Il direttore della Galleria San Fedele di Milano e della Raccolta Lercaro di Bologna ricorda l’artista e amico Lawrence Carroll, recentemente scomparso.

Ho conosciuto Lawrence Carroll tanto tempo fa, sono ormai circa venti anni, quando mi fu presentato dal grande collezionista Giuseppe Panza di Biumo e dalla sua famiglia. Immediatamente mi avevano colpito la sua storia, il suo carattere solare, le sue opere che mi sono sin dall’inizio apparse misteriose, portatrici di un arcano segreto.
Carroll, artista australiano che viveva in questi ultimi anni a Venezia dove insegnava allo IUAV, era portatore di una storia del tutto particolare. Lawrence s’immergeva infatti nelle realtà periferiche e degradate di grandi città americane come Los Angeles, per coglierle nelle loro drammatiche contraddizioni di violenza, di miseria e d’indigenza. Mi faceva molto riflettere la sua poetica, che assumeva come punto di partenza il dramma dell’esistenza umana colta nei ghetti, nelle periferie popolate di emarginati e di diseredati. L’artista vi raccoglieva materiali abbandonati lungo le strade, per poi assemblarli in modo approssimativo, ricoprendoli in seguito con tele dipinte da colori smunti, pallidi, giallastri, poi fissate con graffe di metallo al telaio.
Oggi si parla molto di scarto, di rifiuto. Di fatto, anticipando queste riflessioni contemporanee che in realtà affondano le proprie radici in terreni ben più antichi, Carroll basava il suo lavoro sul riutilizzo di oggetti che hanno perduto qualunque carattere utilitario. Raccogliere materiali già utilizzati e abbandonati, per poi manipolarli attraverso l’atto poietico della creazione artistica, significa farli rinascere, dar loro nuova vita, sottraendoli all’oblio, alla corruzione della materia, all’inevitabilità della morte. Significa guardare con fiducia le cose che ci circondano, perché si aprano al futuro. È un atto di gratuità.
Ciò che appare inutile, tragicamente votato alla decomposizione e all’oblio, come un rifiuto, uno scarto, sembra mostrare Carroll, può essere trasformato, riportato a nuova vita, acquisire nuova dignità. L’oggetto può così risorgere, rinascere, grazie a un gesto di pietas dell’artista, può diventare testimone di un’inaspettata apertura alla vita. Un oggetto, sottratto al proprio mondo e reinterpretato, si fa simbolo dell’attesa di riscatto di tutti coloro che attendono in questo mondo una rinascita concreta e reale. Il modo stesso con cui l’artista elabora le proprie opere rimanda dunque, a un passaggio dalla morte alla vita, a un attraversare un’oscurità che si fa attesa di una nuova luce che possa dare senso alle cose. Non a caso, nella prima mostra che gli dedicai alla Galleria San Fedele di Milano (2004), le sue opere furono accostate a un dipinto di Luca Giordano, rappresentante la deposizione dalla croce del corpo di Sant’Andrea apostolo. Il suo corpo senza vita sta per essere sepolto, abbandonato nell’oscurità della notte. Tuttavia, non sarà dimenticato, in quanto destinato alla risurrezione, è un corpo proteso verso il futuro.

Lawrence Carroll, Untitled No.51, 1993. Collezione Panza, Mendrisio
Lawrence Carroll, Untitled No.51, 1993. Collezione Panza, Mendrisio

