L’altro e l’io. Giaconia, Miliani e Zeneli a Bergamo

GAMeC, Bergamo – fino al 24 febbraio 2019. Tre artisti visionari aprono la realtà a ulteriori scenari. Utopie e sconfinamenti identitari dischiudono nuovi significati e creazioni linguistiche combinando suoni, immagini e parole.

Jacopo Miliani, Deserto, 2017, still da video. Prodotto in collaborazione con E.M.M.A e Matadero
Jacopo Miliani, Deserto, 2017, still da video. Prodotto in collaborazione con E.M.M.A e Matadero

Dalla discesa negli abissi all’elevazione poetica, attraversando un proteiforme deserto. Si configura così il tris di mostre presentato alla GAMeC di Bergamo, tre momenti importanti che ritraggono il panorama della giovane arte in Italia tra media e codici espressivi diversi.
Ad accomunare i tre artisti è sicuramente l’approccio performativo. La pittura di Oscar Giaconia (Milano, 1978) si pone infatti come atto finale e conclusivo di un processo di travestimento, ma al tempo stesso è principio di ulteriori accadimenti. I video di Jacopo Miliani (Firenze, 1979) nascono da un aspetto centrale della storia della performance, l’identità che si apre all’altro da sé. Ancora in Driant Zeneli (Shkoder, 1983) la performance si manifesta nel confrontarsi con i limiti del corpo e delle leggi della natura sublimandosi in poesia.

Oscar Giaconia, Master – Mother Board, 2018. Collezione privata, Milano. Photo © Roberto Ferro. Courtesy OG Studio & Thomas Brambilla Gallery, Bergamo
Oscar Giaconia, Master – Mother Board, 2018. Collezione privata, Milano. Photo © Roberto Ferro. Courtesy OG Studio & Thomas Brambilla Gallery, Bergamo

LA VERITÀ È NELLA MASCHERA

Giaconia, rielaborando materiale fotografico e video, veri e propri resti da inglobare in nuovi processi di trasformazione, mette in scena i suoi personaggi, guardiani dall’aspetto ambiguo. Sembrano spettri che emergono dalla salpa che riveste interamente l’ambiente percorso da una sorta di tubo fognario. In un’atmosfera da bassofondo soffocante si affaccia ancora il ricordo della pittura più nobile a partire dal primo dittico, Master ‒ Mother Board, che accoglie i visitatori. Il Padre e la Madre appaiono legati dallo sguardo come nel celebre Dittico degli Uffizi, ma si rivelano inquietanti sorveglianti. I personaggi che popolano lo spazio, ambigue maschere in cui si incarna l’inconscio, sono realizzati attraverso una pittura che accoglie altri materiali per dare vita a nuove immagini e contaminazioni. Al termine della sala una sorta di bettola ospita The Grinder 2018, nato dalla rielaborazione pittorica della performance con cui si chiudeva la mostra Green Room. L’artista dava vita a soggetti estrapolati dall’ambito marinaresco attraverso l’intervento del truccatore prostetico Vittorio Sodano. Giaconia invita lo spettatore a chiedersi chi sia l’ospite che ciascuno nasconde e che il trucco rivela. Un video realizzato con le frattaglie del processo di travestimento ricorda la cosmogonia genitale di Matthew Barney.

Driant Zeneli, Some Say the Moon is Easy to Touch..., 2011, still da video. Courtesy l'artista & Prometeogallery di Ida Pisani, Milano Lucca
Driant Zeneli, Some Say the Moon is Easy to Touch…, 2011, still da video. Courtesy l’artista & Prometeogallery di Ida Pisani, Milano Lucca

IDENTITÀ OLTRE IL CONFINE

Travestimenti e ambiguità caratterizzano anche l’arte di Jacopo Miliani, selezionato per l’undicesima edizione dell’Artsts’ Film International. Come un’ossessione che produce forme nuove, Teorema di Pier Paolo Pasolini ispira Deserto e Teorema Teorema Teorema.
Il primo video nasce dalla possibilità di un incontro tra l’ospite del film di Pasolini e Bernadette, donna transgender de Le avventure di Priscilla. Si alternano fotogrammi in cui i gesti di mani dalle lunghe unghie rosse, di una figura senza volto, danno voce a un concetto di identità mutato, rievocato dall’immagine di due ballerini in cui maschile e femminile si confondono.
Nel secondo video il performer parigino Matyouz, attraverso il vogueing e la voce, reinterpreta alcuni quesiti che ruotano attorno al concetto di rivoluzione come nell’intervista verità che apre Teorema.
Zeneli con la sua trilogia, invece, rilegge il topos della tragedia greca della hybris, mostrando come il rincorrere un sogno sfidando i limiti imposti dalla natura possa esser anche la porta per nuove possibilità e alternative. E così i tentativi di attraversare il sole, toccare la luna e disegnare una nuvola rappresentano un’impresa donchisciottesca, ma comunque necessaria.

Antonella Palladino

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Antonella Palladino
Dopo la laurea in Conservazione dei beni culturali, negli anni napoletani svolge degli stage presso la Fondazione Morra e il Pan, collabora poi come assistente con la galleria Umberto Di Marino. Fondamentale si rivela essere l’esperienza presso l’ufficio comunicazione del Mart di Rovereto. È assistente di Filippo Tattoni-Marcozzi per un breve e felice periodo. Si trasferisce in Trentino Alto-Adige e inizia l’attività di critico scrivendo per diverse riviste tra cui Artribune e Juliet Art Magazine. Cura delle mostre per la galleria Paolo Erbetta, Stop Motion di Alessio Rota e Noisy di Gianluca Capozzi. A Benevento presenta Lichtkammer dell’altoatesino Harry Thaler. Per ora lascia il Trentino e inizia una nuova avventura.

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