Lo spirito nomade di documenta. Che annuncia la sua prossima tappa: nel 2018 si sbarca in Africa

Nei giorni dell’inaugurazione di documenta Kassel, arriva la notizia di una nuova tappa in Africa. Dopo Atene sceglie un’altra meta satellite: nel 2018 si va a Luanda, in Angola.

Olu Oguibe, Obelisk, documenta Kassel
Olu Oguibe, Obelisk, documenta Kassel

documenta sembra averci preso gusto. Dopo aver rotto la tradizione varcando i confini nazionali con un prequel ad Atene, inaugurato l’8 aprile, la più importante rassegna tedesca dedicata all’arte contemporanea si prepara a varcare nuovamente i confini nazionali. È stato annunciato proprio nei giorni della preview di Kassel, una nuova tappa della manifestazione prevista a Luanda, capitale dell’Angola, nel 2018.

LA MOSTRA A LUANDA

La mostra ruoterà intorno al lavoro di 16 artisti di origine africana già coinvolti nelle due mostre di documenta 14, ad Atene e Kassel. Gli artisti sono Akinbode Akinbiyi, Sammy Baloji, Bili Bidjocka, Manthia Diawara, Theo Eshetu, Aboubakar Fofana, Pélagie Gbaguidi, iQhiya, Bouchra Khalili, Ibrahim Mahama, Narimane Mari, Otobong Nkanga, Emeka Ogboh, Tracey Rose, El Hadji Sy e Olu Oguibe il cui obelisco di cemento nel centro di Kassel è uno dei punti forti di questa edizione. Poco è trapelato sull’organizzazione della mostra, ma non è detto che gli artisti portino in Angola gli stessi lavori presentati ad Atene e Kassel.

LA DELOCALIZZAZIONE COME OPPORTUNITÀ?

Fortemente voluta (e finanziata!) da Sindika Dokolo, uomo d’affari congolese e tra i massimi collezionisti di arte africana contemporanea, che da tempo sostiene la presenza degli artisti africani nelle manifestazioni internazionali, la tappa di documenta a Luanda si preannuncia non una semplice trasposizione di opere dalla Germania all’Angola, ma come una sorta di scambio, o per meglio dire, di condivisione di temi e artisti. Un’opportunità insomma per la comunità artistica locale che vive ai margini del sistema dell’arte contemporanea. Il modello è quello già attuato ad Atene. È chiaro che la delocalizzazione per una grande manifestazione come documenta stia diventando un’opportunità tutt’altro che marginale. In primis per allargare il campo di azione, per stringere nuovi accordi economici ed alleanze, poi per accorciare un po’ la distanza dei cinque anni tra un’edizione e l’altra. Il rischio di questo tipo di operazione, esattamente come è avvenuto a Kassel e Atene, è che l’operazione risulti pretenziosa e retorica, ai limiti del paternalismo, nel tentativo goffo di offrire una sorta di risarcimento storico ad artisti che fino ad oggi hanno vissuto ai margini del sistema dell’arte internazionale.

– Mariacristina Ferraioli

www.documenta.de

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Mariacristina Ferraioli
Mariacristina Ferraioli è giornalista, curatrice e critico d’arte. Dopo la laurea in Lettere Moderne con indirizzo Storia dell’Arte, si è trasferita a Parigi per seguire corsi di letteratura, filosofia e storia dell’arte presso la Sorbonne (Paris I e Paris 3). Ha conseguito il Master in Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha vinto la Residenza per Curatori della Dena Foundation for Contemporary Art presso il Centre International d’Accueil et d’Echanges des Récollets di Parigi. Ha lavorato al Centre Pompidou collaborando alla realizzazione della mostra “Traces du Sacré” e ha pubblicato un testo critico sul catalogo della mostra. Ha coordinato l’ufficio Master dell’Accademia di Belle Arti di Brera e ha curato mostre sia in Italia che all’estero. Redattrice di Artribune, collabora stabilmente con Cosmopolitan Italia e Icon Design. Sta conseguendo un dottorato in Comunicazione e mercati: Economia, Marketing e Creatività presso l’Università Iulm di Milano ed è docente a contratto presso diverse istituzioni tra cui l’Accademia di Belle Arti di Brera.

1 COMMENT

  1. a noi questa storia del presunto “paternalismo” di Adam Szymczyk e del suo team ce la dovete spiegare. a muoverlo e’ la considerazione dei margini e delle periferie del mondo, e di tutto quello che in queste aree, profondamente diversificate tra loro, e’ emerso e va emergendo con vitale energia, di contro al grande mondo monolitico, “the real world” come lo aveva chiamato Henry Geldzahler ( “Welcome into the real world!” e si stava rivolgendo a Jean Michel Basquiat dopo avergli acquistato un disegno, per la prima volta ad un prezzo ‘decente’). Adam Szymczyk non si e’ nutrito di esotismo come Jean Hubert Martin, ne’ tiene a mettere in moto la macchina imperialista di Okwui Enwezor. e questo fa la differenza, una differenza sostanziale.

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