Parola al neodirettore di Artissima, già al lavoro sul nuovo corso di una delle fiere più attese e conosciute sia nel panorama nostrano sia sul fronte internazionale. Una chiacchierata che chiama in causa il bagaglio di esperienze maturate da Ilaria Bonacossa e anche la politica piemontese.

Dopo la recente videointervista, Ilaria Bonacossa torna a parlare della “sua” Artissima, entrando nel merito delle novità e dell’approccio che caratterizzerà la prossima fiera torinese.

Buona parte della tua formazione “sul campo” è avvenuta a Torino, e ora torni dopo l’esperienza di Genova. Cos’hanno aggiunto questi due periodi al tuo bagaglio professionale?
Stavo riflettendo proprio settimana scorsa su quanto sia importante aver vinto questa volta il bando per Artissima e non la precedente (in realtà avevo fatto l’application anche nel 2011 per Artissima 2012) perché, senza l’esperienza genovese, non credo sarei stata pronta a questa sfida. Avevo infatti maturato a Torino, e poi lavorando come freelance a Milano, una profonda conoscenza del mondo dell’arte e dei meccanismi che lo governano, ma a Genova ho imparato a lavorare con le istituzioni pubbliche, a cercare sponsor, a lavorare con le imprese e non solo a fare il curatore.

Cosa è cambiato in estrema sintesi?
Cinque anni fa avevo solo interesse per le mostre e gli artisti, ora mi interessa lavorare all’interno di un sistema culturale complesso dal punto di vista manageriale e culturale.

Il Museo di Villa Croce, a Genova
Il Museo di Villa Croce, a Genova

Nei tuoi anni genovesi alla guida di Villa Croce, in particolare, hai sperimentato e instradato modelli di gestione e governance nuovi e inediti. Cosa ti porti di questo a Torino?
La mia storia professionale si è sviluppata nei musei ma con molteplici esperienze nel settore “commerciale” dell’arte. Credo infatti che questi mondi si trasformino in maniera dialettica e che non possano ignorarsi. In particolare, quando lavoravo alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, ero il responsabile per l’Italia di APT – Artist Pension Trust, un interessante esperimento che è un ibrido tra una cassa di mutuo soccorso per artisti e un hedge fund. Le fiere hanno sostituito nell’art tour globale le molteplici biennali e triennali nate in ogni angolo del mondo negli Anni Novanta.

Pensi che il modello tradizionale di fiera d’arte debba e possa subire delle evoluzioni? In che direzione?
Il fatto che gli ultimi quindici anni abbiano visto la nascita di duecento nuove fiere insieme a più di duecento musei privati di collezionisti e aziende, credo parli della volontà dei diversi player di acquisire indipendenza nella scelta di cosa diventerà storia dell’arte. In questo processo, le fiere di arte contemporanea sono diventate i luoghi in cui il sistema e i vari attori entrano in proficua rotta di collisione. Credo che l’uso del digitale stia già trasformando l’esperienza delle fiere: tutti noi spesso, senza visitare una specifica fiera, vediamo le opere che le gallerie vi presenteranno già il giorno prima e, via Instagram o Twitter, le opere più sorprendenti o importanti.

Finora hai ricoperto ruoli anche molto diversi fra loro nell’ambito del “sistema dell’arte”. Quello di direttrice di una fiera ti vede però all’esordio. In molti ritengono che questo sia tuttavia più un ruolo da manager puro. Tu cosa ne pensi? Il triennio di Vincenzo de Bellis a miart, per citare l’esempio più recente, in realtà dimostrerebbe il contrario.
Credo di aver acquisito in questi anni buone competenze gestionali, mi piace lavorare in squadra e condividere idee e progetti; penso che per il successo di una fiera serva una visione chiara del mondo dell’arte e dei suoi meccanismi e anche la voglia di forzarli. Il mondo dell’arte si è sempre trasformato così velocemente che servono le idee e il coraggio di “nuotare controcorrente” per fare della fiera un evento culturale unico.

