Minimalismi a confronto. Lee Ufan incontra Le Corbusier a Lione

Éveux, Couvent de La Tourette ‒ fino al 20 dicembre 2017. L’artista nippo-coreano è protagonista di una personale nell’“incredibile” convento de la Tourette, disegnato dal grande architetto. Il risultato è stimolante, con installazioni che fanno interagire interno ed esterno, paradossalmente monumentali. Una delle mostre collaterali della Biennale di Lione.

Lee Ufan, Relatum - Home, 2017. Photo Jean Philippe Simard
Lee Ufan, Relatum - Home, 2017. Photo Jean Philippe Simard

Il confronto con gli spazi del Couvent de La Tourette, progettati da Le Corbusier, è una sfida ardua per gli artisti contemporanei, ormai regolarmente chiamati a esporvi. Lo stesso Lee Ufan (Haman-gun, 1936), protagonista fino al 20 dicembre di una delle mostre collaterali dell’attuale Biennale di Lione, ha dichiarato i suoi dubbi iniziali, le difficoltà, la lunga fase di ideazione della sua esposizione in questo luogo anticonvenzionale, per molti versi “impensabile”.
Ho infine deciso di far dialogare gli interni con il panorama circostante”, ha spiegato l’artista. Una strategia vincente: il fatto di aver concepito le installazioni site specific rivolgendole idealmente verso la vallata dona alle opere stesse e alle linee di Le Corbusier un respiro nuovo, con un’alternanza di corposità materica e improvvise aperture.

MONDI AUTONOMI

Va detto che per Lee Ufan il compito è stato forse meno complesso che per altri artisti, essendo il suo stile rigorosamente minimale – il risultato è più convincente, ad esempio, della mostra di due anni fa di Anish Kapoor. Ma il Mono-ha, di cui Lee Ufan è fondatore e teorico, prevede una filosofia fatta di regole rigorose che definiscono l’interazione tra opera e spazio, qui messe parzialmente in discussione.
Nelle sale più piccole del convento, l’artista crea veri e propri mondi separati, lineari ma complessi, fatti di pietre, carta, vetro… L’installazione Relatum ‒ Home avviluppa il visitatore con rotoli di carta tenuti fermi da grossi sassi che sembrano piovuti dall’alto. Nell’opera Relatum ‒ Room, una singola pietra è “omaggiata” da una sorta di altare laico fatto di carta, paravento che protegge, occulta ma infine valorizza l’essenzialità del “reperto”.

Lee Ufan, Relatum - Room, 2017. Photo Jean Philippe Simard
Lee Ufan, Relatum – Room, 2017. Photo Jean Philippe Simard

IN EQUILIBRIO

Tuttavia l’installazione più riuscita è certamente Relatum ‒ Dwelling: nella stanza sembra essere avvenuta un’inversione tra interno ed esterno ‒ il pavimento ricoperto di pietre è scosceso, si cammina mantenendo l’equilibrio con lo sguardo attratto dal panorama mozzafiato visibile attraverso i vetri.
Meno efficace l’inserimento di dipinti nel refettorio e nella Salle du chapitre ‒ ma le tele in sé sono di grande valore, con il segno che tende a un’essenzialità assoluta, quasi alla sparizione.
Un altro punto forte della mostra sono le due opere collocate nella chiesa (forse lo spazio maggiormente suggestivo del convento, anticonvenzionale al massimo grado). Un dipinto sulla parete di fondo veglia su tutto lo spazio, dominandolo. Sul pavimento, su un fondo di piccole pietre, è posto il segno pittorico tipico di Lee Ufan, screziato come un arcobaleno, precario a causa del suo supporto ma assieme corposissimo, paradossalmente monumentale.

Stefano Castelli

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.