Il destino delle rovine. Tra resistenza e pigrizia

A differenza di Paesi come l’Inghilterra, l’Italia è affezionata alle sue rovine e molto refrattaria a impedirne la cristallizzazione in forme senza vita. Ma siamo proprio sicuri che sia la via giusta?

Colosseo, Roma, turisti. Photo © Irene Fanizza
Colosseo, Roma, turisti. Photo © Irene Fanizza

Quando cammini dentro l’Abbazia di Westminster a Londra, verso la fine della navata centrale, dopo le tombe di scienziati e poeti, ti ritrovi di fronte alle tombe di Elisabetta I e della sorellastra Mary, vicine a quella del nonno Enrico VII. Westminster, che dall’inizio della sua costruzione, nell’XI secolo, a oggi va ben oltre i limiti della fede, è uno di quei posti che ci ricorda come l’uomo sia capace di creare, costruire, distruggere e ricostruire, anche con molto poco.
Dentro Westminster, passando vicino a Dickens, Laurence Olivier, Newton ed Elisabetta I, si può sentire quella qualità che gli altri Paesi hanno sempre invidiato per secoli: il rispetto che l’Inghilterra ha per se stessa, dove rispetto non è immobilità, non una conservazione in teca del proprio passato.
Westminster riflette tutto questo. Un luogo dedicato alla storia, continuamente ampliato con nuove annotazioni. Camminando al suo interno, è chiaro che nessun danno né guerra potranno mai portare Westminster a diventare una rovina o un residuo di ciò che era una volta. Ciò è possibile grazie a quel collegamento costante con il presente e a uno sguardo rivolto al futuro. Lo vediamo in tutta Londra: una delle immagini più iconiche dal London Eye è la cattedrale di San Paolo nel panorama, circondata dai grandi palazzi, o a terra dal Millenium Bridge, con grandi contrasti tra presente e passato.
Ma torniamo all’inizio; arrivati all’ultima cappella, appena dopo la tomba di Enrico VII, morto nel 1509, l’occhio cade sui colori e le forme delle finestre che crescono dietro la tomba, verso destra, alte e signorili. Se non ci sofferma troppo, si possono intravedere le solite figure cristiane, nessuno fa caso ai piloti che con le loro divise blu sembrano usciti da una macchina del tempo, e appena sotto, a sinistra, a un foro nel muro ricoperto di vetro.
Il foro, causato da un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale, è stato sigillato con del vetro, non è stato “riparato”. Non c’era niente da riparare. In quella che oggi è la RAF Chapel, il foro, come le vetrate dedicate ai piloti, sono ora parte di Westminster, come se fossero sempre state lì, la resistenza contro l’idea di diventare una rovina.
In un Paese come l’Italia, probabilmente niente di tutto questo sarebbe successo. Il foro sarebbe stato tappato in modo da renderlo invisibile, le vetrate originali della cappella sostituite da copie identiche a quelle originali dedicate a Maria, o forse addirittura tutto sarebbe stato lasciato così, obbedendo al principio di abbandono e al processo ormai cominciato che porterebbe alla nascita di una nuova rovina.

St. Paul, Londra. Photo © Irene Fanizza
St. Paul, Londra. Photo © Irene Fanizza

IL CASO COLOSSEO

Diventare una rovina non è facile come si potrebbe pensare. Non c’è un manuale di istruzioni, ci sono però diverse opzioni, dal graduale abbandono alla catastrofe per mano umana o per calamità naturale. L’idea che il tempo sia parte del problema, qualcosa che divora tutto inesorabilmente, è una sciocchezza. Dipende da noi combattere i segni del tempo, per esempio con quella benedetta manutenzione ordinaria che sta così antipatica alle nostre latitudini. Per assurdo, con la capacità umana di ricostruire e reinventare, nel mondo potrebbero anche non esistere le rovine, in barba al tempo.
È un pensiero triste. Ma una rovina tuttavia è qualcosa di bello, un punto fisso nel tempo che dà sicurezza. Probabilmente l’Italia diventerà la più grande e meravigliosa rovina del mondo intero. L’Italia cieca davanti al proprio potenziale, davanti alla sua stessa storia.
Ci stiamo lasciando andare, lentamente, in un torpore da cui ogni tanto qualcuno esce per provare a reclamare qualcosa. Un’opinione pubblica ben divisa dove da un lato la gente dice che dovremmo prenderci più cura delle nostre “rovine”, portandole oltre; mentre dall’altro lato i ciecamente convinti che una rovina non possa essere altro che una rovina, luoghi di preghiera turistica, adatti solo a fare a cassa e non a essere di nuovo luoghi del presente.
Il che forse porta a chiederci cosa voglia dire veramente valorizzare. Quale rapporto possiamo avere con il nostro patrimonio culturale? Solo quello di esserne fruitori estemporanei?
L’esempio più calzante è un argomento che a Roma ciclicamente torna, quello dell’Arena del Colosseo. L’Arena che è stata non solo il campo di battaglia di gladiatori, ma anche il tetto di oltre due piani sotterranei per la gestione degli animali, del personale, delle pulegge e degli “oggetti di scena”. Costruito in legno, incendiato più volte, non rimane nulla con l’abbandono del Colosseo stesso. Il piano terra calpestabile era stato interamente ricostruito agli inizi del Novecento, ma venne rimosso in quanto ritenuto ostacolo: quel falso storico non permetteva di vedere gli ipogei.
Oggi solo una piccola porzione dell’Arena è coperta, per dare un’idea vaga di come fosse una volta, ma c’è chi desidera riportare la pavimentazione su tutta la superficie e abrogare quindi la legge dell’abbandono. Perché stiamo parlando di questo, non stiamo parlando di sola archeologia, parliamo di tutti quei luoghi che, non resi più agibili, perdono nel tempo ogni significato, anche in tempi più moderni, anche nel presente e indipendentemente da cosa sia successo ‒ la storia, i cambi culturali. Non riuscendo a trovare una nuova utilità, tutto si ferma e, anzi, si pone il vincolo a non modificare altro.

