Il DNA degli abitanti di Pompei si può sequenziare. Lo dice uno studio su Scientific Reports

Uno studio conferma la possibilità di estrarre il Dna dai resti umani di Pompei e dimostra le potenzialità di un approccio multidisciplinare per studiare la storia antica dell’umanità

Bosco Piazza Anfiteatro CC Parco Archeologico Pompei
Bosco Piazza Anfiteatro CC Parco Archeologico Pompei

Il sito archeologico di Pompei è uno dei cinquantaquattro siti Unesco italiani ed è un luogo unico. Nel 79 d.C., infatti, l’antica città di Pompei fu travolta da un’eruzione del Vesuvio, che fu visibile da oltre quaranta chilometri di distanza. Prese alla sprovvista, più di duemila persone persero la vita a Pompei. Nella complessa storia della riscoperta dell’antica città, i ritrovamenti dei corpi degli abitanti che non riuscirono a scappare hanno un ruolo particolarmente interessante. Un gruppo di ricerca internazionale, guidato da Gabriele Scorrano, ha sequenziato per la prima volta il genoma completo di un individuo che perse la vita nella Casa del Fabbro durante l’eruzione. I risultati dello studio sono stati pubblicati oggi su Scientific Reports. [ https://www.nature.com/articles/s41598-022-10899-1 ] “Dal punto di vista scientifico, il lavoro è estremamente rilevante perché si tratta di uno studio genetico di un campione complesso visto lo stato di conservazione”, spiega l’antropologa Serena Viva, seconda autrice dell’articolo, e aggiunge “lo studio ha permesso di mappare il genoma di un individuo morto durante l’eruzione e inoltre di confermare la diagnosi di tubercolosi”.

LO STUDIO SU POMPEI PARTE DELLA CASA DEL FABBRO

Gli scheletri in esame appartengono a due individui e sono stati rinvenuti nel 1933 nella Casa del Fabbro, durante gli scavi condotti da Amedeo Maiuri. “Al tempo, spesso, si facevano i calchi dei resti rinvenuti, alcuni dei quali ancora in situ”, spiega Serena Viva, “sui due scheletri invece non fu realizzato il calco, forse perché ricoperti di un sedimento grossolano di pomici, e perciò gli archeologi si limitarono a metterli in luce e a lasciarli sul luogo del rinvenimento”. Successivamente, nel 2016, la necessità di una ristrutturazione della Casa del Fabbro ha cambiato le cose: prima dell’inizio dei lavori i due scheletri sono stati portati via dal sito archeologico e, su autorizzazione del Parco Archeologico di Pompei, sono diventati oggetto di studio. Per studiare i resti umani rinvenuti nella Casa del Fabbro di Pompei, il gruppo di ricerca internazionale, fatto di antropologi e genetisti, ha adottato un approccio multidisciplinare in due fasi: analisi bioarcheologiche e poi analisi paleogenomiche. “Per prima cosa è stata fatta un’analisi antropologica accurata”, spiega Serena Viva, “da questa sono sorte delle domande, ad esempio, ci siamo chiesti se i due individui avessero legami di parentela. Per questo motivo, è stato fatto un campionamento dei resti scheletrici per tentare le analisi genetiche”. Nello specifico, gli scheletri sono stati portati in un laboratorio dell’Università del Salento e qui sono stati restaurati. Poi, sono state fatte delle analisi macroscopiche dei resti e delle osservazioni paleopatologiche. In seguito, sono state fatte delle radiografie ad alcune parti di particolare interesse, come le vertebre lombari di uno degli individui che sembravano mostrare segni di spondilite tubercolare.

ANALISI PALEOPATOLOGICHE SUI CORPI DI POMPEI

“La tubercolosi è stata individuata con la cosiddetta diagnosi differenziale, come si fa in medicina, cioè ci siamo chiesti quali potessero essere le patologie che potevano causare lesioni di questo tipo”, spiega Serena Viva, “siamo andati avanti per esclusione, fino a individuare la causa nella tubercolosi. Poi, la nostra ipotesi è stata confermata dall’analisi genetica”. La tubercolosi è una malattia infettiva e contagiosa provocata da un batterio, il Mycobacterium tuberculosis, e lesioni come quelle trovate nello scheletro pompeiano si verificano solo nel 3% dei casi. Grazie agli scritti di Celso, Galeno, Celio Aureliano e Areteo di Cappadocia, sappiamo che in epoca imperiale la tubercolosi era endemica. La diffusione di questa malattia nella penisola italiana era dovuta all’aumento della densità di popolazione che ha caratterizzato gli albori dell’epoca romana. Probabilmente, è stato proprio lo sviluppo di una vita urbana a provocare questo aumento di densità di popolazione. Grazie al lavoro, il gruppo ha caratterizzato il profilo genetico del primo genoma pompeiano. “Tuttavia, in epoca romana, c’era una forte commistione di popolazioni diverse e perciò è difficile definire un genoma tipo del pompeiano o della pompeiana”, aggiunge Serena Viva, “in altre parole, non è possibile trovare un genoma rappresentativo dell’intera comunità”.
In ogni caso, questo risultato conferma la possibilità di estrarre il Dna dai resti umani di Pompei e dimostra le potenzialità di un approccio multidisciplinare per studiare la storia antica dell’umanità.
Lo studio ha anche permesso di capire che gli scheletri della Casa del Fabbro erano di due persone adulte: un uomo di età compresa fra 35 e 40 anni, alto 164.3 centimetri, e una donna di età superiore ai 50 anni, alta 153.1 centimetri. L’altezza di entrambi è compatibile con le altezze media del tempo, pari a 164.4 centimetri per gli uomini e 152.1 centimetri per le donne. È stato possibile ricostruire la sequenza completa del genoma solo per l’uomo.

IL DNA DI POMPEI

La donna e l’uomo si trovavano nella sala da pranzo, sui resti di un triclinium. La posizione in cui queste due persone sono state trovate è compatibile con una morte istantanea dovuta all’arrivo di una nube di cenere ad altissima temperatura. Non sono gli unici ad essere stati sopresi dall’eruzione. Infatti, più della metà delle persone rinvenute a Pompei sono morte all’interno delle loro case. Questo fa pensare che la popolazione non fosse consapevole del rischio di un’eruzione vulcanica o che comunque questo rischio sia stato minimizzato. Fino ad ora, erano stati sequenziati solo brevi tratti di Dna di resti umani e animali trovati a Pompei. Infatti, l’esposizione ad alte temperature può aver alterato la quantità e la qualità di dna recuperabile, rendendo lo studio del genoma pompeiano una vera e propria sfida. Tuttavia, è possibile che i materiali piroclastici che hanno coperto i resti dopo essere stati scagliati in aria dall’eruzione li abbiano protetti da fattori ambientali che degradano il Dna, come, ad esempio, l’ossigeno atmosferico.
Oggi, nuovi metodi e tecnologie hanno aumentato considerevolmente i dati che si possono ricavare sul genoma antico. Sebbene l’analisi paleogenomica sia stata applicata ad un solo individuo, i risultati del gruppo di Scorrano fanno pensare che possa essere utile fare studi simili sui resti umani rinvenuti a Pompei per ricostruire lo stile di vita degli abitanti dell’antica città alle pendici del Vesuvio.

Claudia Sciarma

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