Il frutto del peccato originale. La banana di Cattelan secondo Pino Boresta

Maurizio Cattelan come Marcel Duchamp, anzi, meglio! È questa la tesi proposta da Pino Boresta, a partire dall’ormai celeberrima banana.

Pino Boresta, Tintoretto+Cattelan, 2020
Pino Boresta, Tintoretto+Cattelan, 2020

L’ idea di lavorare su materiali di precoce e facile deperibilità è una cosa che mi ha sempre affascinato. Cosa c’è di più bello, interessante, curioso di un cubo di ghiaccio che scompare sotto i nostri occhi? O meglio, è più giusto dire, che si trasforma sotto i nostri occhi? Ebbene ecco cosa vorrei che avvenisse a ogni mio progetto! Vorrei che esso si trasformasse ogni volta, proprio come avviene al ghiaccio che si tramuta in acqua per poi divenire vapore e così via. Vorrei che i miei lavori entrassero in un ciclo incontrollato dove vivere in pieno la trasformazione che di volta in volta li origina e originerà in forma e contenuti sempre diversi. Credo che questa sia la grande forza delle idee sulle cose”. Questo è quello che ho più volte detto del mio lavoro, non ultimo in un’intervista rilasciata Elisabetta Sonnino nel 1999.
Chi sostiene che coloro che hanno comprato la banana di Maurizio Cattelan (tre esemplari venduti a 120mila dollari l’uno), scocciata con del nastro argentato al muro dello stand della galleria Perrotin alla fiera di Art Basel Miami Beach negli States, sono dei fessi, non ha capito assolutamente nulla. Questi collezionisti hanno in realtà fatto, a mio avviso, il più grande affare della loro vita comprando un’opera il cui valore è destinato solo a salire, visto che in giro per il mondo non si parla di altro. Cattelan, grazie al sodalizio con quei mercati finanziari che lui sembra contestare (e non ci è dato di capire chi sfrutta chi, o forse sarebbe più giusto scrivere, chi s-frutta chi), vedi “Il Dito” posto davanti alla sede della Borsa di Milano, è riuscito lì dove, nell’immediato delle loro creazioni, avevano fallito artisti come Duchamp e Manzoni. Si, lo so, non poteva essere altrimenti, visto che ben altri erano i tempi, ma neanche Marcel Duchamp, che è stato l’inventore del ready.made, credo abbia mai intascato così tanto con una sua idea. Anche se sappiamo bene che del suo lavoro non era la parte economica quella alla quale era più interessato, per guadagnare qualche spicciolo ha dovuto aspettare il 1964, quando, in occasione del cinquantesimo anniversario del primo ready.made, in collaborazione con il suo gallerista, decise di realizzare un’edizione numerata e firmata dei suoi 14 più ready.made più rappresentativi.

Pino Boresta, Testamento Venezia, 2003
Pino Boresta, Testamento Venezia, 2003

CATTELAN, DUCHAMP MANZONI

Scrive Gabriella Valente: “A Schwarz va un ulteriore inestimabile merito, cui è legato il nucleo dell’esposizione romana: si tratta della riedizione di 14 ready-made, realizzata sotto la supervisione e l’autenticazione dell’artista tra il 1964 e il 1965. Questa operazione, seppur attuata con fini commerciali, ha avuto conseguenze culturali enormi, consentendo di far circolare nuove edizioni di opere già acquisite dai musei o riproducendone altre che invece erano andate perdute (non dimentichiamo che la Ruota di bicicletta e lo Scolabottiglie erano stati gettati da una allora inconsapevole Suzanne, sorella di Marcel)”.
Anche Fountaine, l’orinatoio originale, è andato perduto. Quindi molti dei ready-made che sono esposti nei vari musei, o che si vedono nelle continue mostre in giro per il mondo su di lui, sono nella migliore delle ipotesi solo delle copie autenticate dall’artista (o forse, come la penso io, degli originali più originali dell’originale stesso), realizzate con la complicità del suo gallerista Arturo Schwarz. La comunità artistica non ha potuto fare altro che accettare questa sorta di falsi autentici, e lasciare che fossero autorizzati a essere esposti, perché era l’artista stesso che lo aveva deciso e, probabilmente, è esattamente quello a cui aveva puntato fin dall’inizio.
Cattelan con la sua opera ha scongiurato questo problema e non dovrà mai realizzare delle copie del suo lavoro perché solo chi ha comprato l’opera, con tanto di certificato, potrà esporla facendosi rifornire giornalmente dal proprio fruttivendolo di fiducia.
Potrebbe però, correre il rischio in cui è incappato Piero Manzoni, che con la sua opera Fiato d’artista aveva puntato, prima di lui, alla disintegrazione dell’oggetto a favore di una nuova idea oggettiva di arte che nascesse dal pensiero dell’artista stesso. Ma, per fortuna, Piero non ha fatto in tempo ad accorgersi che oggi si possono comprare per diverse migliaia di euro degli astucci di legno con appiccicata un po’ di gomma marcia sopra, resti di quello che era un palloncino rosso gonfiato proprio da lui. Ma si sa che anche i feticci, specialmente se puntualizzano la storia, hanno il loro valore. Ebbene Cattelan, che non è uno stupido e sa fare buon uso della storia dell’arte, con la sua banana biodegradabile avrà scongiurato il pericolo che qualcuno voglia conservare dei marciscimi di frutto e un po’ di scotch argentato come feticci? Feticci di cosa, direte voi, visto che il valore, anche commerciale, è solo nell’idea. Ma non era questo l’intento anche di Piero Manzoni? Mah! Staremo a vedere.
Una cosa è certa: la banana di Cattelan, grazie a un altro artista che l’ha staccata dal muro e mangiata, ha già avuto la sua prova del fuoco, dimostrando a tutti che è un’opera a prova di vandalo e di furto. Non è cosa da poco, visto che viene risolto così pure il problema del premio assicurativo che ogni anno il titolare dell’opera dovrebbe pagare, come è consigliabile per opere di un così alto valore.

