Parola all’artista di origini albanesi, che ripercorre gli esordi della sua carriera e la fervida scena dell’arte alla metà degli Anni Novanta. Sullo sfondo di un Paese affascinante e complesso, che ha saputo guadagnarsi uno spazio di rilievo nel panorama creativo internazionale.

Abbiamo incontrato Adrian Paci (1969) per farci raccontare la sua storia, rievocandone le origini in terra albanese. Tra Szeemann, Block, Rama, Muka e Sala, fino ad arrivare ad Art House, il programma di dibattiti e incontri sviluppato all’interno della sua abitazione a Scutari, dove Paci è nato, l’artista ci accompagna in un viaggio alla scoperta dell’Albania, dalla dittatura al tempo presente.

Sei arrivato per la prima volta in Italia nel 1992, a Milano, all’età di ventidue anni, grazie a una borsa di studio. Che cosa voleva dire allora “essere un giovane artista” in Albania?
Nel 1992 eravamo appena usciti da una dittatura molto dura. Il regime cercava di controllare tutta la vita politica, economica e culturale e puntava sull’arte così da utilizzarla per fini propagandistici.
L’arte era uno strumento ideologico per diffondere la propaganda del regime. Io appartengo a quella generazione di studenti che, pur essendosi formati durante la dittatura, hanno accompagnato la caduta del regime. La censura a scuola era molto forte ma noi cercavamo in qualche modo di scavalcare le barriere di questo sistema molto rigido e impermeabile a qualsiasi apertura verso un pensiero alternativo e a qualsiasi influenza dell’arte occidentale e delle avanguardie.

A che tipo di arte era applicata questa censura?
I movimenti da van Gogh in avanti erano considerati arte degenerata, non accessibili nemmeno per essere studiati. Ma nella nostra generazione dominava la voglia di esplorare e recuperare quello che consideravamo il tempo perduto. Tutto ciò era vissuto con grande entusiasmo, ma anche con tanta ingenuità e senza alcuna conoscenza del panorama internazionale, del mondo dell’arte, forse idealizzando il ruolo e la figura dell’artista.

Adrian Paci, Turn on, 2005 – video – still from video – Collezione La Gaia
Adrian Paci, Turn on, 2005 – video – still from video – Collezione La Gaia

Com’era lavorare nella quotidianità? Era difficile fare resistenza al regime?
Fare resistenza al regime, specialmente nei momenti in cui il sistema mostrava i denti, era molto difficile. Quando io ero studente, tuttavia, ci si stava avviando verso la fine di un’era politica e c’erano più spazi per un pensiero critico. La dittatura in Albania è durata cinquant’anni e una delle sue caratteristiche era la riduzione totale dello spazio privato, intimo. Non soltanto era impensabile costruire un pensiero alternativo e proclamarlo pubblicamente, ma era quasi impossibile ritirarsi nel privato per fare quel che si desiderava. Questa era la caratteristica più assurda di un governo assolutista che non lasciava nemmeno lo spazio per la libertà di pensiero. La situazione repressiva andava oltre la censura del discorso pubblico: ci si sentiva seguiti nel privato.

Quale istituzione ti ha supportato e perché hai scelto l’Italia per lavorare?
L’Italia era l’orizzonte occidentale dell’Albania, il Paese più diverso e più prossimo che potessimo avere come riferimento. Era la linea alla quale guardava la maggioranza delle persone che volevano uscire da quel sistema politico. E poi, ovviamente, per uno come me che aveva studiato arte, l’Italia era il riferimento in termini di patrimonio culturale. Sono arrivato in Italia supportato da un’associazione cattolica di Padri di Don Orione, che conferivano borse di studio in Albania. Una sorta di paradosso, forse, perché durante il regime la religione era stata completamente proibita e bandita: non era possibile praticarla né in pubblico né in privato. La mia generazione è cresciuta in un Paese completamente ateo, senza nessuna cognizione di quel che significasse ricevere un’educazione religiosa. Non appena mi è arrivata quella borsa di studio, ho preso un visto per motivi di studio e sono partito per Milano: era il 1992. Poi sono tornato in Albania nel ‘95, ho cominciato a lavorare là e poi nel 1997 sono tornato a Milano con la mia famiglia.

