Comunicare l’archeologia. Reportage da Licodia Eubea

La cittadina siciliana ha ospitato la settima edizione della “Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica”. Un fitto calendario di proiezioni e incontri, che ha tenuto viva l’attenzione sull’importanza della disciplina archeologica, anche, e soprattutto, in chiave contemporanea.

Wolfgang Luck, Guerrieri Rubati (2014)
Wolfgang Luck, Guerrieri Rubati (2014)

Se c’è una disciplina umanistica che ha l’urgenza di comunicare e chiarire i propri oggetti di studio a un vasto pubblico, questa è l’archeologia: perché la lettura delle fasi più antiche di un paesaggio fortemente stratificato non è operazione che il comune cittadino riesca a compiere in autonomia; perché dalla terra riemergono di solito frammenti che “parlano” poco, se non li si inserisce all’interno di una narrazione che sia nel contempo scientificamente fondata e appassionante; perché, non da ultimo, gli scavi archeologici influiscono, talvolta pesantemente, sulla vita della comunità (quando si bloccano i lavori della metro, quando si deve deviare una strada in costruzione…), e dunque occorre spiegare alla comunità perché gli scavi sono importanti almeno quanto la metro o la strada, se non si vuole che prenda piede l’equazione tra archeologia e freno allo sviluppo. E tuttavia alla comunicazione non è sempre riservata la giusta attenzione: pensiamo ai “buchi” gremiti di muretti incomprensibili che si aprono in tante città italiane, senza che un pannello provi a spiegare ai passanti di cosa si tratta; oppure agli innumerevoli scavi di cui non sono mai stati pubblicati i risultati. Accanto a queste situazioni critiche si rilevano però interessanti esempi di divulgazione. Come il museo di “Archeologia per Roma” a Tor Vergata, che con taglio didattico affronta il tema dell’antico nelle periferie e del rapporto tra archeologia e città contemporanea. O i documentari che raccontano le storie riemerse dal passato, in una grande varietà di possibili declinazioni: dalla rievocazione poetica del sito antico alla documentazione scrupolosa delle ricerche; dalle ricostruzioni virtuali ai video che narrano il passato ma anche il presente, proponendosi come strumenti di promozione di un territorio e delle sue eccellenze (culturali, enogastronomiche).

Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica, Licodia Eubea 2017. Photo Roberto Greco
Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica, Licodia Eubea 2017. Photo Roberto Greco

LE PROIEZIONI

Di questa molteplicità di approcci ha dato ottimamente conto, dal 19 al 22 ottobre scorsi, la settima edizione della Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica di Licodia Eubea (Catania), organizzata dal locale Archeoclub e dall’associazione culturale ArcheoVisiva, con la direzione artistica di Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele. Una delicata rievocazione di un’antica città e dell’epicureismo è quella proposta dal regista turco Nazım Güveloğlu nel suo documentario del 2012 Un puzzle enorme. L’iscrizione epicurea di Diogene di Enoanda (che si è aggiudicato il premio “Archeoclub d’Italia”, riservato al film più votato dal pubblico); rivolti invece a indagare l’attualità, con un taglio da spy story, i due documentari tedeschi proiettati, che da angolazioni diverse affrontano il torbido capitolo del traffico internazionale di reperti archeologici (Guerrieri rubati di Wolfgang Luck (2014) e Tesori in cambio d’armi di Tristan Chytroschek, Peter Brems, Wim van den Eynde, anch’esso del 2014.
Le ricerche di Marc Azéma sulla rappresentazione del movimento nell’arte paleolitica sono seguite passo passo nel documentario Quando Homo Sapiens inventò il suo cinema di Pascal Cuissot e dello stesso Azéma (2015). Accanto ai documentari di soggetto strettamente archeologico, sono stati proposti al pubblico anche film su tematiche affini: così l’impressionante Pokot. Un popolo della savana (2009), di due veterani del documentario italiano quali Lucio e Anna Rosa, ha rappresentato uno sconfinamento in una disciplina, l’antropologia, che fin dalle sue origini ha con l’archeologia strettissimi legami; mentre alle tradizioni popolari, nella fattispecie siciliane, sono dedicati i due splendidi documentari A lu cielu chianau (2015) di Daniele Greco e Mauro Maugeri e Il giorno del muro (2017) di Daniele Greco, proiettati nella giornata conclusiva della rassegna. C’è stato spazio anche per l’archeologia industriale, con il bel documentario di Lorenzo Daniele incentrato sull’affascinante hangar per dirigibili di Augusta (1917-20), e sui problemi legati al riutilizzo di strutture come questa, in cerca di una nuova identità (La casa dei dirigibili. L’hangar di Augusta tra passato e presente, 2016).

L'ex chiesa di San Benedetto e Santa Chiara, Licodia
L’ex chiesa di San Benedetto e Santa Chiara, Licodia

GLI INCONTRI E I LUOGHI

Alle proiezioni si sono alternati incontri con studiosi, come quello con l’archeologa Stefania Berutti, dedicato al tema della divulgazione attraverso i romanzi storici, e quello con l’archeologo subacqueo Michele Stefanile, che ha presentato il suo bel volume Andare per le città sepolte, da poco uscito per Il Mulino. Al termine della rassegna si è svolta l’assegnazione del premio “Antonino Di Vita” a Francesca Spatafora, dirigente del polo regionale di Palermo per i parchi e i musei archeologici e in particolare direttrice del Museo Archeologico Regionale “Antonino Salinas”, che sia prima che dopo la riapertura al pubblico delle sue sale, nell’estate del 2016, si è segnalato per una efficace campagna di comunicazione.
Merita infine un accenno il luogo in cui si è tenuta la rassegna. Innanzitutto, il luogo dove si svolgevano le proiezioni: l’ex chiesa di San Benedetto e Santa Chiara, già abbandonata e poi recuperata dall’Archeoclub locale con un alacre lavoro, ma senza un restauro vero e proprio, e quindi con tutti i segni del tempo lasciati, in maniera suggestiva, a vista. Ma soprattutto è opportuno evidenziare in quale luogo, nel senso più ampio, la rassegna si è svolta, ovvero la cittadina di Licodia: facile organizzare un festival del documentario a Milano, a Firenze o anche a Palermo, ma provate un po’ a metterlo in piedi – e a fargli tagliare il traguardo della settima edizione – in un piccolo centro della Sicilia sud-orientale, escluso dai consueti percorsi turistici. A Licodia ci stanno riuscendo, grazie alla tenacia e all’entusiasmo di chi organizza la rassegna. A dimostrazione del fatto che anche nell’Italia minore è possibile fare cultura e divulgare ad alti livelli, lontano dai riflettori, ma con un autentico spirito di condivisione delle conoscenze, capace di riunire un’intera comunità attorno a un’iniziativa non scontata come questa.

Fabrizio Federici

www.rassegnalicodia.flazio.com/it/home

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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.