The Met Breuer, New York – fino al 29 settembre. Dalla fibra alla ceramica e infine al bronzo. Tutta la parabola dell’artista indiana va in scena nella Grande Mela. Sotto lo sguardo minaccioso della divinità Rudra.

Forme grottesche, a volte sfacciatamente sessuali, sempre inquietanti. Nessun piedistallo per sculture appoggiate alla parete e al pavimento, o appese al soffitto: sono corpi svuotati, di dimensioni superiori alla media, quelli che accolgono il visitatore a The Met Breuer per la prima retrospettiva americana di Mrinalini Mukherjee (Mumbai 1949–2015). La mostra esplora il lavoro realizzato dell’artista indiana con la fibra, insieme alle sue incursioni nella ceramica prima e nel bronzo poi.

IL TESSUTO E IL MODERNISMO

Mukherjee fa parte di quel gruppo di artisti che negli Anni Settanta ha provato a sganciarsi della pittura di figurazione radicatissima nel subcontinente indiano perché collegata a millenarie forme prima religiose e poi, in totale sovrapposizione, cinematografiche o politiche, utilizzate da demagoghi come l’attuale primo ministro indù Narendra Modi.
Mentre in Occidente negli Anni Settanta e Settanta l’utilizzo del tessuto portava con sé significati riguardanti la transitorietà dell’opera e del suo valore, Mukherjee lo ha sempre inteso come altro. Ha lavorato quasi in isolamento in India, ha scelto di utilizzare tecniche artigianali autoctone e tuttavia è riuscita a rimanere formalmente in conversazione con il modernismo: fuori da ogni preferenza ideologica, ma non in opposizione ai valori occidentali; spunti “poveristi” e “femministi” – tipici della Fiber Art – nel suo lavoro certo non mancano. Le 57 opere presenti in Phenomenal Nature dimostrano come abbia saputo piegato le tecniche dell’artigianato indiano alle sue esigenze espressive. Lavorando in modo intuitivo, senza disegni preparatori, ha costruito oggetti biomorfi: piante o corpi che indicano stati di metamorfosi e trasfigurazione.

RUDRA IL DISTRUTTORE

I titoli, per lo più in sanscrito, delle sue opere in fibra le identificano come personificazioni di divinità, ninfe e spiriti della foresta come quelli che è ancora possibile osservare tanto nei grandi templi quanto nelle piccole edicole votive sparse lungo le strade indiane.
Il sottile senso di disagio che comunicano è da ricondurre all’attrazione che Mukherjee ha confessato di provare per il sentimento rappresentato da Rudra, una divinità feroce e distruttiva. Rudra è rappresentato nella mitologia indiana come un demone dalla chioma folta di serpi, adorno d’una collana di teschi, che danza furioso e alimenta la sua dissipazione col vino. Ruda è il deva della tempesta, della caccia e della malattia. È la forma primordiale di Shiva, l’aspetto divino preposto alla distruzione, dove bellezza e mostruosità non hanno separazione.l

Mrinalini Mukherjee, Night Bloom VI, 1999 2000. Courtesy Th Met
Mrinalini Mukherjee, Night Bloom VI, 1999 2000. Courtesy Th Met

DOPO LA FIBRA, LA CERAMICA…

Nella seconda metà degli Anni Novanta, la produzione di sculture in fibra di Mukherjee comincia però a diminuire: dopo aver realizzato un gruppo finale di lavori sfacciati, dove molteplici sessi – soprattutto femminili – sono apposti sulle tessiture antropomorfe, la figurazione scompare del tutto. Lavorare con la fibra è diventato anche fisicamente impegnativo; per raggiungere il materiale adatto al suo lavoro, Mukherjee deve acquisire gli Shani, corde confezionate in fasci che devono poi essere srotolati, raddrizzati e separati secondo del loro colore e spessore. Mukherjee inoltre usava combinare le sue corde con fibre sintetiche da tingere per ottenere le sfumature di colore preferite: un procedimento presto proibito – per la sua nocività – alle tintorie indiane.
Mukherjee si avvicina allora alla ceramica (altro materiale naturale), che lavora impiegando come sotto-forma una cupola ricavata da una pentola di terracotta rovesciata. Man mano che la sua competenza nella ceramica cresce, Mukherjee amplifica le sue prime timide fioriture in forme vegetali ribollenti, convulse e indisciplinate. Nonostante sia stato messa in guardia contro l’ossido di cromo sia per la sua tossicità che per l’imprevedibilità, Mukherjee ha sempre optato per l’uso di questa glassa instabile. Gli aranci, i gialli e verdi risultanti conferiscono alle sue ceramiche una lucentezza minacciosa, sensuale.

… E INFINE IL BRONZO

La mancanza di accesso di Mukherjee ai grandi forni e smalti specifici in India la dissuadono più tardi da ulteriori esplorazioni nella ceramica, e nei primi Anni Zero inizia a lavorare con il bronzo. Le sue superfici modellate ora transitano verso la forma del bassorilievo ma si manifestano in sculture che sembrano schiantarsi o svilupparsi in pericolose creature primordiali, forme che sembrano simultaneamente decomporsi e germogliare.
Mukherjee appartiene alla stirpe di artisti per i quali la natura è stata fonte di ispirazione, di certo però non romantica o elegiaca. Stimolata dall’energia proliferante della vita vegetale, ha generato monoliti che ancora una volta rifiutano il piedistallo e comunicano la loro crescita irrefrenabile distesi a terra.
È una natura favolosa e insieme terrificante: tronchi avvolti da rampicanti che fioriscono nutrendosi di linfe altrui; appendici e protuberanze realizzate in colori saturi e trattamenti superficiali che al tatto ne amplificano anche il senso di una forza incontrollabile. Lo spirito di Rudra aleggia ovunque.

– Aldo Premoli

New York // fino al 29 settembre
Mrinalini Mukherjee – Phenomenal Nature
THE MET BREUER
945 Madison Avenue
www.metmuseum.org

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post ha fondato a Catania, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e a Noto il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome.