Public art per il XXI secolo. L’editoriale di Fabio Severino

L’arte pubblica, nel suo significato più ampio, potrebbe diventare il simbolo del millennio. Grazie alla sua capacità di rianimare gli spazi o di aprirne di nuovi.

Milano, Brera Design District 2017. Fenix Ntm
Milano, Brera Design District 2017. Fenix Ntm

Arte pubblica: qui corre il destino della diffusione del consumo culturale nel nostro millennio. Come nell’Ottocento la democratizzazione culturale è avvenuta con l’invenzione dei musei, il Louvre, il nostro millennio chiede il suo simbolo. Io credo possa essere un investimento politico ed economico serio sull’arte pubblica. Mi riferisco alla diffusione massiva e dal basso di offerta culturale, che ha come effetto immediato l’abbassamento – se non l’azzeramento – delle soglie di accesso. Faccio degli esempi? I “fuori evento” li ritengo delle splendide esperienze di arte pubblica. Iniziative inizialmente spontanee, poi coordinate e sinergiche, nate a contorno di grandi eventi istituzionali. Si pensi al Fuori Biennale, al Fuori Salone del Mobile, ma anche al prossimo Fuori Festa del Cinema di Roma. Una grande manifestazione istituzionale e verticalizzata, che porta pubblico, turisti e curiosità, ma che fisiologicamente si occupa di una cosa, è l’occasione per massimizzare il calendario e l’evento con tante iniziative diffuse e integrative. Trascuro l’en plein air e penso anche al recupero e ridestinazione d’uso di archeologia industriale. Ci sono già un sacco di esempi di luoghi rinati che funzionano.

Le possibilità di arte pubblica sono infinite. Dalla meravigliosa diffusione di residenze d’artista ad aperture o riaperture di luoghi dedicati alla cultura”.

Il tema è sempre lo stesso: riempire dei vuoti. Senza entrare troppo nel dibattito legittimo dell’“ha senso aprire nuovi luoghi/iniziative quando ce ne sono già tanti che andrebbero migliorati?”, ovvero concentrazione. Considerazione frettolosamente apparentabile al consumo del suolo: non costruire nuova cubatura quando ce n’è tanta che si può recuperare. Ma mentre in questa seconda c’è strictu sensu il consumo di ambiente, risorsa tutt’altro che infinita, per la cultura fare di più, fare diverso, fare oltre, crea contaminazione, riflessione, occasione. Un “Fuori” non è “consumo del tempo” o dispersione delle energie, ma è un aumento, soprattutto di giudizio critico. La cultura come bene primario non è altro che questo. Avere occasioni per capire e acquisire strumenti, attraverso l’esercizio. Le possibilità di arte pubblica sono infinite. Dalla meravigliosa diffusione di residenze d’artista ad aperture o riaperture di luoghi dedicati alla cultura: dai cinema ai teatri, ai monumenti, agli spazi di qualsiasi genere animati dall’energia di persone che non si rassegnano. Il bello di guardarsi intorno è la possibilità di “copiare”. Si parla molto di Art Basel Cities, il nuovo progetto svizzero parallelo alle grandi fiere d’arte, che punta a portare il consumo-mercato di arte in giro per il mondo. Iniziano con Buenos Aires. Perché l’arte pubblica è stimolare la domanda, attraverso pillole di novità e curiosità. La fame vien mangiando.

Fabio Severino

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #43

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Fabio Severino
Fabio Severino, dottore di ricerca in Comunicazione e Master in Business Administration presso l'Università di Roma La Sapienza, si occupa di management culturale. È autore Treccani e columnist di Artribune. Dal 2016 senior advisor di Oltre venture. Tra le sue pubblicazioni: "Economia e marketing per la cultura" (FrancoAngeli, 2011), "Marketing dei libri" (Bibliografica, 2012), "Heritage Marketing" (FrancoAngeli, 2007), "Un marketing per la cultura" (FrancoAngeli, 2005), "Comunicare la cultura" (FrancoAngeli, 2007), "Sette idee per la cultura" (Labitalia, 2005).