A tuo modo di vedere, la tua condizione di straniero come ha modificato lo sguardo sulla tua terra d’origine? Delusione, nostalgia, amarezza: quale sentimento ha prevalso, soprattutto all’inizio?
Dopo aver vissuto per ventidue anni in un Paese senza mai potermi spostare, arrivare in un altro contesto, molto diverso, mi ha fatto sentire un po’ un pesce fuor d’acqua. Viene naturale mettere subito a confronto le proprie aspettative con la realtà. E così ho cominciato a valutare in modo differente tanto il Paese che stavo abitando quanto quello che avevo lasciato. Questa liberazione dello sguardo mi ha portato a diffidare di alcune idee precostituite e di pensieri che avevo dato per scontati. Spostarsi dall’Albania è servito dunque per guardare da un altro punto di vista sia l’Italia che la mia terra d’origine. Per me quel viaggio non è stato un salto da una parte all’altra, ma un continuo movimento di liberazione, di rivalutazione delle posizioni. Forse c’è stata della nostalgia, ma non solo quella. C’è stato un rapporto più profondo di trasformazione di fronte a quel che detestavo e a quel che apprezzavo, sentimenti molto complessi ai quali è riduttivo dare contorni semplicistici, negando le sfumature.

Adrian Paci – Vite in transito - veduta della mostra presso il PAC, Milano 2013
Adrian Paci – Vite in transito – veduta della mostra presso il PAC, Milano 2013

Da allora, com’è cambiata la scena del contemporaneo in Albania?
In questi venticinque anni l’Albania ha assistito a cambiamenti radicali e ancora oggi è un Paese dinamico. In questa trasformazione abbiamo vissuto momenti drammatici, traumi, errori e sviluppo di energie positive. La scena dell’arte, a metà degli Anni Novanta, ha avuto un momento molto interessante, quando per la prima volta un artista un po’ ribelle e outsider, Edi Rama, oggi presidente del Consiglio, è diventato ministro della cultura.

Cosa è successo in quegli anni?
Anri Sala ha cominciato a emergere. Edi Muka ha iniziato a curare mostre con dimensioni internazionali, invitando tanti curatori e artisti stranieri a Tirana. Giancarlo Politi è venuto in Albania e ha dato avvio alla prima Biennale di Tirana, sostenendo con la sua rivista Flash Art la giovane scena albanese. L’Albania ha cominciato a essere visitata da curatori molto importanti come Harald Szeemann, René Block, Kathrin Rhomberg e altre figure che hanno cominciato a invitare artisti albanesi a esporre in mostre internazionali. Qualche anno prima sarebbe stato impensabile. Da una parte l’Albania aveva una realtà artistica istituzionale inesistente, mentre dall’altra era cresciuto un milieu culturale che creava continue connessioni con il mondo dell’arte mondiale e con personalità di primo livello, che cominciavano a frequentare la neonata scena albanese artistica. Oggi è cambiato tutto e forse in meglio, ma non c’è più l’entusiasmo della mia generazione, così come non c’è più quella curiosità e quella voglia di scoprire da parte di curatori internazionali. Non come prima, almeno.

Art House, Scutari. Photo Caterina Iaquinta
Art House, Scutari. Photo Caterina Iaquinta

Oggi i programmi di residenza all’estero sono molto diffusi e necessari a qualsiasi portfolio di giovani artisti e curatori. In Albania esistono spazi adatti a questa tipologia di scambi?
Esistono, ma non sono molti. C’è T.I.C.A. – Tirana Institute for Contemporary Art e c’è un altro programma dove fanno residenze e organizzano mostre, il Tirana Art Lab. Ci sarebbe bisogno di una realtà più strutturata, ma un po’ mancano le risorse, un po’ le persone e un po’ gli spazi. Ci sarebbe bisogno di molto di più.

Torneresti in Albania per fondare un tuo spazio, fisico o teorico, aperto ai ragazzi?
Ultimamente ho costruito una casa e un progetto attorno a questa stessa casa: si chiama Art House ed è un luogo nel quale invito principalmente amici, amici-artisti, amici-curatori, amici-teorici. Qui ci ritroviamo e, in un’atmosfera amichevole e intima, sviluppiamo incontri aperti al pubblico, scambiando idee ed esperienze. A partire da settembre 2015 è iniziata un’avventura che ha visto vari ospiti a casa mia, un luogo a Scutari spesso frequentato da molti giovani. Abbiamo ospitato, fra gli altri, Michelangelo Pistoletto, Willie Doherty, Angela Vettese, Marta Gili, Edi Muka, Joa Ljungberg, Corrado Gugliotta, Galit Eilat, Pierpaolo Campanini, Lek M. Gjeloshi, Giovanni De Lazzari, Driant Zeneli, Liborio Palmeri, Anri Sala, Mati Jhurry, Gabi Scardi, Alice Ongaro, Aldo Lurgo…

Ginevra Bria 

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #34

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AutoreAdrian Paci
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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. È specializzata in arte contemporanea latinoamericana.

1 COMMENT

  1. il sistema dell’arte è un po’ come l’algoritmo, finisci per stare solo con chi la pensa come te. Oltre alla noia (mi chiedo come si possa invitare Pistoletto) i contenuti tendono sempre alla mediocrità.

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