L’arte di guardare oltre: un’intervista a Roger Hiorns

Cristallizza appartamenti e oggetti, seppellisce aerei da guerra e sta preparando una nuova serie di dipinti popolati da scene di sesso: per il poliedrico artista inglese, fare arte ha a che fare col “rompere” qualcosa e portarlo sempre verso nuove direzioni. Ne abbiamo parlato con lui in occasione della sua personale milanese

Roger Hiorns, The middle door, 2018, installation view, C+N Canepaneri_
Roger Hiorns, The middle door, 2018, installation view, C+N Canepaneri_

C’è chi lo ha definito un “diamante dell’arte contemporanea”, per l’approccio poliedrico con cui Roger Hiorns (Birmingham, 1975) sperimenta forme, tecniche e materiali, mette in discussione e insulta, come lui stesso afferma, oggetti, luoghi e comportamenti del nostro tempo. Ne abbiamo parlato con lui in occasione della sua prima personale in Italia, curata da Stefano Castelli e recentemente esposta presso la galleria C+N Canepaneri di Milano. Rispetto a Seizure (2007), l’appartamento di una casa popolare londinese che l’artista aveva rivestito di cristalli blu originati dal solfato di rame — selezionato per il Turner Prize del 2009 e oggi esposto nello Yorkshire Sculpture Park —, la mostra milanese The middle door ha presentato tele, tavole, circuiti elettrici, un’anta di un mobile, un modellino di una cattedrale e una radio, cristallizzati. Opere inedite che compongono un’esposizione da white cube, apparentemente lontana da Seizure e altri interventi di Hiorns spettacolari, come la la sepoltura di un aereo da guerra di Plane Burial / The retrospective view of the pathway (pathways), 2017. Tuttavia, fa notare il curatore, “la contestazione della tela è  subdolamente evidente”. Basti pensare che prima di essere cristallizzata, una delle tele (non si sa quale) è stata cosparsa di cervello bovino. “Siamo di fronte alla parte fintamente estetizzante del lavoro dell’artista, pregna di mille sottintesi: c’è l’idea del formato del quadro modernista con la sua autonomia, però distrutto, disinnescato”, racconta Castelli. Osservando questi oggetti “congelati” è nata la conversazione con l’artista, di cui riportiamo un estratto.

Come mai ti interessa tanto il processo chimico della cristallizzazione?
Si tratta di un processo universale e inesorabile in natura. Mi interessa la sua posizione verso gli oggetti fabbricati dall’uomo, gli oggetti che recano in sé significati politici. Mi interessa riscoprire, riusare, insultare gli oggetti, e muoverli oltre, verso il prossimo stato.

La tua arte non assume mai forme fisicamente definibili?
La superficie dell’opera è l’arena di un cambiamento: è possibile ricristallizzare le tele in una forma diversa, senza seguire un’idea statica di estetica. Per me fare arte è tramandare idee: qualcosa va sempre rotto, condotto verso direzioni diverse.

A volte, prima della cristallizzazione cospargi sulle superfici del cervello bovino. Perché?
In natura i cristalli nascono da diversi tipi di contaminazione; mi interessava una combinazione inedita per creare qualcosa di nuovo, volevo che i cristalli avessero origine nella materia del pensiero. Sembra un’idea fantascientifica! Ma ha a che fare con le dinamiche del pensare i materiali.

Roger Hiorns, The middle door, 2018, installation view, C+N Canepaneri
Roger Hiorns, The middle door, 2018, installation view, C+N Canepaneri

Quando ti sei reso contro di essere un artista?
Da ragazzino passavo il tempo disegnando, mettendo insieme cose, e decostruendole, fisicamente ma anche in termini di argomentazioni. Avevo problemi con l’autorità, con la staticità dell’establishment della scuola, con la stratificazione della società inglese, tutti aspetti per me da minare. Essere artista non è stata una sorpresa, ma non credo di esserlo nel senso tradizionale.

Cosa non ti soddisfa di ciò che definisci essere un artista “tradizionale”?
Non sono soddisfatto nella rappresentazione fine a sé stessa.

Nei tuoi lavori è come se le cose si “reincarnassero” per far parte di un piano più grande. Che rapporto hai con le cose, con l’idea del possesso?
La gente pensa che il consumismo sia normale, ma è un’esercitazione dettata da una società chiusa, dove tutto, anche le idee, sono controllate.