Torni a Torino e trovi una situazione politicamente molto diversa rispetto a quando hai lasciato la città. Capiamo che la diplomazia sia d’obbligo, ma la tua impressione qual è? Per dire: lavorerai per una fiera che fa capo a una fondazione – la Fondazione Torino Musei – che a sua volta ha da pochissimo silurato la sua presidente (Patrizia Asproni), per non parlare della tua “predecessora”, che tutti si aspettavano venisse confermata, e invece…
Ho lavorato a Torino, l’ultima volta, sotto la giunta Chiamparino, quindi sono passati molti anni e ho sempre stimato il lavoro fatto dalla classe politica torinese e piemontese, in cui le diverse parti politiche hanno saputo collaborare per portare avanti i cambiamenti necessari alla loro idea di città. Il fatto che a Torino e in Piemonte operino due fondazioni di origine bancaria come Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT, che hanno scelto di lavorare in sinergia con la politica per sostenere il sociale ma anche la cultura come mezzo per la trasformazione della vita e della visione dei cittadini, ha reso il Piemonte e Torino delle “isole felici”.

Artissima 2015
Artissima 2015

E ora?
Ho vinto un bando pubblico indetto dalla Fondazione Torino Musei per Artissima, come cinque anni fa a Genova per Villa Croce. Credo che i bandi possano essere dei buoni strumenti per cambiare e rinnovare le figure alla guida di istituzioni (nelle istituzioni straniere, pubbliche o partecipate, questi sono la norma) e che i cambiamenti possano trasformarsi in occasioni per attivare visioni ed energie nuove. La politica cittadina e regionale si è resa immediatamente disponibile a dialogare e a costruire in sinergia progetti e idee, senza però cercare in alcun modo di imporre una sua agenda. Comunque la regola dell’arms length (professata dall’Arts Council britannico) secondo cui la cultura, per poter sviluppare progetti significativi, deve tenere la politica alla distanza minima di un braccio, cioè articolarsi attraverso la condivisione di obiettivi e progettualità, ma con piena fiducia nella direzione artistica e operativa, resta per me la più efficace.

Quali ritieni siano le maggiori opportunità e i maggiori rischi della città e della sua vita culturale in questa fase?
Torino è una città con una qualità della vita alta, con un’offerta universitaria e di ricerca scientifica di livello internazionale, con una vocazione all’arte contemporanea unica in Italia e una riconosciuta eccellenza nell’offerta enogastronomica. Queste caratteristiche ne fanno non solo una meta turistica ideale, ma anche un luogo in cui lanciare nuovi progetti imprenditoriali giovani, e inoltre il potenziamento dell’asse ferroviario ha reso la città molto vicina a Milano e Bologna e alla Francia. Il rischio è dare per scontato il proprio ruolo e non saper immaginare la Torino del 2030 e il ruolo che la città può avere in Italia e in Europa.

Da poco è stato presentato il grande progetto delle OGR. In che modo si pone Artissima rispetto a quella che appare essere la sfida culturale di Torino per questo 2017?
OGR è un progetto fantastico che incuriosisce tutti (le ho visitate per Italia 150 ma non erano ristrutturate) e che saprà cambiare l’asse di fruizione della cultura in città. Stiamo già dialogando con il direttore artistico Nicola Ricciardi per formalizzare la nostra collaborazione per il 2017, anche nell’ottica della nostra partnership con Club to Club, che verrà ospitato sia alle OGR che al Lingotto.

In pochi anni ai vertici di Artissima si sono succeduti Andrea Bellini, Francesco Manacorda, Sarah Cosulich. I primi due sono passati direttamente all’estero, mentre sul futuro di Sarah per ora non abbiamo notizie. L’impressione è che Artissima sia una sorta di trampolino per andare altrove. Cosa ne pensi?
Artissima offre una posizione di grande visibilità al proprio direttore e, in un mondo fatto di comunicazione, questo è importante per la costruzione di una carriera. Credo però che il successo dei passati direttori sia legato alle loro competenze scientifiche e all’aver dimostrato con la fiera quelle manageriali, di gestione dei rapporti con le istituzioni e la politica, che diventano importanti per guidare un’istituzione. Poi che dire? Speriamo porti fortuna!

