tua patria d’origine sul tuo lavoro?
Forse la più grande influenza è stata quella della pittura di natura morta del Seicento. Quando ho iniziato a realizzare i miei lavori, questa è stata una fonte di grande ispirazione. Adoro i vari significati nascosti nei dipinti e come i diversi oggetti, animali e insetti abbiano tutti un significato, spesso legato alla morte. Le farfalle, ad esempio, si riferiscono alla resurrezione di Cristo.

Quali input artistici ti hanno affascinato invece durante i primi anni nel Regno Unito?
La critica sociale e l’umorismo inglese mi hanno immediatamente attratto. È una parte molto importante della vita di tutti i giorni e ho cercato spesso di usarla nel mio lavoro ma non facile da ottenere.

Quando hai deciso di confrontarti per la prima volta nell’arena dell’arte contemporanea?
Stavo cercando un modo per esprimermi ma non avevo trovato la via giusta. Volevo assicurarmi di non fare qualcosa di derivativo. Poi, circa dieci anni fa, mi è venuto in mente che il lavoro che stavo facendo come restauratore di ceramica sollevava già di suo così tante problematiche che non venivano sempre affrontate. Inoltre, mi sentivo a mio agio mettendo a frutto le conoscenze e le competenze che avevo sviluppato nei quindici anni precedenti.

Come si è evoluta la tua pratica nell’ultimo decennio?
Ho iniziato a lavorare su scala domestica con lavori di piccolo formato che non richiedevano un grande studio e ho pensato che quella sarebbe stata la dimensione della mia arte, ma ben presto sono stato contattato dallo Holburne Museum di Bath con l’incarico di realizzare un’installazione per un tavolo lungo otto metri. Ero molto intimorito al momento, ma l’opera che ho realizzato, intitolata War & Pieces, ha viaggiato in tutto il mondo e sarà in mostra prossimamente a The Frick Museum di Pittsburgh. Una commissione del genere mi ha dato la fiducia necessaria per lavorare su progetti su larga scala.

An exhibition with works by…, Exhibition view at Witte de With Center for Contemporary Art, Rotterdam 2020. Photo Kristien Daem
An exhibition with works by…, Exhibition view at Witte de With Center for Contemporary Art, Rotterdam 2020. Photo Kristien Daem

Puoi dirmi di più sulla serie Memory Vessel?
Dopo aver studiato restauro, ho lavorato per tre mesi al Victorian & Albert Museum a Londra e uno dei pezzi che ho restaurato era un’urna cineraria di vetro romana. Anni dopo, quando ho realizzato le mie opere, ho pensato di applicare l’idea di un’urna cineraria a un vaso rotto. Trovo vasi rotti, ne ricostruisco la forma e ne faccio una replica esatta in vetro soffiato; quindi i frammenti rotti vengono decostruiti e disposti all’interno della nuova forma. Il vetro diventa un ricordo del vaso e un ricettacolo per i suoi frammenti, sia in senso concreto che figurato.

Alcuni pezzi di questa serie sono attualmente esposti al Witte de With di Rotterdam. Perché queste opere sono così rilevanti nel contesto globale di oggi?
La mostra esamina il commercio e la migrazione attraverso la distribuzione di ceramiche bianche e blu in tutto il mondo. La porcellana bianca e blu fu prodotta per la prima volta in Cina durante il periodo Ming intorno al 1320 e si fece poi strada attraverso il Medio Oriente e il Nord Africa in tutta Europa e ancora in Nord e Sud America. Uno stimolo vitale per lo sviluppo del commercio globale. Ovunque è stata riprodotta in diverse forme vernacolari, incorporandosi in numerose culture. Molti dei miei lavori utilizzano proprio frammenti originali di questi lavori, sia originali cinesi in porcellana di epoca Kangxi, sia in ceramica di Delf.

Mantenere viva la memoria è l’obiettivo di questi pezzi?
Sono molto interessato alla memoria; nel modo in cui fatti e oggetti vengono ricordati e come questi possano essere diversamente ricordati. I miei lavori aggiungono una nuova memoria agli oggetti che uso e fanno proseguire la loro storia in un modo alternativo.

Crei principalmente da solo, usando le abilità che hai sviluppato come restauratore. Ti interessa anche sperimentare e spingere i limiti del materiale che utilizzi?
Sebbene la ceramica storica sia stata il mio materiale principale, ho anche sperimentato con legno, perspex, bronzo e altri materiali. Sono anche molto interessato all’utilizzo della stampa 3D come modo per espandere ciò che sto facendo e creare nuove idee. Attualmente sto lavorando a un progetto che combina i materiali storici che utilizzo proprio con la tecnologia 3D.

Bouke de Vries, All the tea in China, 2020
Bouke de Vries, All the tea in China, 2020

Cosa hai letto durante il lockdown?
Quando è iniziato il lockdown stavo leggendo The Porcelain Thief di Huan Hsu, un giornalista sino-americano che cercava di trovare la straordinaria collezione di porcellane che il suo bisnonno seppellì quando i giapponesi invasero la Cina. Poi ho letto The silk roads di Peter Frankopan, la storia affascinante delle rotte commerciali dalla Cina. Ogni Paese si concentra sulla propria storia ma, come dimostra questo libro, conoscere la storia di altre culture ci insegna tanto su come le nostre storie sono intrinsecamente legate a altre storie. E ora sto per iniziare Monument Lab, a cura di Paul M. Faber e Ken Lum.

Qual è il tuo prossimo progetto?
I contratti per la mia prima scultura pubblica sono stati appena firmati e la produzione inizierà da un giorno all’altro. Sarà situato a Londra, in bronzo: al momento è tutto quello che posso dire.

– Fabrizio Meris

boukedevries.com

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AutoreBouke De Vries
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