Uomo, natura e futuro. Marjolijn De Wit a Milano

OTTO ZOO, Milano – fino al 14 dicembre 2019. La ricerca di Marjolijn De Wit sul legame tra uomo e natura è al centro della mostra allestita nello spazio milanese.

Marjolin De Wit, Untitled, 2010, oil on canvas, 200 x 190 cm. Courtesy Otto Zoo and the artist
Marjolin De Wit, Untitled, 2010, oil on canvas, 200 x 190 cm. Courtesy Otto Zoo and the artist

A un passo da Porta Genova, la galleria OTTO ZOO porta avanti – fin dalla sua nascita nel 2008 – la sua attività di inclusione, in un crocevia di giovani artisti esordienti e autori della scena internazionale. Inaugurata ufficialmente il 13 novembre, Other Parts of the Scene di Marjolijn De Wit (Bennekom, 1979) apriva già le porte al pubblico per una preview pomeridiana sabato 9, alla presenza dell’artista. Siamo andati a suonare il campanello di via Vigevano 8 dove ad accoglierci è stata Annika Pettini, direttrice artistica della galleria che, con un piccolo buffet e un’atmosfera da salotto informale, ci ha subito fatti sentire a casa.
Ci spiega che l’allestimento è stato concepito insieme alla De Wit che, trovandosi a Utrecht, aveva realizzato nel suo studio un modello digitale dello spazio espositivo, una sorta di teatro dei burattini senza personaggi dove far confluire infinite possibilità di dialogo per le sue gouache. Seguendo il ritmo creato dalla sequenza delle gouache e con esso la narrazione delle storie nate in between, il focus di vent’anni di ricerca è “what the people leave behind”.

FUTURE ARCHEOLOGY

Refrain d’indagine sono il paesaggio come diorama, il rovescio della medaglia, la combinazione di interni ed esterni, le barriere artificiali a cui dedica le tele di grande formato, fino ad arrivare ai suoi lavori più recenti sulla future archeology.
All’inizio odiavo dipingere, ma era l’unica soluzione, ho dovuto comprendere questo medium per ricreare una materialità del fraintendimento con la quale poter giocare. Vengo dal disegno e con il disegno è tutto diverso, hai un foglio sul quale basta tracciare una linea perché si crei immediatamente uno spazio, sulla tela questa cosa non succede”.
Il processo creativo passa prima di tutto attraverso dei collage poi fotografati con diverse esposizioni in maniera da creare delle ombre di tridimensionalità, elemento principale per la De Wit, che da sempre insegue l’inafferrabile “space in between. Attraverso questa tecnica, l’impressione è quella di uno sfondamento della parete, un ripiegamento di piani ripetuto all’infinito come a voler vincere il concetto di limite e instaurare il dubbio nell’osservatore, il quale è invitato a interrogare una realtà bifronte.
In una mescolanza di pittura, scultura, fotografia e ceramica, la De Wit si interroga su come i detriti della nostra storia, per citare Benjamin, verranno catalogati in futuro dai nostri successori, e lo fa attraverso una reinterpretazione della storia materiale realizzata dall’uomo in inevitabile contrapposizione con la spontaneità dei processi naturali. Nell’atto del costruire è l’uomo a plasmare e a imporre i nuovi materiali allo spazio naturale, spazio necessariamente percepito come vuoto. Fin dagli albori della civiltà, egli guarda alla sua assenza come a una mancanza, e alla terra senza il suo artificio come vergine di una verginità percepita come stato primordiale sul quale agire con volontà di modifica attraverso un’azione di forza. L’errore antropocentrico è dunque la presunzione della certezza di una natura in attesa remissiva e accondiscendete.

Marjolijn De Wit, #44, 2019, gouache on paper, 35x27 cm. Courtesy Otto Zoo and the artist
Marjolijn De Wit, #44, 2019, gouache on paper, 35×27 cm. Courtesy Otto Zoo and the artist

UOMO E NATURA

La mostra, e in verità gran parte della ricerca artistica di Marjolijn De Wit, ruota attorno a questo rapporto tra uomo e natura, con una volontà di critica nei confronti del primo che porta gli abiti dell’usurpatore, del traditore del pianeta che lo accoglie. Proprio per questo l’immaginario dell’artista è costellato da elementi naturali e forme geometriche: simulacro dell’homo faber. Le prime forme di architettura nascevano dalla paura delle minacce esterne e confini fisici nascevano per creare uno spazio che delimitasse e predeterminasse le gestualità, dunque come atto di demarcazione, imprescindibile per la formazione di due territori appartenenti a giurisdizioni diverse. La nostra presenza sul pianeta ha dato forma a ciò che sulle tele della De Wit viene messo in evidenza: scenari ibridi e artificiali pensati e ripiegati come messaggi in bottiglia per la posterità.

Giulia Penta

Evento correlato
Nome eventoMarjolijn De Wit - Other Parts of the Scene
Vernissage09/11/2019 ore 19
Duratadal 09/11/2019 al 14/12/2019
AutoreMarjolijn De Wit
Generiarte contemporanea, personale
Spazio espositivoOTTO ZOO
IndirizzoVia Vigevano 8 - Milano - Lombardia
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Giulia Penta
Originaria della provincia di Rimini, Giulia Penta è studentessa di Italianistica presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, dove si laurea in Letteratura Contemporanea con la ricerca "Translingual sensibility: la lezione beckettiana nell’opera di Gianni Celati", indagando il concetto di frontiera e di dislocamento geografico (e linguistico) come movimento primario per il ritrovamento di una lingua dell’origine. Nel 2015 è vincitrice di una borsa di studio per uno scambio di un anno presso la University of Sussex (Brighton), mentre nel 2019 è a Bruxelles per un periodo di ricerca alla Faculté de Lettres, Traduction et Communication dell’ULB (Université Libre de Bruxelles). Dal 2015 collabora come traduttrice per il festival di giornalismo internazionale DIG (Documentari, Inchieste, Giornalismi), grazie al quale nel 2018 conduce un’intervista con Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo dopo lo screening del film "Sulla mia pelle" a Riccione.