Fu senza dubbio un “grande vecchio” della pittura veneta tra Quattro e Cinquecento. I suoi dipinti ebbero un successo straordinario e le sue innovazioni divennero modelli per più generazioni di artisti: Conegliano celebra il quinto centenario della morte di Giovanni Bellini con un’indagine sul suo atelier. Un percorso affascinante, approfondito anche sulle pagine del terzo numero di Grandi Mostre.

Le opere provengono dall’Accademia dei Concordi di Rovigo, istituzione che deve a Giovanni Francesco Casilini la nascita di un nucleo di “primitivi” che pian piano si è arricchito fino a contare, oggi, più di 450 dipinti prevalentemente di artisti veneti quattrocenteschi. Dal ricco materiale – molti dipinti sono stati estratti dai depositi – Giandomenico Romanelli si è posto l’obiettivo di “dipanare bandoli” attorno a due tavole di Giovanni Bellini (Venezia, 1430 ca. –1516), riproponendo una questione di lunga data: chi sono e cosa si intende per “belliniani”? Il pittore veneziano è ancora oggetto di studi e di controversie – la prima delle quali sulla data di nascita – e lo stesso termine “belliniano” è scivoloso, viene usato con varie accezioni e non sempre in modo opportuno.

UNO STUOLO DI COLLABORATORI

Punto di partenza è quindi la bottega di Bellini con la sua eredità, tra assistenti e collaboratori, seguaci ed epigoni, imitatori e copisti che ora escono dall’ombra: infatti, grazie alle istanze devozionali domestiche dettate da predicatori e consiglieri spirituali – che giunsero addirittura a suggerire la presenza in ogni stanza di un dipinto di genere religioso – e al desiderio dei nobili veneziani di rinnovare le vecchie Madonne bizantine, la richiesta di quadri religiosi firmati da Giovanni divenne sempre più vasta e l’artista, per poter soddisfare la domanda, si circondò di collaboratori, molti di quali si firmavano “discepolo di Bellini”. Valga, su tutti, il cartiglio alla base della Circoncisione di Marco Bello che copia l’analoga opera del maestro in due esemplari, accostati in mostra uno accanto all’altro a creare un effetto impressionante di replica di un “prototipo”.
E le virgolette sul termine sono d’obbligo, visto che le ricerche trasversali – non sempre concordi sulle problematiche, perché l’operazione diretta da Romanelli non pretende di mettere un punto fermo sulla questione belliniana ma di dare spazio a posizioni diverse, quando non divergenti – più che di prototipi parlano di disegni, cartoni, spolveri. Insomma del materiale d’uso circolante nella bottega, che permetteva di riprodurre velocemente e a seconda dei desideri dei committenti il tal santo, la tal Madonna, il tal donatore.

L’OSSATURA DELLA MOSTRA

La mostra isola una serie di opere disposte in sezioni tematiche che richiamano le maggiori invenzioni dell’arte di Bellini, dalle Madonne con Bambino alle Devote meditazioni, dalle Imago Christi alla ritrattistica: tra i nomi più noti della bottega o che hanno risentito delle sue novità, Palma il Vecchio, Tiziano, Dosso Dossi. Ma anche tra i pittori meno dotati, che si distanziano maggiormente dall’ineguagliabile qualità del maestro, sono riconoscibilissimi le pose, i gesti, la mitezza degli sguardi, il paesaggio brulicante di personaggini, la luce dorata e una “chiara regolarità” che tanta parte ebbe nel rivoluzionare la pittura veneta del Quattrocento, “fissandosi solidamente come tradizione” (A. Gentili).
Il cinquecentenario della morte di Giovanni Bellini ha offerto a Conegliano l’occasione per concludere un ciclo di mostre durato quattro anni, che ha messo al centro delle sue originali ricerche il Rinascimento veneto, contribuendo allo sviluppo di un territorio patria di un altro grande pittore di quell’epoca d’oro: Cima, appunto, da Conegliano.

Marta Santacatterina

Evento correlato
Nome eventoBellini e i belliniani
Vernissage24/02/2017 ore 12 su invito
Duratadal 24/02/2017 al 18/06/2017
Autori Tiziano, Tintoretto, Giovanni Bellini , Palma il Vecchio
CuratoreGiandomenico Romanelli
Generearte antica
Spazio espositivoPINACOTECA COMUNALE - PALAZZO SARCINELLI
Indirizzovia XX Settembre, 132 - Conegliano - Veneto
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Marta Santacatterina
Giornalista pubblicista e dottore di ricerca in Storia dell'arte – titolo conseguito all'Università degli Studi di Parma con una tesi in Storia dell’arte medievale –, svolge da molti anni la professione di editor freelance per conto di varie case editrici ricoprendo anche, dal 2015 all’inizio del 2018, il ruolo di direttore editoriale del marchio Fermoeditore e della rivista collegata “fermomag”, sulla quale si è dedicata alle rubriche di arte, fotografia e mostre. Scrive per “Artribune” fin dalla nascita della rivista nel 2011, mentre più recenti sono le collaborazioni con il sito “Art&Dossier” – sul quale recensisce progetti allestiti in gallerie private –, con “La casa in ordine”, dove si occupa di designer emergenti e autoprodotti, e con la rivista “Dolcesalato”, su cui propone ai pasticceri suggestioni tratte dall'arte contemporanea. Scrive inoltre testi storico-artistici e sul fumetto per case editrici italiane (Giunti editore, Grafiche Step editrice ecc.) e statunitensi (Fantagraphics Books). Ha partecipato come giurata a concorsi di arte o fotografia e raramente cura delle mostre per artisti che riescono a convincerla grazie alla qualità dei lavori e alla solidità della loro poetica. Per la sede di Parma del Boston College, si occupa inoltre di attività di tutoring sull'arte contemporanea per studenti americani.