Il libro d’artista di Reverie, “Librosogni”, raccoglie un immaginario ragionato e inedito sulla pratica dell’artista e performer di origine toscana. Parlando del libro abbiamo intrapreso un’ampia conversazione in vista dei prossimi progetti.

Indagare se stessi, trovare una dimensione interiore e portarla alla luce, alla condivisione con l’esterno e più indirettamente al confronto con il pubblico è un processo complesso che richiede una padronanza spirituale, una ricerca profonda e un rinnovato senso di sperimentazione, che non si traduce in una visione specifica ma travalica la mera fisicità per divenire sublime poesia. La ricerca di Reverie (Vinci, 1994) appartiene a un flusso in continua evoluzione che con lirismo attraversa varie pratiche e metodologie, l’artista vive in maniera totale ogni gesto, riverbero e sentimento del fare arte, inteso nella formalizzazione di azioni, opere, installazioni, suoni, visioni spaziali e frammenti scenici.
Leggere librosogni vuol dire entrare con delicatezza in un mondo interiore e personale, in un universo sospeso e a volte ben definito, quello di Reverie è un resoconto visivo e gestuale dal valore vibrante, carico di misticismo dove la parola, quella vera e più onesta, annuncia oniriche suggestioni sovrapponibili con storie di labirinti, città, reliquari, ferite e rose eterne. librosogni è una narrazione inquieta scandita da novantanove sogni annotati con segno vivido, registrati e documentati attraverso il linguaggio della cacografia che strettamente si avviluppa con l’immagine fotografica con il ricordo di un tempo passato, lo sguardo nel presente e le chimere del futuro.

Reverie nel suo studio, Milano, giugno 2020. Photo Carlotta Coppo
Reverie nel suo studio, Milano, giugno 2020. Photo Carlotta Coppo

L’INTERVISTA A REVERIE

Qual è l’origine della tua ricerca?
L’origine sta nel vivere. Nasco in una famiglia che ha dedicato la sua esistenza all’Arte e che mi ha lasciato sempre libera. Centrandomi su un equilibrio fatto di sé nel mondo, di mondo nel sé.
Sono stata lucida e fortunata nel capire una mia direzione autonoma che non fosse una strada a senso unico, ma che si diramasse in un labirinto ordinato e soprattutto aperto. Relativamente alle mie opere e performance non mi sono mai posta nessun limite di espressione, strumento, tecnica, media, installazione, suono, abito, dimensione… attualmente potrei solo dire che l’unico linguaggio che fino a oggi non ho usato è quello della pittura. Arte sta nel vivere. Come i cicli di vita, anche performance, opere, libri rientrano a gruppi in insiemi distinti. Ciascuno ha un tema chiave che si districa e viene analizzato in modi, forme, gesti diversi e porta a nuove creazioni che non sono “fini” ma nuovi “inizi”.

In che modo arrivi alla formalizzazione di librosogni?
Relativamente alla gestazione di librosogni, una volta concluso un penultimo ciclo di lavori, confesso che avevo pensato per un momento di fermarmi con le performance così da far conoscere anche le opere che avevo realizzato fino ad allora. Ho sentito però di dover rispondere a un comune bisogno, usare così l’alfabeto sul sogno composto negli anni per esortare al vero mostrando all’attualità di donne e uomini il proprio sé e auspicare poeticamente un agire concreto. È iniziata così la nuova serie dedicata al mondo onirico, poetica della mia essenza. Se credessi nell’anima, definirei il sogno tale e so che di questo gioirebbero sia mio padre che Bachelard, ai quali devo il mio nome per la Poetica della rêverie.

I tuoi sono stati periodi intensi di ricerche.
Avendo indagato questo tema a 360°, ho potuto raggiungere l’elaborazione di un alfabeto personale che fosse scisso dagli insegnamenti appresi nelle numerose e varie discipline ma che parlasse semplicemente la lingua dell’arte. Sono nati così numerosi progetti di performance e opere: per quanto riguarda le prime, ho cominciato con Sogno 1: l’archetipo del sé per gli spazi della Fondazione VOLUME! di Roma costruendo un uovo-matrice in cui, durante tutta una notte, ho accolto e guidato il sogno di uno spettatore alla volta e altre che avrei dovuto realizzare nel 2020; mentre, per le seconde, creo “oggetti da sogno” (ceramiche) e opere di sintesi e installazioni con bronzo, seta, vetro, specchi, fotografia, video, suono… In parallelo però, dato che tutto questo agire era rivolto alla collettività (le opere di sintesi nascono dai feedback e dal materiale raccolto delle reazioni del pubblico) mi sarei sentita in difetto se anche io non mi fossi messa sullo stesso piano, a nudo, dimostrando una parità di intenti e disposizioni.