Nuove OGR, Torino, Manica Sud
Nuove OGR, Torino, Manica Sud

Torino si sta riempiendo di fiere collaterali (The Others, Flashback, Paratissima, Nexst) e quest’anno ce ne sarà una nuova (Flat) per un totale di cinque. Come consideri questa crescita? Quanto dà sostegno all’art week torinese di novembre e quanto invece disturba le attività della fiera?
Non credo si possa parlare di competizione disturbante. Le altre fiere sottolineano il ruolo di catalizzatore di Artissima e godono dell’indotto generato in città: Artissima è il momento in cui tutti ci vogliono essere! Comunque non è una situazione isolata: durante Armory quest’anno a New York c’erano altre sette fiere. Artissima è il momento in cui Torino si presenta al mondo “in alta uniforme” o forse dovrei dire “in abito di gala”, come Milano durante il Salone del Mobile.

Cosa terrai e cosa cambierai nel 2018 rispetto all’edizione precedente? In altre parole, quali sono i punti forti e quali quelli deboli su cui lavorare?
I punti di forza della fiera sono molti; il primo è il suo staff molto competente, amato e rispettato da tutti (galleristi, collezionisti e artisti). Indiscutibilmente il fatto che la qualità delle gallerie internazionali e italiane presenti da ventiquattro anni in fiera sia sempre rimasta altissima; inoltre, i progetti curatoriali che da sempre la fiera sviluppa in sinergia con la città e il parterre di collezionisti internazionali d’eccezione che arrivano a Torino per Artissima. Ovviamente poi le importanti istituzioni museali della città, la cui programmazione internazionale rende la visita alla fiera irrinunciabile.
Credo però che la progressiva e importante internazionalizzazione delle fiere abbia portato a un’attenzione minore nei confronti di un pubblico di appassionati e piccoli collezionisti, che invece deve essere stimolato e aiutato a crescere per sostenere le vendite della fiera.
La fiera 2017 conferma le sezioni curate come Present Future con il premio Illy e Back to the Future, che quest’anno si concentrerà sulla riscoperta degli Anni Ottanta nella loro complessità.

Quali saranno le novità?
Lanceremo una nuova sezione Disegni dedicata a questo mezzo espressivo così importante per la storia dell’arte, vicino alla genesi delle idee, ai progetti, e contemporaneamente così intimo e affascinante. Sono felice di poter lavorare con un nuovo team di curatori, la cui visione irriverente e coraggiosa di cosa l’arte possa essere aiuterà la fiera a intercettare i talenti del futuro e renderà il nostro lavoro molto divertente. La fiera presenterà un progetto in cui l’arte italiana creata dagli Anni Novanta a oggi verrà messa al centro.

Saresti contenta se dopo l’edizione del 2020, dopo un triennio di direzione, Artissima fosse…
Un appuntamento internazionale imperdibile per capire gli sviluppi futuri dell’arte contemporanea.

Marco Enrico Giacomelli e Massimiliano Tonelli

www.artissima.it

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CuratoreIlaria Bonacossa
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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, la Libera Università di Bolzano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.

4 COMMENTS

  1. Interessante come dal 2009 ad oggi, i commenti prima su exibart e poi qui su artribune, stiano andando a scemare. Nel seno che i commenti si devono condividere su i social portando nuova linfa-visitatori ai commenti stessi. Peccato che l’algoritmo di Facebook tende a creare bolle di persone che la pensano nello stesso modo, vanificando il ruolo stesso dei commenti. Che dire. Ilaria Bonacossa parla di un arte italiana giovane e mid-career forte. Io purtroppo questa forza non la vedo. Non ci sono banche-fondazioni-governo che sostengono il contemporaneo, e questo negli anni ha reso la scena italiana un deserto, con artisti che scopiazzano l’arte povera o i loro cugini stranieri (molto meglio supportati). Le uniche vittime sembrano essere gli artisti, e sembrano vittime consenzienti.

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