Testimonianze dalla Cina: parla Cheng Xixing, direttrice di Don Gallery a Shanghai

All’alba della riapertura delle istituzioni culturali in Italia, condividiamo alcune le testimonianze di musei e gallerie cinesi, raccontando della pandemia che ha lasciato ovunque dei segni tangibili. Intervista a Cheng Xixing, direttrice di Don Gallery a Shanghai.

Don Gallery Shanghai via Facebook
Don Gallery Shanghai via Facebook

La Don Gallery è una galleria d’arte contemporanea di Shanghai che si dedica ad artisti cinesi emergenti e affermati. Fondata nel 2007, sorge nel palazzo storico Blackstone Apartments, composto da motivi decorativi classici e in stile eclettico; ha costruito una delle piattaforme sperimentali più dinamiche della città, ora centro artistico di West Bund, lavorando alla realizzazione di mostre che hanno alimentato nel tempo il pensiero degli artisti sullo spazio, in collaborazione con varie istituzioni. Uno dei temi che attraversa trasversalmente il dibattito attuale è il valore dell’esperienza, dello scambio e della presenza fisica che avviene all’interno della galleria come in altri luoghi di esposizione dell’arte. È, insomma, quella presenza del pubblico senza la quale “l’opera non esisterebbe”. Oggi i virtual tour e le modalità digitali di fruizione dell’arte – tra i mezzi ai quali siamo costretti a ricorrere durante la pandemia – mettono in crisi questo aspetto. È lo scontro tra virtuale e fisico: come si fa davvero esperienza dell’arte? In questa intervista, la gallerista Cheng Xixing, fondatrice e direttrice di Don Gallery a Shanghai, racconta del periodo del lockdown e della riapertura e si pone anche questo problema. Ma si mostra, al tempo stesso, decisa a cogliere l’opportunità in mezzo a questo tempo profondamente mutato, facendo sì che l’arte possa rappresentare concretamente un faro in un momento di grossa difficoltà. 

Don Gallery Shanghai
Don Gallery Shanghai

Cosa è successo alla galleria durante questo periodo di chiusura?
In questo periodo non abbiamo ridotto il nostro gruppo di lavoro, anzi, un nuovo dipendente si è unito al nostro team.

Avete portato avanti attività alternative?
Abbiamo lavorato online per portare avanti ogni progetto, comprese le vendite e la nuova mostra.

Come sono cambiati i vostri piani dallo scoppio della pandemia?
Inizialmente avevamo intenzione di inaugurare la prima mostra dell’anno in contemporanea con la fiera di Art Basel Hong Kong, fino a quando la pandemia non ne ha impedito l’apertura. Tuttavia, il Covid-19 è stato anche uno stimolo per la creatività degli artisti.

Può farci un esempio?
Lo dimostra come abbiamo riorganizzato la nostra nuova mostra: a metà aprile, abbiamo aperto la personale di Xiang Zhenhua Catalogue: Commoners, Kings and the Buddha, con la speranza di presentare al nostro pubblico opere che fanno luce sulla nostra condizione attuale e su un contesto più ampio e realistico.

Come si è svolta la riapertura della galleria?
La riapertura del nostro spazio è stata subito seguita dall’apertura della nuova mostra che ha attirato molti visitatori in galleria. La pandemia ha limitato le nostre attività, ma il desiderio di freschezza e sollievo continua a crescere e questa situazione mi ricorda la necessità di trovare un nuovo equilibrio.

È decisamente un atteggiamento positivo per affrontare una situazione che ha sconvolto l’intero sistema. Ci sono delle novità per quanto riguarda le attività di Don Gallery?
La nostra galleria ha iniziato la collaborazione con il brand di produzione di cortometraggi Yitiao (一条) e stiamo provando a fornire un canale più aperto al pubblico per fruire le mostre e comunicare con gli artisti attraverso video di webcasting. Inoltre, la galleria ha iniziato a condividere più regolarmente dettagli sulla vita e sull’iter creativo dei nostri artisti durante la quarantena, attraverso diverse piattaforme di social media.

Quali sono state per voi le difficoltà maggiori in tutto questo arco temporale, dallo scoppio del virus al suo contenimento?
Uno spazio espositivo vero e proprio è molto importante per potere esperire l’opera d’arte; la comunicazione faccia a faccia è sempre essenziale per l’artista, il pubblico e la galleria. Tuttavia, la quarantena ha inibito queste attività e interazioni.

A seguito di questa esperienza, pensa che l’arte possa avere un ruolo all’interno di questo fenomeno della pandemia?
Forse la nostra società non peggiorerebbe senza l’arte. Ma la nostra vita è senza dubbio più interessante con l’arte. Probabilmente e in maniera ancora più preponderante, l’arte può essere un sollievo durante questa situazione e può permetterci di ripensare alla vita.

Si ringrazia Manuela Lietti per la traduzione dal cinese. 

-Giulia Ronchi

http://www.dongallery.cn/

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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.