David Hockney e la pittura. A Venezia

Una mostra di grande impatto riporta l’attenzione sulla pratica pittorica e su un genere che affonda le radici nella storia della creatività. Complice un entusiasmante ciclo di opere realizzate dall’artista inglese, tra humour, empatia e vita vissuta.

Assegnare al ritratto nuove sfumature di senso non è impresa semplice. Solo un occhio attento e una mente allenata possono riuscire nell’intento, senza tralasciare una profonda conoscenza del genere. Tutti questi requisiti convivono nel gesto pittorico e nello sguardo di David Hockney (Bradford, 1937), protagonista della rassegna allestita al secondo piano della veneziana Ca’ Pesaro, prima tappa del tour internazionale della mostra andata in scena lo scorso anno alla Royal Academy of Arts di Londra. In attesa di raggiungere il Guggenheim di Bilbao e il Los Angeles County Museum of Art, 82 ritratti e 1 natura morta affollano le stanze del museo lagunare, raccolti sotto un titolo che mette in chiaro non solo i contenuti, ma anche il piglio ironico e schietto dell’esposizione e del suo autore. I soggetti immortalati da Hockney, ricorrendo al disegno, alla linea e al colore acrilico, compongono un unico ciclo di opere, curato da Edith Devaney della Royal Academy of Arts, ed evocano una dimensione di familiarità avvolgente, che sembra invitare a mettersi a proprio agio fra quella moltitudine di posture e che richiama altre sequenze di ritratti firmate in passato dall’artista.

David Hockney, John Baldessari, 13th, 16th December 2013, acrilico su tela, 121,9 x 91,4 cm © David Hockney, photo credit Richard Schmidt

David Hockney, John Baldessari, 13th, 16th December 2013, acrilico su tela, 121,9 x 91,4 cm © David Hockney, photo credit Richard Schmidt

ATMOSFERE FAMILIARI

Legate a Hockney dalle trame affettive più varie, le personalità coinvolte in sessioni di posa lunghe tre giorni occupano tutte la medesima sedia, orientata dall’artista in maniere diverse, nel rispetto di una precisa sequenza visiva e cronologica. Contorni netti e accostamenti cromatici perentori assegnano al colore un duplice ruolo, formale e psicologico, agendo da cassa di risonanza di un’interiorità sottesa anche al gesto in apparenza più semplice.
Da Larry Gagosian a Jacob Rothschild, dalla governante Doris Velasco agli amici di vecchia data, Hockney affianca a ogni figura un breve commento scritto, offrendo un ulteriore indizio sull’identità di quei volti e sul rapporto che lo unisce a loro. In poche battute, l’artista è in grado di racchiudere un dettaglio, un aneddoto capaci di intensificare quel senso di familiarità che pervade il progetto, accompagnato da uno humour sottile, così tipico di Hockney da risultare immancabile.
Ecco allora che le note personali – “Conosco Norman [Rosenthal, N. d. R.] da quasi cinquant’anni” – si mescolano alle considerazioni sulla pittura – “Conosco questo artista da molto tempo. Avevo due giorni per ritrarre John [Baldessari, N. d. R.]. Ricordo la sua bocca e il fatto che si muoveva poco. Di solito invece è molto vivace. Devi sempre scoprire come animare un viso” –, assegnando al ritratto un valore ancora più profondo. In questo contesto la presenza dell’unica natura morta non crea fratture, anzi consolida gli equilibri su cui poggia l’intero ciclo, offrendosi come variopinta “sostituta” di un soggetto assente.

