Due modi di concepire l’Africa: Sudafrica e Zimbabwe alla Biennale di Venezia

Due Paesi nati sulla scorta di difficili storie coloniali, due realtà diametralmente opposte: la via sudafricana verso la democrazia, raggiunta e mantenuta con orgoglio dopo gli anni dell’apartheid. E il regime feudale di Mugabe, che utilizza anche la Biennale per dare al mondo una falsa immagine dello Zimbabwe.

57. Esposizione Internazionale d'Arte, Venezia 2017, Padiglione Sud Africa, Candice Breitz, Love Story, 2017, photo Italo Rondinella. Courtesy La Biennale di Venezia
57. Esposizione Internazionale d'Arte, Venezia 2017, Padiglione Sud Africa, Candice Breitz, Love Story, 2017, photo Italo Rondinella. Courtesy La Biennale di Venezia

Un Padiglione con appena due artisti, scarno nell’allestimento, eppure emotivamente intenso, dove Candice Breitz (Johannesburg, 1972) e Mohau Modisakeng (Soweto, 1986) dialogano su problematiche sociali che ancora affliggono il Paese. Nonostante la fine dell’apartheid, razzismo e diseguaglianze sociali sono ancora presenti, e Modisakeng indaga in Passage la storia della schiavitù e dello sfruttamento della popolazione nera, da parte degli olandesi prima e degli inglesi poi. Le figure che giacciono nella barca, destinate ad essere sommerse dalla marea che sale, sono la metafora di un’oppressione mai veramente finita. Legato al presnte, invece, il lavoro di Breitz, Love Story, costituito da sei interviste ad altrettanti rifugiati politici, a Cape Town come a Berlino e a New York. Le interviste sono sia in versione originale, sia “reinterpretate” da Julianne Moore e Alec Baldwin: una scelta provocatoria, per far riflettere su come le tragedie di tante persone comuni siano accolte con indifferenza, perché lontane dalla cornice patinata con cui la “civiltà occidentale” è abituata a comunicare.

LA VETRINA DI UNA DITTATURA

L’arte tribale e il senso d’identità sono le cifre del Padiglione Zimbabwe, rappresentato da Sylvester Mubayi, Charles Bhebe, Dana Whabira, Admire Kamudzengerere; dalla scultura all’istallazione, dal video al dipinto, quattro riflessioni sul presente del Paese, secondo le quali il Paese sarebbe animato da un vivace dialogo interno, per una definitiva integrazione fra maggioranza nera e minoranza bianca, sullo sfondo di un patrimonio tribale di cui è fiero. Il quadro è ben diverso: sotto la ferrea dittatura di Robert Mugabe, i diritti umani sono sistematicamente violati, a cominciare dalla libertà d’opinione e di associazione, e il Paese è stretto fra l’emergenza sanitaria, l’inflazione e la disoccupazione. Interessante dal punto di vista estetico, trattandosi però di arte di regime la mostra perde ogni suo significato civile e concettuale.

Niccolò Lucarelli

Padiglione Sudafrica
Arsenale – Sale d’Armi
Padiglione Zimbabwe
Istituto Santa Maria della Pietà
Castello, 3701, Venezia

www.labiennale.org

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.