New York Beat. Dal Whitney Museum al Bronx

Nuovo appuntamento con i beat dalla Grande Mela, dove al Whitney Museum ha inaugurato una grande mostra sulle potenzialità del digitale, mentre la Bronx Latin American Art Biennial punta lo sguardo sui delicati e attualissimi temi della politica, dei flussi migratori e della condizione femminile.

Bronx Latin American Art Biennial, New York 2016
Bronx Latin American Art Biennial, New York 2016

C’è odore di pop corn nella sala della conferenza stampa del Whitney Museum. Colazione insolita alle 9:30 di mattina tanto quanto le rane che si illuminano sul soffitto di Adaptation of an Instrument, l’installazione di Dora Budor che ci catapulta dentro una delle più belle scene del film Magnolia.
Siamo a Dreamlands. Immersive cinema and art, 1905-2016, la nuova rassegna che occupa tutto il quinto piano del museo d’arte americana. Eliminando il più possibile le barriere tra realtà e finzione, riportando continuamente l’attenzione sul corpo e analizzando l’evoluzione tecnologica dell’industria video, le opere in mostra intendono far riflettere sulle possibilità ancora inesplorate dell’era digitale attingendo, come si intuisce già dal titolo preso a prestito dal ciclo letterario dello scrittore Howard Phillips Lovecraft, dal mondo del fantasy e della fantascienza. Il percorso espositivo inizia con gli Anni Venti e il video Das Triadische Ballet di Oskar Schlemmer, passa tra i disegni preparatori del celebre film di Walt Disney Fantasia per poi piombare a un punto zero con Crossroads di Bruce Conner, in cui nascita e distruzione sembrano sovrapporsi e annullarsi reciprocamente nelle spettacolari immagini delle bombe atomiche fatte esplodere sott’acqua durante i test di esercitazioni militari americane. Si riparte allora dalla materia nell’installazione di Jud Yalkut, camminando sul pavimento cosparso di gracchiante pellicola filmica fino ad arrivare all’era del virtuale con Hito Steyerl e la sua Factory of the Sun, già protagonista all’ultima Biennale di Venezia. Ma forse, oltre alla scelta delle opere, uno dei meriti più grandi della curatrice Chrissie Iles è stato quello di mantenere alta l’attenzione sul contemporaneo e la realtà che ci circonda, includendo molti artisti giovanissimi, tra cui Terence Broad (1992) e Ivana Basic (1986), e pensando il museo stesso come un hub grazie al quale mettere in comunicazione altri spazi, come la Microscope Gallery a Bushwick, in cui è previsto un programma parallelo di eventi e proiezioni che completano e approfondiscono il senso della mostra.

Zoe Leonard, New York 2016
Zoe Leonard, New York 2016

RISVEGLIARE LA COSCIENZA
“I want a Black woman for president”, scriveva l’artista e attivista queer Zoe Leonard in un testo del 1992 che la direttrice della High Line Art Cecilia Alemani ha deciso di recuperare e installare sotto lo Strand Hotel per la campagna politica americana, giunta al termine. E mentre Donald Trump ribadisce di voler costruire, se eletto, un “muro enorme” al confine con il Messico e tenere lontani i latinos dal Paese, la quinta edizione della Bronx Latin American Art Biennial ci riporta dalla demagogia della politica alla verità della realtà, ricordandoci il peso che queste popolazioni hanno avuto e hanno tutt’ora nel panorama culturale degli Stati Uniti. Interessante in questo clima la scelta dei curatori Alexis Mendoza e Luis Stephenberg di approfondire gli aspetti personali che l’artista sente e affronta durante il processo di creazione. Il tema “I am one of those people that…” mette in campo, non senza un tocco di ironia, argomenti quali immigrazione, uguaglianza di diritti e femminismo, trattati qui non in modo diretto, bensì come elementi che influenzano l’autonomia culturale e di pensiero dell’artista nella fase di realizzazione di un lavoro. Dal Bronx Museum al Bronx Art Space, la Biennale investe tutto il quartiere con mostre ed eventi fino al 20 dicembre e rappresenta, dunque, un’ottima occasione per riscoprire una zona di New York che, complice la diminuzione della criminalità e i prezzi degli affitti, sta tornando a far parlare di sé dopo gli anni di gloria del writing e dei graffiti alla fine dei Settanta
Infine, segnaliamo la personale dell’italiana Angelica Bergamini nello spazio storico di Ivy Brown arroccato all’ultimo piano del Triangle Building, nel cuore del Meatpacking district. Muovendosi tra collage, videoinstallazioni, dipinti, fotografia e disegni su carta, Bergamini ha esplorato il femminile attraverso opere leggere, eteree e meditative, in cui i suoi autoritratti sono solo un pretesto per risvegliare le coscienze collettive davanti alle fragilità del mondo.

Veronica Santi

New York // fino al 5 febbraio 2017
Dreamlands. Immersive cinema and art, 1905-2016
a cura di Chrissie Iles
WHITNEY MUSEUM
99 Gansevoort Street
http://whitney.org/

New York // fino al 7 dicembre 2016
5th Bronx Latin American Art Biennial
a cura di Alexis Mendoza e Luis Stephenberg
SEDI VARIE
https://bxhispanicfestival.org/fifth-bronx-latin-american-art-biennial

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Veronica Santi
Laureata in Scienze Politiche e in Storia dell’Arte, Veronica Santi è critico d’arte, curatrice, scrittrice, autrice e regista di film documentari. Nel 2014 ha fondato Off Site Art, un'associazione di arte pubblica con sede all'Aquila. È Program Director per ArtBridge, New York. "I am not alone anyway" è il suo primo feature film sulla figura di Francesca Alinovi. Scrive recensioni per riviste di arte contemporanea e collabora con Artribune dal 2013. Vive e lavora tra l’Italia e New York.