UNA PITTURA TERAPEUTICA

Eppure, nonostante le squillanti atmosfere cromatiche e il sentimento di vitalità che si respira aggirandosi tra le figure in posa, la saga oggi in mostra a Venezia affonda le radici in un evento traumatico, abbattutosi sull’esistenza di Hockney nel 2013, quando tutto ebbe inizio: la morte di uno dei suoi assistenti. A uno sguardo attento non può sfuggire l’aura di afflizione che avvolge, in maniera non casuale, il soggetto del primo ritratto, Jean-Pierre Gonçalves de Lima, un altro degli assistenti di Hockney – il migliore di sempre, come definito dallo stesso artista – colto con la testa fra le mani, in preda alla tristezza. Un dolore comune, di cui Hockney non fa mistero, è l’empatico punto di partenza di un ciclo tramutatosi, ritratto dopo ritratto, in una festa per gli occhi. La pittura, ancora una volta, si dimostra un ancoraggio sicuro per un artista che ha saputo difenderla con forza, anche quando altre tecniche parevano oscurarne le qualità. Uno strumento che supera i limiti della fotografia, scavando oltre la superficie.

David Hockney, Edith Devaney, 11th, 12th, 13th February 2016, acrilico su tela, 121,9 x 91,4 cm © David Hockney, photo credit Richard Schmidt

David Hockney, Edith Devaney, 11th, 12th, 13th February 2016, acrilico su tela, 121,9 x 91,4 cm © David Hockney, photo credit Richard Schmidt

L’INTERVISTA ALLA CURATRICE EDITH DEVANEY

Da dove trae origine questa mostra?
La mostra è cominciata nel 2013 quando Hockney ha iniziato a fare i ritratti, elemento cardine della sua carriera cinquantennale. Si è sempre interessato alle persone e questi quadri segnano il suo ritorno alla ritrattistica. Tutto è cominciato come un tentativo. Hockney non era sicuro di questo progetto per via dei drammatici eventi che lo avevano colpito in quel periodo e, quando ha cominciato a dipingerli, questi quadri erano quasi l’espressione di ciò che lui provava. Il primo ritratto del ciclo esposto a Ca’ Pesaro, infatti, mostra una persona davvero disperata. Tuttavia Hockney continuò a realizzare ritratti e quando arrivò a dieci mi inviò le fotografie sul telefonino. Gli chiesi di poterli vedere e allora mi resi conto che non solo grazie alla pittura, ma anche grazie al contatto con le persone che ritraeva riusciva a esplicitare tutta la sua ansia e i suoi problemi. Gli suggerii di realizzare altri ritratti per fare una mostra alla Royal Academy of Arts. Lui considera tutti questi dipinto come un unico lavoro. Lui, come me, sa che sono opere speciali e volevamo che più gente possibile le vedesse.

Perché avete scelto Venezia come punto di partenza del tour espositivo?
Avevo già conosciuto Gabriella Belli e avevo visto gli spazi di Ca’ Pesaro e lei desiderava portare Hockney in Italia, a Venezia in particolare, quindi ho fatto in modo di organizzare un incontro tra loro. Da quel momento è iniziato un dialogo che ci ha visti concordi sul fatto che sarebbe stato fantastico esporre qui a Ca’ Pesaro questi ritratti, soprattutto se si pensa alla tradizione ritrattistica a Venezia e al fatto che David può essere considerato un moderno maestro del ritratto pittorico. David sottolinea spesso il fatto che la fotografia non descriva le persone così bene come la pittura ed è straordinario l’effetto prodotto da opere d’arte contemporanea in questo contesto antico. Lui verrà a vedere la mostra a settembre, ma nel frattempo gli ho spedito delle immagini degli allestimenti e ne è entusiasta.

Dunque realizzare questo ciclo di ritratti è stata quasi una terapia per Hockney?
È stata, in un certo senso, una terapia, ma poi credo sia diventata una celebrazione dell’essere umano. Invitava le persone a sedersi, a posare per lui e trascorreva con ognuna di loro tre giorni, dunque molto tempo insieme. Lui è sordo, non gli piacciono le situazioni affollate, come le cene o gli eventi ufficiali, preferisce i confronti a due. Nella mostra c’è un punto in cui si sente che il suo modo di essere si stava alleggerendo dalla tristezza, divenendo gioioso.