I MAESTRI E LA POETICA

Di fatto, le radici di Carroll affondano nei lavori di Mark Rothko e di Robert Rauschenberg per l’uso del colore e il recupero della memoria, in quelli dei minimalisti per l’essenzialità e la sobrietà delle forme, ma soprattutto nell’opera di Giorgio Morandi, a Carroll molto caro, per l’apparente semplicità di umili oggetti quotidiani, sempre ri-visitati, in un’analisi, in un approfondimento continui, in una ripetizione quasi ossessiva del gesto creativo. Il colore delle tele, concepite come “pelli materiche”, è uniforme, pallido, smunto, tenue. È una sorta di non-colore, ottenuto grazie alla sovrapposizione di strati successivi che lasciano trasparire in parte il fondo. Le tele dipinte a olio, che ricoprono l’armatura in legno realizzata da Carroll con le sue mani, spesso contengono a loro volta oggetti, come fiori, lampadine, scarpe, tele dipinte e ripiegate su se stesse, che si rivelano come frammenti in grado di evocare una memoria, un passato che riemerge lentamente alla coscienza.
Ricordo con grande piacere l’opera che Carroll realizzò per l’occasione di una mostra sul tema della Croce alla Raccolta Lercaro di Bologna (2011). Creò una sorta di “armadio” ricoperto da una tela, alludendo in questo modo a un sepolcro, a un contenitore che si trasforma in “urna”, in un luogo misterioso e segreto che si apre all’interrogazione di un oltre. Sulla tela poi aveva collocato un paio di scarpe. Chiaro era il rimando al saggio di Heidegger, L’origine dell’opera d’arte, in cui paio di scarpe consunte si fa profonda meditazione di vita vissuta, trama di un racconto da ricostruire, custodire e amare. Semplici oggetti diventano luogo della memoria, suggerendo un cammino, un viaggio percorso. Le scarpe si fanno testimoni, simbolo di una storia personale, rivelazione di un’esistenza vissuta, simbolo del viaggio di un’intera umanità, in una continua lotta tra bene e male, vita e morte, oscurità e luce. L’opera di Carroll diventava in questo modo silente testimone del vivere umano di fronte al mistero della morte, meditazione sull’attesa di una risurrezione.

Lawrence Carroll, Untitled, 2015. Courtesy Buchmann Galerie, Agra-Lugano & the artista. Photo Rémy Steinegger
Lawrence Carroll, Untitled, 2015. Courtesy Buchmann Galerie, Agra-Lugano & the artista. Photo Rémy Steinegger

LE MOSTRE E LE OPERE

Tante sono poi state le occasioni di incontrarlo, come quando ponemmo nel 2013 due lavori costituiti da due box in plexiglas, legno e tela nella storica chiesa di San Fedele di Milano per il periodo di Quaresima 2013, una riflessione sui “sacri lini”, oppure quando proposi il suo nome per la Biennale d’arte di Venezia per il Padiglione Vaticano del 2107…
La sua morte ci lascia oggi attoniti. Di certo, il mondo dell’arte ha perduto non solo un grande artista, ma un uomo sincero, mite, umile, semplice. Una persona discreta, come le sue opere che non s’impongono, ma lasciano parlare quanto di più profondo è inscritto nella vita umana, proteggendo e custodendo tutte quelle parti che sono dentro di noi, anche quelle che vorremmo gettare, perché solo integrandole, custodendole e prendendocene cura possiamo veramente diventare esseri umani.
Oggi, lo ricordo attraverso due opere che ci lasciò in occasione della sua prima mostra al San Fedele. Una è conservata nella cripta della Chiesa milanese, accanto alla Via Crucis di Lucio Fontana del 1957, come a fare da contrappunto alla Via dolorosa del grande artista italo-argentino. Il suo titolo è Charity, come se Carroll avesse voluto condensare in quella parola il senso più profondo dell’esistenza umana.
Caro Lawrence, con la tua partenza, il mondo dell’arte non ha solo perduto un grande artista, ma un grande uomo…

Andrea Dall’Asta

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Andrea Dall'Asta
Il gesuita Andrea Dall’Asta (1960), dopo aver studiato architettura a Firenze, entra nella Compagnia di Gesù nel 1988. Dal 2002 dirige la Galleria San Fedele di Milano e dal 2008 la Raccolta Lercaro di Bologna. Nel 2014 fonda a Milano il Museo San Fedele. Itinerari di arte e fede. La sua attenzione è rivolta al rapporto tra arte, architettura e liturgia. Scrive su Civiltà Cattolica e su Avvenire. Partecipa a importanti progetti come la realizzazione dell’Evangeliario Ambrosiano e gli adeguamenti liturgici della cattedrale di Reggio Emilia e della basilica di Santa Maria Assunta di Gallarate. Ha fatto parte del comitato scientifico del Padiglione del Vaticano per la Biennale di Venezia (2013) ed è stato co-curatore della sezione Disegnare il sacro, alla Biennale di Architettura di Venezia (2014).