Sisifo e le artiste in mostra. L’autunno alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia

È in corso il ciclo di performance del coreografo greco Dimitris Papaioannou che si svolge tra le opere della collezione permanente. Da non perdere anche le mostre di Helen Cammock (vincitrice del Max Mara Prize 2018) e di Mona Osman.

Collezione Maramotti è una fucina in costante fermento creativo. Nel 2019 ha dato vita a Rehang (il riallestimento che ha dato all’esposizione permanente un nuovo assetto, riportando in auge dieci mostre del passato) dell’artista Margherita Moscardini con l’istituzione di una fontana nel parco Alcide Cervi di Reggio Emilia. Fino a domenica 27 ottobre, invece, è in corso un ciclo di performance che rientrano nel programma del Festival Aperto 2019: Sisyphus / Trans / Form, il progetto in prima ed esclusiva italiana che il coreografo greco Dimitris Papaioannou ha creato appositamente per gli spazi della Collezione. Un’ulteriore occasione per visitare le mostre di Helen Cammock, vincitrice del Max Mara Prize 2018 e di Mona Osman. Tutti i progetti spiegati.

– Giulia Ronchi

Collezione Maramotti
Via Fratelli Cervi, 66
42124 Reggio Emilia
http://www.collezionemaramotti.org/it

 

1. DIMITRIS PAPAIOANNOU – SISYPHUS/TRANS/FORM

Sisyphus Trans Form, Collezione Maramotti, Aperto Festival Reggio Emilia photograph by Julian Mommert

Per il personaggio mitologico di Sisifo la dannazione eterna era un masso, mentre per i performer di Dimitris Papaioannou è un muro, emblema molto attuale delle separazioni geopolitiche e dei conflitti nel mondo. Il muro è una condizione sine qua non che gli attori di Sisyphus/Trans/Form trascinano sulle proprie spalle, che tentano di penetrare e valicare, con uno sforzo fisico evidente che si accumula sui volti con il passare del tempo e li costringe all’inevitabile sconfitta. Al secondo piano della collezione permanente (dove tutte le opere circostanti sono state coperte e messe al riparo), la performance si svolge dinamica muovendosi nello spazio e trascinando il pubblico con sé. Si tratta del sesto appuntamento legato alle arti performative, grazie alla collaborazione di Collezione Maramotti, Max Mara e Fondazione I Teatri.

Dimitris Papaioannou, Sisyphus / Trans / Form
Fino al 27 ottobre 2019

2. HELEN CAMMOCK – CHE SI PUÒ FARE

Helen Cammock Chorus 1 Courtesy and © Helen Cammock

È un momento di ottimi traguardi per l’inglese Helen Cammock, classe 1970, nominata al Turner Prize del 2019 e vincitrice del Max Mara Prize 2018, il premio dedicato a sole artiste donne (che ogni anno seleziona un’artista britannica, per ospitarla sei mesi nei suoi spazi e metterle a disposizione tutti i mezzi necessari a realizzare una nuova opera, poi acquisita dalla Collezione). Che si può fare?, che si presenta con un unico video, riprende il titolo da un lamento preoperistico del 1664 della compositrice italiana Barbara Strozzi. Vengono introdotti così i temi dell’elegia e della storia della musica, costanti nella poetica dell’artista. Cammock, durante il periodo di residenza presso la Collezione Maramotti, è partita per un tour a tappe che l’ha condotta a Bologna, Firenze, Venezia, Roma, Palermo e Reggio Emilia: sul suo cammino, ha incontrato musiciste, storiche, artiste, cantanti (non da ultima la fotografa Letizia Battaglia) ma anche partigiane, migranti e una suora. Dalle interviste, è scaturito un racconto corale che delinea la memoria, la sofferenza, ma anche la forza e i raggiungimenti delle donne di tutte le generazioni e provenienze, proiettato su un video a tre canali.

Helen Cammock, Che si può fare
Fino al 16 febbraio 2020

3. MONA OSMAN – RHIZOME AND THE DIZZINESS OF FREEDOM

Rhizome and the Dizziness of Freedom

È la prima mostra in Italia dell’artista ungherese Mona Osman (nata nel 1992), che espone cinque tele a olio di grandi e medie dimensioni allestite nella Pattern Room di Collezione Maramotti. Realizzate in contemporanea, rappresentano una riflessione teorica e spirituale sulla ricerca del Sé. Connotate da pennellate corpose e da colori intensi, i rimandi formali includono echi e stilemi di artisti come Klimt, Ensor e Mondrian, ma anche un primitivismo di inclinazione picassiana. E si fondono in scene concitate e angosciose (come richiamato dai titoli delle opere: Eaten by Facticity, Sodom and Gomorrah, Self Crucifixion) popolate da personaggi, pattern ed elementi che appartengono a una dimensione e a un tempo non definiti.

Mona Osman, Rhizome and the Dizziness of Freedom
Fino al 16 febbraio 2020

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.