Al MoMA PS1 di New York la prima grande retrospettiva americana dedicata a Nancy Spero dopo la sua morte, avvenuta nel 2009.

La mia arte si può definire protesta”. Con queste parole Nancy Spero raccontava il suo lavoro pochi anni prima della morte nel 2009. Oggi quel lavoro, sviluppato lungo l’arco di oltre sessant’anni, è raccontato da una grande mostra al MoMA PS1. Organizzata da Julie Ault, Paper Mirror, riunisce più di cento opere realizzate nel corso della lunga carriera di Spero ed è la prima grande retrospettiva negli Stati Uniti dalla morte dell’artista.
La mostra parte dalla produzione del periodo tra la fine degli Anni Cinquanta e l’inizio degli Anni Sessanta, quando l’artista viveva a Parigi con marito e figli e iniziò a dipingere i suoi Black Paintings (1959-65), alcuni dei quali accolgono il visitatore all’ingresso dell’esposizione. Queste composizioni dai toni scuri hanno una base figurativa e ritraggono uomini e donne (in seguito, nel 1974, Spero sceglierà la donna come soggetto unico del proprio lavoro) immersi in un universo inquietante che sembra evocato dal subconscio e dove appaiono temi come il sesso, la maternità e la guerra.
Pioniera dell’arte femminista e tra le fondatrici della A.I.R. gallery, Nancy Spero iniziò a incorporare l’attivismo politico e sociale nelle proprie opere a partire dagli Anni Sessanta, come reazione alle atrocità della guerra del Vietnam, allontanandosi progressivamente dalla pittura e dal figurativo, considerati troppo convenzionali e formali. Nella pratica di Spero il messaggio politico, infatti, non è solo nella scelta dei soggetti ma anche nei metodi, nei materiali e nelle forme dei suoi lavori.
Tornata negli Stati Uniti e stabilitasi con la famiglia a New York nel 1964, l’artista iniziò a preferire la carta alla tela e cominciò a vivere con risentimento e rabbia l’isolamento e l’invisibilità legati alla condizione di artista donna. Un processo che la portò ad avvicinarsi al pensiero e all’opera di Antonin Artaud, creando dipinti che incorporavano frammenti degli scritti del drammaturgo francese, reminiscenze di quella che Spero descrisse come “disperazione, umorismo, misoginia e violenza di linguaggio”, tipica dello stile di Artaud. Agli Artaud Paintings (1969-70) è dedicata una delle sale della mostra dove troviamo lavori con prevalenza di bianchi e colori chiari, con richiami a una poetica metafisica che inizia a suggerire la fascinazione di Spero per l’arte antica e dove appaiono frasi ed elementi grafici che torneranno poi nella fase successiva.

Nancy Spero. Sheela Na Gig. 1991 © 2019 The Nancy Spero and Leon Golub Foundation for the Arts Licensed by VAGA at ARS, NY, courtesy Galerie Lelong & Co. Photo Christopher Burke Studio
Nancy Spero. Sheela Na Gig. 1991 © 2019 The Nancy Spero and Leon Golub Foundation for the Arts Licensed by VAGA at ARS, NY, courtesy Galerie Lelong & Co. Photo Christopher Burke Studio

OLTRE ARTAUD

A partire dal 1972, infatti, Nancy Spero cominciò a sentire il peso dell’ermetismo di Artaud e il bisogno di volgersi verso messaggi più espliciti, in grado di affrontare direttamente le tematiche della repressione femminile. Ne risultano le serie Licit Exp e Hours of the Night, in cui immagini sessualmente esplicite si alternano a frammenti poetici, slogan politici, frasi in lingue antiche o in vernacolo, riprodotti con lettering creati dall’artista attraverso stampi in legno.
Confrontandosi con la scena dell’arte newyorchese, nello stesso periodo l’artista sentì di dover reagire alla tendenza prevalentemente maschile degli Anni Sessanta ad andare verso tele di grandi dimensioni che Spero vedeva come una sorta di affermazione dell’ego virile: “Iniziai a fare opere molto piccole”, raccontò Spero nel documentario Protest, spiegando anche il suo rapporto con il lavoro del marito, l’artista Leon Golub, compagno di una vita, noto per dipinti di scene di battaglia di dimensioni monumentali che secondo Nancy Spero erano “incredibilmente brutte e per questo incredibilmente belle”.
E proprio delle tante opere di piccole dimensioni e di forme non comuni sono affollate le pareti delle stanze dedicate agli anni successivi al trasferimento a New York, in un allestimento che sfrutta tutta l’altezza dei muri, utilizzando i quadri quasi come elementi decorativi, enfatizzando i motivi attinti dall’arte antica scelti dall’artista. Sono 32 le opere esposte nella stanza principale, dove a bordo soffitto e a bordo pavimento troviamo lavori come Sheela and the Dildo Dancer (1987), lunghi fogli di carta su cui Spero affianca immagini tratte dalla mitologia ad altre di sua creazione, in una successione di sagome stampate a mano e ritagli di carta. L’estetica è quella dell’antica Grecia, della cultura celtica e dell’Asia e, come nei fregi antichi, con le sue figure l’artista va a comporre una sequenza narrativa di cui sono protagonisti gli archetipi femminili che diventano simboli di potere e sessualità.
La donna resta al centro anche nelle composizioni più geometriche, dove il colore suggerisce la vitalità femminile. L’idea è di offrire una lettura “di genere” della storia, di ribaltare l’idea che la storia sia una e immutabile, suggerendo che invece possa essere reinterpretata e addirittura trasformata, cambiando le relazioni di potere.

Nancy Spero, Maypole. Take No Prisoners, 2007, particolare. Installation view at MoMA PS1, New York 2019. Photo Maurita CardoneDONNA, CULTURA E VIOLENZA

Proseguendo nel percorso espositivo, si entra in un corridoio sulle cui pareti sono allestite opere realizzate su lunghi fogli di carta utilizzati in senso orizzontale, su cui appaiono personaggi della mitologia e frasi che invitano a riflettere sulle figure archetipiche di donne e sui significati culturali a esse attribuiti. La mostra include anche diversi video di Irene Sosa, che evidenziano il metodo di lavoro di Spero la quale, attraverso un sistema di lastre di gomma, negli ultimi anni cominciò a stampare immagini direttamente su muri ed edifici.
Installato separatamente, al piano interrato della scuola-museo, e visibile anche dall’alto dal piano superiore, è invece l’ultimo lavoro completato dall’artista prima della morte, Maypole: Take No Prisoners (2007), originariamente realizzato per la Biennale di Venezia in risposta alla guerra in Iraq, ma espansione di una precedente serie di disegni ispirati dalla guerra del Vietnam. L’opera consiste in un palo verticale di acciaio di sei metri dal quale pendono nastri e catene metalliche con appese oltre 200 immagini di teste decapitate dalle espressioni dolenti e grottesche. L’allestimento del PS1 è di indubbia efficacia: aggirarsi tra questi volti su cui è impressa l’atrocità della morte e della violenza fa riflettere sulla storia e sulle sue vittime. E appare significativo che, dopo una vita dedicata ai temi del femminile come fulcro dell’unità tra natura e cultura, per la sua ultima opera Spero sia tornata a rappresentare l’uomo e la violenza che lo circonda.

Maurita Cardone

New York // fino al 23 giugno 2019
Nancy Spero: Paper Mirror
MOMA PS1
22-25 Jackson Avenue, Long Island City
www.moma.org

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AutoreNancy Spero
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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.