Quale ritieni essere la parte più interessante del lavoro d’artista?
Provare a capire il mistero dell’essere un organismo sul pianeta, contrapponendoci all’autorità e stabilendo un percorso verso il futuro, nonostante i tempi attuali ce ne vogliano privare.

L’arte come terapia comportamentale?
Arte come: porsi il problema di indirizzare il comportamento della società. Solo quando la gente disobbedisce ci si fa attenzione, perché è una cosa imprevista. Se la polizia sa già come neutralizzare in fretta una protesta, quali nuove forme di protesta si possono inventare?

Roger Hiorns, The middle door, 2018, installation view, C+N Canepaneri
Roger Hiorns, The middle door, 2018, installation view, C+N Canepaneri

Essere un artista apparentemente meno produttivo, con un ritmo più lento, è un aspetto che valorizzi?
Alcuni artisti sentono di lavorare per fare soldi e avere un buono stile di vita. Lì c’è un problema. Perché non pensano al progresso. Spesso la relazione tra artista e mercato non ha nulla a che vedere con lo spingersi oltre i confini. Fare arte per me è ridisegnare un percorso verso il futuro senza l’ossessione del mercato, che invece è uno spazio conservatore, che vede come problematici gli artisti che se ne fregano.

Tu sei considerato problematico?
In molte occasioni, ma non mi faccio abbattere da una censura, e con una buona argomentazione faccio in modo che la mia arte sia vista. Il mondo dell’arte è paradossalmente conservatore: faccio parte del comitato delle acquisizioni della Tate, e noto che gli artisti socialmente progressivi sono quelli che costano meno.

Se avessi un budget illimitato quale sarebbe il tuo progetto ideale?
Probabilmente cristallizzerei una cattedrale!

Sei cresciuto a Birmingham, una città industriale, per trasferirti a Londra nel ‘93. Qui che panorama artistico hai conosciuto?
A Birmingham c’era molta poca arte contemporanea, ma amavo la sua atmosfera, industriale e concreta. Londra era simile negli anni ‘90. Non c’era tanta gente come ora, la città presentava più spazi e luoghi inesplorati. Anche l‘arte era interessante…

Ti riferisci ai YBA?
I YBA erano abbastanza fastidiosi, e la loro arte priva di significato… aveva a che fare più che altro con la musica pop. Lo stesso tipo di marketing dietro al nuovo album di una band era utilizzato per Damien Hirst, Tarcey Emin, Sarah Lucas

Ci sarà pur stato qualcuno che trovavi interessante.
Damien Hirst era senz’altro il più interessante del gruppo e penso che senza di lui il fenomeno non avrebbe avuto molta sostanza. La Prime Gallery esponeva artisti come Philippe Parreno e Dominique Gonzales-Foerster, che trovavo più interessanti e internazionali, voci fuori dal coro.

Sul catalogo della mostra si parla di te come di un “diamante dell’arte” per le tue molteplici sfaccettature. Cos’hai in serbo?
Sesso e sessualità sono temi che vorrei approfondire. Specialmente la sessualità gay non è proposta in maniera contemporanea, ma anzi, spesso segue dei cliché. Passerò l’inverno dipingendo immagini su questo. 

Perché la pittura?
Sono partito dall’osservazione della pittura di Francis Bacon, che mi affascina moltissimo: lo ritengo l’ultimo grande artista inglese. Valutava in maniera onesta il tempo che viveva, e vedeva violenza in tutto. Sono affascinato dall’arena di umanità presente nei suoi dipinti, spazi di azione, sesso e violenza.

-Umberta Genta

Milano // fino al 22 novembre
The middle door
C+N Canepaneri
Foro Buonaparte 48

https://www.canepaneri.com

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Umberta Genta
Nata a Torino, a 19 anni si trasferisce a Londra dove si laurea in Fine and Decorative Arts. La sua formazione prosegue con un postgraduate in fotografia al Central Saint Martins. Inizia quindi un percorso di apprendistato nella sede londinese di Christie's, nel dipartimento Costume and Textiles. I suoi interessi professionali sono per la fotografia, per il design d'interni e per l’arte contemporanea. Nel 2011 viene assunta nella rivista Flash Art International, di cui, a partire dal 2012, diventa Managing Editor. Da fine 2014 è redattrice esterna ad AD per cui cura regolarmente rubriche sul collezionismo, in particolare legato al design. Oggi vive e lavora a Milano.