Reverie nel suo studio, Milano, giugno 2020. Photo Carlotta Coppo
Reverie nel suo studio, Milano, giugno 2020. Photo Carlotta Coppo

Mi parlavi di un diario.
Se inizialmente infatti librosogni è nato come un taccuino su cui avevo inciso in argento lo stesso titolo e nel quale mi esercitavo a scrivere di getto qualsiasi tipo di ricordo onirico (da sogni a incubi fino a sogni a occhi aperti ecc.) andando avanti diventava chiaro che si stava formando un corpo che poteva avere un respiro, una funzione, un’autonomia. E così mi sono data un giorno di scadenza per la raccolta dei sogni e ho selezionato una piccola parte dei miei “sogni fisici”, scatti in bianco e nero che modifico a mano da cinque anni e che stampo, come tutte le mie foto, in pezzi unici di grandi dimensioni e che non sono intenzionalmente precisate né per il tempo né per lo spazio. Ed è stato davvero un sogno che Skira abbia voluto sostenere il progetto. Sono grata a loro così come sono grata a Raffaella Perna.

Ti eri già cimentata con il libro d’artista?
Avevo precedentemente realizzato un libro d’artista ma da collezione e solo in trentatré esemplari. La possibilità che questa volta potessero teoricamente averlo tutti era un tassello importante per la sua funzione: librosogni è un pungolo maieutico come spesso lo sono le mie azioni. Ho trascritto i sogni in purezza senza censure e senza modifiche, da ricordi di abusi che ritornano a sensazioni di effimera felicità o dettagli splendenti, e pubblicarli senza nascondersi è un invito per tutti a fare lo stesso, a condividersi in libertà semplicemente con se stessi o anche con gli altri. Il mondo dei sogni non ammette maschere.

Quali erano i rituali che dedicavi alla documentazione nelle prima fasi dopo il ricordo del sogno?
Ho tanti riti ma nessuno riguardante la trascrizione dei sogni. Come accennato sopra, librosogni è nato inizialmente come puro esercizio. Era un’esigenza di velocità e di getto: come raccogliere un’impronta prima che un oggetto venisse ripulito; come un richiamo, un’eco che prima gridi e poi ascolti nuovamente; era una lettura già prima di scriverla che poi facevo a voce alta.

I sogni hanno una valenza importante nella tua quotidianità?
Adesso che mi fermo a rifletterci capisco che forse la definizione migliore per il mio rapporto col sogno è predestinazione. Non si nasce valori assoluti. E sin dal primo vagito ci nutriamo della stessa aria di altri intorno a noi che già ci hanno donato il loro sangue. Come Achille che fu immerso nello Stige dalla madre Teti che lo segnò tenendolo per il tallone così, tra la poetica di Bachelard e la mano di mio padre, anche io sono stata battezzata Reverie. Non solo per ateismo ma anche per una classica definizione di grecità, credo nell’indipendenza del corpo. E i sogni sono tali, corpi che ci accompagnano o precedono o sorreggono. Non sono ombre, non sono anime, non sono intangibili, non sono parte di noi ma sono identità: siamo noi. Anche se ho lavorato, sto lavorando e lavorerò a cicli e tematiche diverse dal sogno, questo sarà un terreno sempre fertile per la mia arte, un alfabeto sempre pronto nell’operare.

Reverie nel suo studio, Milano, giugno 2020. Photo Carlotta Coppo
Reverie nel suo studio, Milano, giugno 2020. Photo Carlotta Coppo

Ti condizionano emotivamente?
Mi aiutano a riflettere. Nel senso più oggettivo e più teorico del termine. I sogni sono momenti di vita più concreta della realtà stessa. Se ben usati permettono di vedersi e apprendere. Sono chiavi di lettura delle nostre esistenze singole e collettive. Sono specchi che non dovrebbero semplicemente suggestionare o colpire come lampi o soffrire di facili e approssimate interpretazioni. Sono i soli specchi che possono insegnare e guidarci per andare al di là del comune habitus, in profondità e in ogni direzione possibile. Tornando a un discorso più personale, l’unica tipologia di sogni che mi condiziona sono quelli a occhi aperti. Sin dall’infanzia proteggevo i miei momenti onirici alla luce del sole avvisando della mia concentrazione estatica per finalità creative. A volte mi convincevano di poteri nascosti, altre mi permettevano di comprendere meglio momenti e persone, altre guidandoli aprivano nuove strade e mi salvavano dall’incubo quotidiano dandomi strumenti per agire… ogni volta ne esco cambiata. Se quando ero piccola avevo costanti rêverie, adesso sono momenti rari ma intensissimi che segnano cicatrici sui miei occhi stanchi di virtualità, eccessive letture, falsità.