Pino Boresta, M.C. borestaparlante, 2010
Pino Boresta, M.C. borestaparlante, 2010

UN’OPERA INDISTRUTTIBILE

Inoltre, lo sapete che ci sono in circolazione di questi tempi un monte d’opere false, più di quanto sia mai successo in passato?
E se questo diverso metodo di lavoro di molti artisti fosse la conseguenza dell’allontanamento dall’idea dell’opera d’arte quale oggetto materiale che può essere esibito nei musei o venduto nelle gallerie d’arte, per mettere in luce e scongiurare allo stesso tempo questo problema dei falsi? Compreso anche quello dei furti sempre più frequenti. Non ultimo proprio il water d’oro di Cattelan. Hai visto mai che l’idea gli sia venuta proprio dopo il furto del suo cesso.
Forse questa volta ce l’abbiamo fatta veramente, “l’idea” diventa l’opera stessa. Nasce finalmente l’opera dematerializzata, un po’ come fa da anni Tino Sehgal, questa volta scavalcato e superato da un’idea geniale del nostro Maurizione nazionale, e vai! Forza Italia! (in senso sportivo chiaramente). Quest’opera di Cattelan, incredibile a dirsi, non solo è commestibile, ma è anche indistruttibile in quanto esiste e non esiste allo stesso tempo: esiste in quanto la banana è comunque un frutto reale e tangibile, si può toccare e vedere, ma allo stesso tempo è anche immateriale e incorporea proprio come il Cubo invisibile di Gino De Dominicis, perché entrambe sono opere riproducibili ovunque e dovunque in qualsiasi momento. Sono opere che assumono la forma di oggetto artistico solo nella nostra mente, e sfido chiunque a distruggere un’opera che nasce, vive e muore nella mente di un osservatore. Aspetto, comunque, la critica di quel filosofo che mi suggerirà che sarà sufficiente uccidere l’osservatore per distruggere l’opera.
Diciamo la verità: il nostro più intelligente e importante artista nazionale non fa altro che mettere insieme tutti gli insegnamenti di questi grandi artisti citati, aggiunge una spruzzata di comicità, un pizzico di filosofia, qualche suggerimento di teologia, uno spicchio di antropologia, una buona dose di parossismo, qualche schizzo di fantascienza ed eccovi servita la banana più importante che sia mai esistita. Un’opera che fa compiere all’arte contemporanea un passo in avanti; qualcuno direbbe: “Un piccolo passo per l’uomo ma un grande passo per l’umanità”, ma non chiedete a me verso dove. Un dubbio nella mente però mi è sorto: che sia la banana e non la mela il vero frutto del peccato originale? Oppure è tutta una “Comedian”?

Pino Boresta

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AutoreMaurizio Cattelan
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Pino Boresta
Pino Boresta nasce Roma e vive a Segni (Roma). Sulla scia di valori dei Situazionisti, di cui condivide impostazioni e finalità, realizza un’arte fatta di coinvolgimenti a tutto tondo, di se stesso e dei fruitori consapevoli o inconsapevoli delle sue opere. L’ambito privilegiato in cui interviene è la città. La ricerca dell'artista romano è fatta di domande, di provocazioni, di gioco, di sollecitazioni e di valorizzazione di dettagli insignificanti. Il suo lavoro cerca di scuotere gli animi e stimolare le riflessioni dalle anonime presenze dell’universo urbano, per renderle meno aliene (o alienate) proprio grazie a una presa di coscienza di chi osserva e decide di partecipare attivamente all’opera, rispondendo al pungolo di Boresta con una frase scritta su un adesivo, su un volantino trovato per caso sui muri delle città, con un’opinione lanciata per e-mail o con la propria fotografia, immagine che si banalizza (o mitizza) in un album di figurine che parla di quotidianità o di mondi circoscritti come quello dell’arte.