#MeToo: come il mondo dell’arte guarda la rivolta delle donne che fa tremare lo showbiz?

Con questo primo articolo parte l’inchiesta di Artribune che interroga le operatrici del settore sul fenomeno #MeToo anche nel mondo dell’arte. La prima opinione è di Teresa Macrì.

Teresa Macrì
Teresa Macrì

#MeToo. Anche io. Che significa: anche io ho subito molestie, anche io sono stata o stato importunato, anche io ho subito pressioni, soprattutto sul mondo del lavoro. Un fenomeno, questo, cominciato con l’ormai famigerato caso Harvey Weinstein lo scorso ottobre e poi ricaduto a cascata su tutto il mondo dello spettacolo. Sembrava una moda passeggera, o un ghiribizzo del momento e invece in nome del #MeToo sono cadute un sacco di teste. Anche quelle più blasonate, di attori come Kevin Spacey, il protagonista di House of Cards. E mentre la lista si allunga con accuse a Dustin Hoffman, Stan Lee, James Franco, Woody Allen e addirittura il mago David Copperfield, anche il mondo dell’arte (e della moda) viene toccato dagli scossoni del #MeToo. Finiscono infatti nel ciclone, in un fenomeno che non ha più bisogno di molte presentazioni, personaggi come Chuck Close (al quale è stata addirittura cancellata la mostra alla National Gallery of Arts) Mario Testino, Terry Richardson, in un effetto domino senza precedenti e che sta cambiando completamente il rapporto tra uomo e donna, anche nel corteggiamento.

LE DONNE CRITICHE

Tremate maschi, verrebbe da dire. Le streghe son tornate? Sembrano più che altro fate, ma sono più incazzate di prima. Tanti e tante si sono esposti, tanti e tante hanno voluto dire la loro, anche cercando di trovare una mediazione come ha fatto Catherine Deneuve che ha stigmatizzato l’harassment, salvaguardando però la buona vecchia galanteria. Tra le “critiche” c’è anche la scrittrice, non certo maschilista, Margaret Atwood, che in una lunga intervista a Vogue ha fatto notare quelli che secondo lei sono i limiti del #MeToo. Bisogna, spiega, difendere il diritto ad una “giustizia giusta”. E voi che ne pensate? In attesa dei vostri commenti noi abbiamo chiesto alle Signore dell’arte cosa ne pensano. E siamo partiti con la critica d’arte, docente e scrittrice Teresa Macrì.

Chuck Close e il suo ritratto di Obama - photo Phaidon
Chuck Close e il suo ritratto di Obama – photo Phaidon

Teresa, che idea ti sei fatta del movimento #MeToo? Che posizione assumi rispetto a questo spontaneo movimento di idee e alle denunce che ne sono seguite? Cosa ne pensi?
#MeToo? Era ora che le pregiudiziali di una cultura sessista e omofoba che hanno costruito immaginari comportamentali collettivi venissero alla luce con tanta risolutezza. Che i concetti (gramsciani) di egemonia e subalternità che hanno fondato le nostre opulente società fossero messe alla berlina. Ciò che temo è il rischio di una generalizzazione indiscriminata e, ancor di più, quello di una attenzione/tensione transeunte.

Siamo appena entrati nel 2018, a tuo parere nel sistema dell’arte italiano le donne sono considerate allo stesso livello degli uomini? – E all’estero?
Non è una considerazione ma una osservazione generata dall’esperienza e la estenderei ad una dimensione di un gender non binario ma più sfaccettato e complesso. Talvolta, a causa dell’eccesso di considerazione intellettuale che si nutre per una donna (e non in generale per le donne) si tende a escluderla attraverso scelte corporativamente maschili e/o maschiliste. Una non attitudine a confrontarsi col diverso da sé e un dispositivo che preserva ruoli e poteri. Patetico, no?

Credi che certi comportamenti nel tempo abbiano subito dei cambiamenti di rotta, ad esempio con l’avanzare delle nuove generazioni? I più giovani rispettano maggiormente le donne?
Le generazioni non sono che delle astrazioni, la scommessa va giocata con gli individui e le loro differenze e specificità fuori e dentro il mondo dell’arte.

Cosa vorresti che questa rivoluzione di pensiero e di atteggiamenti portasse ad esempio nel mondo dell’arte?
Non so se sia in atto una rivoluzione di pensiero (neanche me lo auguro visto che le rivoluzioni storicamente sono destinate al fallimento) ma mi piacerebbe (utopia?) un mondo dell’arte realmente liquido, transgender e transgenerazionale, più rischioso e meno compiacente con le proprie ipocrisie.

Santa Nastro

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.