Hai alle spalle varie esperienza performative tra le quali anche quella con Hermann Nitsch. Cosa è rimasto nella tua coscienza di quel periodo e quali sono gli insegnamenti che hai assorbito e trasportato nella tua pratica?
Sono solita definire quel periodo del mio percorso e quelle fondamentali esperienza come “palestra di vita”. Sin dall’infanzia sono sempre stata una persona che doveva toccare il fuoco per capire che bruciava per sentirne l’essenza, per sperimentare le sensibilità… e poi partire con una ricerca teorica approfondita il più possibile. Essere appunto onnivora. La 152esima Azione che tu citi, realizzata presso la Fondazione Morra di Napoli, o altri importanti incontri come la VB74 presso il Museo Maxxi di Roma o le numerose collaborazioni con Alcantara a Palazzo Reale di Milano sono stati punti fondanti per capire il mio procedere.

Come è andata l’esperienza con il maestro dell’azionismo viennese?
Ogni volta che incontravo un altro artista mi mettevo nelle sue mani cancellando ogni residuo di me: un corpo vuoto, una tabula rasa. Per esempio non mi sarei mai permessa di dire a Hermann Nitsch che non avrei fatto per lui la “passiva” perché nella mia idea di apprendimento diretto se l’artefice riteneva giusto usarmi in un determinato modo sia estetico che di azione così allora sarebbe dovuto essere. Per Arte sono andata in ipotermia o sono stata crocifissa e ho messo sotto notevoli stress la mia resistenza ma nessuna paura o dolore ha mai scalfito la mia sottopelle sensibile. Come accade per il parto ho rimosso la reazione fisica e ho lasciato visibili solo le cicatrici teoriche.

Cosa hai appreso dalle tue esperienze?
Il più grande insegnamento è stato rendermi conto che, come una nuova pagina bianca, dopo ogni collaborazione ne uscivo paradossalmente pulita. Una volta capito questo ho deciso di provare a dare voce alla mia poetica. Questo ha rafforzato la mia purezza, per me parola chiave. Malgrado infatti le contaminazioni costanti e l’immersione viva in un confronto e dialogo in mari sempre più aperti, pura ho sposato Arte e tale e fedele le rimarrò sempre.

Qual è il tuo rapporto con la scrittura?
Ogni mia opera nasce dalla scrittura. È il punto di inizio di qualsiasi mio ciclo, rito, giorno.
C’è chi mi definisce narrativa. Pregio, difetto? Sicuramente un bisogno primario di vedere il pensiero farsi tangibile davanti a me, camminare con me. Ho iniziato scrivendo poesie da quando avevo cinque anni. Non mi sono mai posta limiti di forma e tipologie testuali. Alcune mie performance sono nate da favole o, come per Futura Poesia alla Estorick Collection of Modern Italian Art di Londra, da invenzioni narrative e finzioni poetiche come un fittizio atto d’accusa in cui mi dichiaravo colpevole di aver appiccato un incendio a Vinci e come il testo L’Incendiaria [L’Incendiario di Palazzeschi] che racconta le gesta di una poetessa che viaggia e incendia alla ricerca degli storici “uccisori del chiaro di luna”. C’è chi definisce la mia scrittura poetica. È la mia spontaneità e non la freno come niente di me.

Reverie nel suo studio, Milano, giugno 2020. Photo Carlotta Coppo
Reverie nel suo studio, Milano, giugno 2020. Photo Carlotta Coppo

Immagino che questo non sia proprio un momento di spontaneità.
Adesso che sto rispondendo a queste domande devo sforzarmi a rispettare le norme della comprensione che un’intervista richiede. Altrimenti trovereste solo neologismipoesia senza spazi tra le parole, senza punteggiatura e frasi tagliate a metà, luoghi sul foglio che necessitano di un’azione per comprendere e una lettura che si rifà al vissuto del lettore. È un comportamento che rispetta la verità nell’agire, nel riconoscere se stessi, nell’accettarsi, nel viversi e nel vivere nel mondo. Anche in questo caso, senza censure, senza costruzioni, senza maschere, senza gabbie e barriere. Così com’è l’essenza stessa di “librosogni” e la decisione che mi ha portato a pubblicare la più vera parte di me. E poi non trovate che sono davvero terribili-illeggibili le stanghette tra le parole? Mica hanno bisogno del millimetro di distanza tra di loro! Almeno i pensieri sono sempre liberi di viaggiare. Me l’ha insegnato ancor di più questo Tempo fuori dal tempo che abbiamo appena trascorso colpiti tutti dal comune virus.