David Hockney, Fruit on a Bench, 6th, 7th, 8th March 2014, acrilico su tela, 121,9 x 91,4 cm © David Hockney, photo credit Richard Schmidt

David Hockney, Fruit on a Bench, 6th, 7th, 8th March 2014, acrilico su tela, 121,9 x 91,4 cm © David Hockney, photo credit Richard Schmidt

Perché proprio 82 ritratti?
È il numero massimo di opere che la galleria della Royal Academy of Arts è in grado di contenere. Lui ne aveva dipinti di più, circa una novantina. La presenza della natura morta deriva dal fatto che una delle persone che avrebbe dovuto posare per lui non si presentò per via della scomparsa del padre. David capì la situazione, ma era già fisicamente e psicologicamente pronto per dipingere, quindi ha dovuto ritrarre qualcosa e ha scelto della frutta che si trovava nel suo studio. Quando ho visto la natura morta mi è piaciuta così tanto che ho suggerito a David di esporla insieme ai ritratti e lui ha dato il titolo alla mostra, confermando ancora una volta l’ironia che lo caratterizza.

Per quale ragione Hockney ha scelto di dipingere tutti i suoi soggetti facendoli sedere sulla medesima sedia?
Ha fatto qualche esperimento, provando a far sedere uno dei suoi soggetti su una poltrona, ma non gli piaceva il fatto che il corpo fosse avvolto da quest’ultima e coperto in più punti. La sedia invece permetteva che quasi tutto il corpo fosse visibile. Gli piaceva l’idea di mostrare la figura intera, dai piedi alla testa, era anche affascinato da come i soggetti mettevano i piedi durante le sessioni di posa, perché questi gesti esprimono personalità, umore. Voleva che ognuno di loro fosse libero di scegliere il proprio abbigliamento e la posizione in cui sedersi. Lui decideva soltanto come orientare la sedia e cambiava il colore dello sfondo per adattarlo al colore degli abiti di chi posava.

Lei è una delle persone ritratte. Quali crede siano state le reazioni dei soggetti a queste sessioni di posa?
È stato un grande onore per me e credo che in generale le persone coinvolte si siano divertite. Inoltre non di trattava di ritratti su commissione. Nessuno ha pagato David per questo e dunque, non essendo committenti, i soggetti non si aspettavano nulla e non hanno alcun diritto finale sul ritratto. Io e tutti quelli che conoscono David sappiamo che non ritrarrà qualcuno più bello di quanto sia, al massimo lo peggiorerà [ride, N. d. R.].
Come curatrice è stato affascinante vederlo lavorare. Il livello di concentrazione durante il periodo di posa era totale: David non parlava, ma faceva molte pause sigaretta e a qual punto la persona ritratta poteva alzarsi e dare un’occhiata al dipinto e parlargliene. Lui era molto interessato a discuterne.

Jean Clair ha celebrato la pittura di Hockney come un ottimo esempio di pittura nell’epoca odierna. In veste di curatrice e soggetto di uno dei ritratti, quale crede sia la il punto di forza della pittura di Hockney?
Credo che la sua forza risieda nell’interesse che lui nutre nei confronti delle persone, dei loro modi di pensare e dei loro comportamenti. E credo che questa capacità di osservare l’interiorità emerga dai suoi ritratti. Abbiamo parlato tanto di queste opere e lui è stato molto chiaro: dipinge solo quello che vede, cercando di non pensare troppo a quanto conosce la persona, ma concentrandosi esclusivamente su ciò che è davanti ai suoi occhi.

Arianna Testino

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #5

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Arianna Testino

Arianna Testino

Nata a Genova nel 1983, Arianna Testino si è formata tra Bologna e Venezia, laureandosi al DAMS in Storia dell’arte medievale-moderna e specializzandosi allo IUAV in Progettazione e produzione delle arti visive. Dal 2015 a giugno 2023 ha lavorato nella…

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