Colosseo, Roma, ipogei. Photo © Irene Fanizza
Colosseo, Roma, ipogei. Photo © Irene Fanizza

SCELTE E VOLONTÀ

Il problema etico sul futuro di una rovina è questo, non è complicato dal punto di vista pratico, parliamo di scelte, ma è ancora meno complicato se pensiamo a cosa potremmo fare veramente se solo ci fosse la volontà. Nessuno vuole costringere una rovina a rinascere solo come rimpiazzo, ogni tentativo potrebbe portare di nuovo all’abbandono, ma c’è da chiedersi, per certi luoghi, se veramente non valga la pensa spenderci un pensiero. Costruire una nuova Arena darebbe nuova luce al Colosseo? Una struttura unica al mondo, che potrebbe essere non solo “un’attrazione turistica”. Possiamo essere qualcosa di diverso dentro al Colosseo o saremo sempre e solo turisti? Possiamo essere spettatori di qualcosa di diverso rispetto alle rovine di noi stessi, della nostra storia e cultura?
Fu il ministro Dario Franceschini l’ultimo a proporre una nuova pavimentazione per il Colosseo. Ma con cosa ci confrontiamo quando parliamo di questi argomenti? I cambi culturali che hanno portato allo spoglio e all’abbandono sono il fattore principale, ma per molti luoghi ha inciso anche la mancanza di manutenzione ordinaria (suona familiare?). Qualsiasi manutenzione oggi sarebbe valutata come restauro, ma c’è una bella differenza: una serve a mantenere qualcosa nel tempo, l’altro serve più a fermarlo nel tempo. Immaginate di ricostruire il Colosseo per intero, mettendo in luce antico e moderno, utilizzandolo come luogo di attività per la comunità, esattamente come in passato, lo svago, lo spettacolo, le interazioni sociali come le intendiamo oggi. Ma davanti a noi, più che i cambi culturali, forse abbiamo solo immobilità mentale data da una pigrizia collettiva che vede una rovina solo come qualcosa di intoccabile per principio.

St. Paul e Millenium Bridge, Londra. Photo © Irene Fanizza
St. Paul e Millenium Bridge, Londra. Photo © Irene Fanizza

RICOSTRUIRE COME PRIMA

Noi non osiamo tanto come gli inglesi, noi non ripariamo, non abbiamo cura, abbiamo appena la forza di ripristinare, e solo per riportare tutto al momento prima della catastrofe che può esserci stata, quel “ricostruiremo come prima, abbiate fede”, a L’Aquila ancora lo dicono, forse.
L’abbandono di un luogo, qualsiasi sia la causa, nasce dalla scelta dell’uomo che non ne vede più una funzione per se stesso e la sua comunità, una situazione che pare irreversibile quando messa in atto. In questo contesto, tutto ormai è pronto per diventare un memoriale, a meno che invece non si distrugga completamente tutto per ricostruire, dimenticando chi siamo e da dove veniamo.
Ma le alternative sono molte: quando l’uomo si ingegna, crea cose meravigliose. C’è un tempio in Giappone, Ise Grand Shrine. Questa costruzione non può diventare sito Unesco rispetto alla sua realtà materiale perché non ricade in nessuno dei criteri di pericolo e valore storico. La sua particolarità è che viene ricostruito ogni vent’anni; l’edificio attuale è alla sua 62esima ricostruzione. Il tempio ha una lunga storia, ma non c’è nessun tempio millenario, millenaria è la tradizione su cui è costruito, una tradizione che impedisce al tempio di diventare una rovina. Fortunatamente l’Unesco protegge non solo il materiale ma anche l’immateriale, le culture, le lingue e possibilmente anche il valore immateriale che questo tempio ha.
Garantito il rispetto che merita, la storicità di un luogo rimane anche attraverso le persone che poi lo vivono nel presente.
Le nostre chiese e i nostri palazzi e le nostre stesse città sono in grado di raccontare la nostra storia proprio grazie a questo principio di stratificazione urbana, vediamo il tempo attraverso di loro, le finestre chiuse sui muri, gli stili che si combinano, palazzi cresciuti negli anni come alberi secolari.
Il foro nel muro di Westminster non è abbellito, non è chiuso, è solo un vetro di 15 centimetri, ma è vetro, e molto banalmente puoi vederci dentro.

Irene Fanizza

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