Sul lockdown?
Una cosa positiva di questo periodo di lockdown è stata proprio quella di tornare alla poesia. Ho iniziato infatti sin dal primo giorno a riportare le mie “poesie del quotidiano”. Sento che devo continuare e che troveranno il loro posto nel mondo.

Quale rapporto fra scrittura, immagine fotografica e performance. Ritieni la calligrafia una forma di performance per un solo spettatore – se stessa.
Non sono portata a definire né definirmi ma di una cosa sono certa. La mia poetica è del “vero”. Intendo della vita vera. La mia grafia è una cacografia, apparentemente brutta, illeggibile, non piacevole né piacente.
L’estetica delle mie opere fotografiche è imperfetta e immediata come uno scatto rubato, sincera come solo un sogno che ti appare chiaramente può essere e che non puoi alterare. Il mio canto è sgraziato, senza tonalità eccelse o specialità, è immediato così come tutti hanno liberato almeno una volta le proprie corde vocali in una solitudine scelta. Non penso che la calligrafia sia una forma di performance per un solo spettatore. Ritengo invece che il momento di creazione del contenuto testuale, dell’invenzione poetica e della formulazione dei concetti sia il tempo più intimo e delicato possibile. Come la visione di un sogno a occhi aperti, unico, irripetibile, non-interagibile con altri in quella medesima testa e istante. Non tutto è performance ma ogni cosa è parte di un percorrere. È importante invece pubblicare lo scritto e renderlo fruibile se assolutamente vero per chi lo mette nero su bianco e anche se e soprattutto dal contenuto socialmente scomodo deve idealmente avere l’occasione di essere letto.

In riferimento alle performance invece?
Relativamente invece alle performance che sono state e che vengono tutt’oggi fatte e che si incentrano sulla scrittura in diretta attraverso i più diversi strumenti, dalla penna alla luce, ritengo che spetti alla sensibilità del singolo (artista (in questo caso, ma il discorso si può ampliare) scegliere il modo migliore a suo avviso per veicolare il proprio messaggio. Le parole sono forti. Erano le uniche identità libere di viaggiare anche durante i nostri mesi di quarantena. Le parole non si ammalano e se nate da chi ha coraggio non si corrompono. Data però la caducità e il destino dei corpi e la fine necessaria della nostra specie, devo rettificare una considerazione romantica secondo cui le parole sono eterne. Quando tutte le donne e gli uomini moriranno, nessun verso sarà monumento. E l’assenza sarà un oblio fatto di fuoco invisibile… ma non voglio perdermi in incubi e catastrofi, concentriamoci sull’adesso.

FOG 2020. Reverie
FOG 2020. Reverie

Quando ci siamo sentiti mi accennavi a delle novità. Quali sono i tuoi progetti futuri? E i tuoi “oggetti” futuri?
Il recente mondiale stop ha ovviamente colpito i programmi di tutti. Avevo pubblicamente rallentato nel 2019 per la produzione di sei performance che avrei realizzato quest’anno. La vita dell’Arte però è nel presente e ho sempre portato avanti opere che fossero tali, nel presente appunto, e attuali. Ho quindi deciso di posticiparne alcune, specificando che avrei completamente stravolto il progetto iniziale, e di cancellarne altre perché non più “sentite”. Una soltanto ha vinto la sfida di questa cecità del tempo e desidero parlarne perché mi sta profondamente a cuore. Tutto è cominciato due anni fa, come si confà alla lunga gestazione dei miei lavori, quando in movimento per Milano ho avuto una rêverie rientrando verso la mia casa-studio: un sogno a occhi aperti sul palco della Palazzina Liberty il prossimo 12 settembre. Le persone che sostengono il progetto si sono unite in modo naturale e spontaneo seguendo quel fluire del tutto va sempre come deve. Colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente Mariella per il suo supporto.

