Inaugurata prima del tragico incendio che ha danneggiato Notre-Dame, la mostra ospite di Palazzo Madama rinsalda il legame fra Torino e Parigi. Puntando i riflettori proprio sulla cattedrale della Ville Lumière.

Limpida, elegante, puntuale, dilettevole. La mostra Notre-Dame de Paris, curata da Simonetta Castronovo in dialogo con Damien Berné e nata dal proficuo rapporto di collaborazione della Rete Europea dei Musei di Arte Medievale, è il modello di diffusione ideale di quell’epoca artistica. L’esposizione, definita “eccezionale” da Berné, conservatore del Musée de Cluny ‒ Musée national du Moyen Âge di Parigi, partner dell’iniziativa, deriva da un prestito straordinario: “È la prima volta da quarant’anni che più di una testa alla volta lascia il museo”. “Solamente” quattro teste calcaree ‒ provenienti dalla cattedrale di Notre-Dame e custodite presso il museo parigino ‒, capolavori del gotico europeo (o, come scrive Cesare Gnudi, “naturalismo gotico”), che, grazie all’allestimento e al dialogo multimediali, raccontano la loro storia coinvolgendo il visitatore e accompagnandolo nella riflessione su temi cruciali per l’arte di ogni tempo e geografia.
La Testa d’angelo proviene dal portale dell’Incoronazione della Vergine, sulla facciata occidentale; la Testa di Re mago, la Testa di uomo barbuto e la Testa di figura femminile (allegoria di una delle tre virtù teologali) provengono dal portale del braccio settentrionale del transetto. Nonostante la quantità di informazioni filologicamente ineccepibili sull’espressione della scultura francese nella prima metà del Duecento, la mostra si delinea come un dossier sentimentale che dal macro argomento del cantiere della cattedrale attraversa le successive epoche fino al ritrovamento delle statue negli Anni Settanta del Novecento e l’arrivo al Musée nel 1980, passando per il violento intervento iconoclasta dei sanculotti (un “vandalismo amministrativo”, come lo definisce Berné) e per il restauro integrativo “romantico” (su iniziativa di Eugène Viollet-le-Duc e Jean-Baptiste Lassus) attraverso l’analisi di opere coeve. Una riflessione che intreccia molteplici riferimenti ipertestuali, ricca di spunti interpretativi per contemplare ciò che dal passato riafferma l’attuale.

Notre-Dame de Paris. Sculture gotiche dalla grande cattedrale. Onstallation view at Palazzo Madama, Torino 2019. Photo credits Giorgio Perottino
Notre-Dame de Paris. Sculture gotiche dalla grande cattedrale. Onstallation view at Palazzo Madama, Torino 2019. Photo credits Giorgio Perottino

L’ALLESTIMENTO

Allestire in maniera coinvolgente era fin dall’inizio un obiettivo fondamentale, poiché si richiedeva di enfatizzare la scelta di esporre poche opere emblematiche. “La cosa più importante”, afferma l’art director Leandro Agostini, “era non disgiungere l’aspetto di fruizione da quello divulgativo, affinché il racconto in presa diretta rendesse emozionante e coinvolgente la visita per tutti. Ogni testa racconta la sua vicenda grazie alla voce di un attore teatrale professionista (tra cui Andrea Zalone, famoso per la collaborazione con Maurizio Crozza). Tali voci sono sottotitolate in un video che riprende tutto il materiale iconografico, montato con luci e passaggi musicali”.

PAROLA A SIMONETTA CASTRONOVO E DAMIEN BERNÉ

L’opinione comune raffigura il Medioevo come emblema di un pensiero retrogrado e chiuso. Eppure molte innovazioni sono nate proprio in epoca medievale, soprattutto in ambito artistico.
Simonetta Castronovo: Infatti la Rete Europea dei Musei di Arte Medievale cerca di riscattare l’intera cultura del Medioevo: nel video proiettato passano anche i disegni di Villain de la Court (databili 1220-25), illustrazioni di caratteri iconografici e stilistici dei portali della cattedrale e altri documenti della stessa epoca (miniature, incisioni, disegni). C’è stato poi un lavoro scientifico fra testi e ricerca iconografica per rendere la proiezione abbastanza pregnante per il pubblico ma anche corretta dal punto di vista cronologico e geografico. In seguito, i materiali sono stati affidati ai creativi, che hanno trasformato i miei testi accademici senza perdere i contenuti.