The Sleeping Muse.
Questa volta l’opera omonima della performance è nata prima della performance stessa: The Sleeping Muse è un calco a vivo del mio volto (realizzo calchi del mio corpo ogni due anni) con innesti di rose fuso a cera persa. Questo bronzo rievoca nel titolo e nella posa dormiente l’armonia perfetta di Brancusi ma se ne distacca: l’ho volutamente riadattata a una “normalità” a una imperfezione del volto, a un’opera apparentemente grezza anche se raffinatissima. Gli occhi chiusi segnano quel momento del sonno di maggior intensità del sognare e rappresenta in nuce l’essenza della performance, Sogno 2: The Sleeping Muse. Come ogni mia azione, anche questa nasce per gli altri ma a differenza delle precedenti i testi sono del pubblico: da gennaio 2020 è possibile attraverso un format online ancora attivo inviare in forma anche anonima un ricordo onirico di qualsiasi tipo così che a settembre durante la performance io potrò cantare a cappella i sogni di tutti ed esorcizzare insieme le vite, le paure, le esperienze, le attese, le ansie, le voci… di tutti.

Nello specifico?
A fine del lavoro realizzerò, come ogni volta, un’opera di sintesi e sto procedendo affinché, come la fruibilità libera di “librosogni”, sia largamente accessibile. Nel caso aveste piacere a prenderne parte, lascio il link e, nel ringraziarvi, prometto di farne buon uso.
In questi ultimi mesi, malgrado le circostanze, sono riuscita a portare avanti la progettazione delle mie opere in ceramica, “oggetti da sogno”, dei miei quadri in seta e specchio, “sogni di seta” e di una prima serie di pezzi unici in vetro e adesso che c’è stata la riapertura sto lavorando a fisiche novità.

Reverie, Tempo Zero
Reverie, Tempo Zero

Mi hai detto che tra le novità c’è un importante cambiamento in atto: ce ne vuoi parlare?
Mi fa piacere chiudere questo dialogo come un cerchio ritornando ai cicli. Da anni il mio metodo codificato di produzione che si svolge in parallelo a singoli lavori autonomi è: testo, progetto, costruzione, opere in divenire, performance, opere di sintesi. Avevo scelto di non mostrare le mie opere attraverso mezzi virtuali ma solo con un racconto e un momento dedicato all’incontro, un tempo, una rosa che si rivelasse privata tra autore e ascoltatore. Col passare degli anni, mentre il numero di lavori cresceva e l’interesse per questo svelamento intimo mi ha portato a confronti e incontri unici, si alzava anche un muro che ha reso intangibile ciò che per dimensioni e significati non lo era. Lentamente ho capito che illudendomi di proteggere la fisicità del mio operare mi stavo sì difendendo dalla precarietà della virtualità, che su pubblica piazza tutto brucia e distrugge, ma che lo facevo senza una vera ragione perché al contrario interessata a raggiungere il pubblico per cui il lavoro era stato fatto, promesso e concluso.

Come hai percepito la quarantena?
I mesi di reclusione hanno mosso in me un’accelerazione rispetto a questo pungolo riflessivo. Ho quindi deciso di abbattere quel muro. Altrimenti avrei reso ancor più criptica la lettura della narratività complessa legata al mio procedere e soprattutto avrei fatto esattamente il contrario dell’esortazione-chiave legata a librosogni e alla mia poetica del vero cioè di condividere in libertà e purezza il proprio sé.
Quando verrete a trovarmi in casastudio però vi chiederò una cosa che si potrà esaudire solo di persona: lasciare un pensiero sul libro delle firme e potete stare pur certi che ad aspettarvi ci sarà sempre una rosa.

– Giuseppe Amedeo Arnesano

Reverie – librosogni
Skira, Milano 2020
Pagg. 208, € 21
www.skira.net

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Giuseppe Arnesano
Storico dell'arte e curatore indipendente. Laureato in Conservazione dei Beni Culturali all'Università del Salento e in Storia dell'Arte Moderna presso l'Università La Sapienza di Roma. Ha conseguito un master universitario di I livello alla LUISS Master of Art di Roma. Giornalista pubblicista, iscritto all'ordine nazionale dei giornalisti dal 2011, collabora come critico d’arte con Artribune dal 2011. Nel settore della comunicazione culturale, dal 2013 a oggi, ha lavorato con la Soprintendenza Speciale del Polo Museale Romano, con la Fondazione Torino Musei e la Fondazione Carriero a Milano. Tra le mostre recenti è co-curatore del progetto “Studio e Bottega - Tradizione e Creatività nel segno dell’Arte”, ideato da Ilaria Gianni e realizzato negli spazi della Fondazione Pastificio Cerere di Roma.