Siamo abituati alle “experience”, sorprendenti per gli effetti speciali ma che lasciano poco e nulla. In che modo lo storytelling enfatizza un modo di vedere l’arte “anti-blockbuster”?
S. C.: Nelle experience il contenuto sfugge costantemente. Questo è un Museo Civico, nato verso la fine dell’Ottocento con finalità e missioni precise: qualsiasi mostra deve andare nel profondo e mettere in risalto sia il territorio, sia le arti applicate in Europa. Dobbiamo però comunicare tale realtà “pesante” necessariamente con nuovi mezzi: invece di scrivere lunghi testi tradizionali – didascalie che i ventenni o i liceali non leggono – abbiamo proiettato un film su una storia europea che coinvolge anche l’Italia, dove con le soppressioni napoleoniche le chiese furono depredate e vandalizzate, soprattutto in Piemonte.

Testa di Re mago, da Notre Dame de Paris, 1250 58. Musée de Cluny Musée national du Moyen Âge, Parigi. Photo © RMN Grand Palais © Michel Urtado
Testa di Re mago, da Notre Dame de Paris, 1250 58. Musée de Cluny Musée national du Moyen Âge, Parigi. Photo © RMN Grand Palais © Michel Urtado

Perché l’arte antica è così difficile da comprendere?
Damien Berné: È un problema di nozioni storiche, artistiche e anche religiose. C’è una barriera iconografica, uno scollamento temporale che non rende più comprensibile l’icona o il simbolo in base alle competenze medie del visitatore. La comunicazione è cambiata radicalmente. Se cambia il modo di discorrere, alcuni messaggi non passano più (anche a scuola). Quello che si vede sembra “figurativo” tout court, ma il concetto non è immediato come la figura vuole far credere a un primo sguardo. Ciò si nota bene nel caso delle teste, perché quello che subito può apparire un semplice volto nasconde dei riferimenti, un fremito che viene da lontano e che si collega alla nostra epoca attraversando la Storia.
S. C.: Perciò occorre cambiare le didascalie nei musei, poiché l’arte antica è quasi sempre a sfondo sacrale: ci sono visitatori di altre religioni, famiglie atee e persone che non conoscono la letteratura cristiana e i suoi personaggi. Bisogna cercare di andare oltre le possibili barriere, cambiando il modo di commentare e utilizzando nuove tecniche per raggiungere i pubblici giovani che non hanno questo background.
D. B.: Viviamo in un’era di continui input: l’immagine è immediata, abbondante, strabordante. Nel Medioevo la figura non illustra ma codifica, sfugge alla semplice all’apparenza e non è mai immediatamente leggibile. Serve analizzare la polisemia dell’immagine, il suo figurativismo apparente e il suo senso intrinseco – religioso, storico e politico.

Federica Maria Giallombardo

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #16

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Federica Maria Giallombardo
Federica Maria Giallombardo nasce nel 1993. Consegue il diploma presso il Liceo Scientifico Tradizionale “A. Avogadro” (2012) e partecipa agli stage presso l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Biella (2009-2012). Frequenta la Facoltà di Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Torino, laureandosi nel 2016 con una tesi di ricerca di Filologia Italiana sull’epistolario di Vittorio Alfieri. Partecipa come relatrice alla X edizione della Scuola di Alta Formazione “Cattedra Vittorio Alfieri” nel settembre 2016. Collabora con la Fondazione Centro Studi Alfieriani e con Palazzo Alfieri. È associata alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze. Scrive recensioni per la webzine «OUTsiders». In occasione di Artissima 2016, partecipa al progetto “Ekphrasis 21”. Collabora con diversi artisti, tra cui Giuseppe Palmisano, Massimo Brunello e Stefania Fersini, dei quali cura il portfolio e i comunicati stampa.