Arnaldo Pomodoro e la grande mostra a Milano che celebra i 100 anni dalla nascita

Fino al 18 ottobre, a un anno dalla sua scomparsa, le Gallerie d’Italia dedicano al centenario della nascita di Arnaldo Pomodoro un ampio progetto espositivo, con una panoramica sulle sue opere più celebri. Dalle colonne istoriate con il suo iconico alfabeto ai solidi sferici in dialogo con l’ambiente urbano

Poco più di un anno fa, il 22 giugno 2025, moriva Arnaldo Pomodoro (Morciano di Romagna, 1926 – Milano, 2025). Con lui se ne andava una delle anime più creative del tessuto artistico milanese: uno di quei personaggi che, pur nel maggiore riserbo degli ultimi anni, aveva continuato a far parlare di sé fino alla fine con le sue iconiche opere diffuse in tutta la città. Dal Grande Disco rilucente in Piazza Meda alla Sfera nel cortile dell’Università Cattolica, fino alle sculture minori custodite negli interni delle ville del centro. Senza dimenticare quei contributi che, anche a costo di passare più inosservati, ampliano il raggio d’azione del suo lavoro oltre i confini di Milano, come il portale con la Passio per la Chiesa di Santa Barbara a San Donato Milanese. Basta questo a suggerire il segno profondo che Pomodoro ha lasciato nel capoluogo lombardo, eletto a teatro principale della sua ricerca. A cento anni dalla nascita, la città omaggia la sua figura aprendo le celebrazioni con il grande progetto proposto dalle Gallerie d’Italia di Milano, in collaborazione con la Fondazione Arnaldo Pomodoro. La mostra si configura come un viaggio esplorativo tra le sperimentazioni artistiche di Pomodoro, coprendo l’arco di una carriera durata oltre sessant’anni. Di decennio in decennio, le opere provenienti dal patrimonio della Fondazione e di Intesa Sanpaolo guidano il pubblico alla scoperta del suo pensiero, introducendolo nel profondo di una visione intricata e ricca di fascino.

Arnaldo Pomodoro, Una vita, installation view at Gallerie d'Italia, Milano, 2026. Photo Agostino Osio. Courtesy Gallerie d'Italia
Arnaldo Pomodoro, Una vita, installation view at Gallerie d’Italia, Milano, 2026. Photo Agostino Osio. Courtesy Gallerie d’Italia

Arnaldo Pomodoro alle Gallerie d’Italia: l’Ouverture e i bassorilievi

Come ogni sinfonia che si rispetti, il percorso comincia con un’Ouverture – qui una grande installazione che reca proprio questo titolo – pensata per solleticare la curiosità e introdurre il contenuto della mostra. Al centro del maestoso ambiente delle Gallerie troneggia una gigantesca piattaforma in fiberglass, che riproduce alcuni dei solidi più celebri di Pomodoro. Un’introduzione che mette in luce la funzione attribuita dal maestro al gesso: annullare la temporalità della materia, conferendo ai volumi un’essenzialità ideale. Si entra poi nel vero e proprio itinerario cronologico con un primo gruppo di bassorilievi. È l’inizio dell’indagine sul segno di Pomodoro, avviata a metà degli Anni Cinquanta. A questi seguono rapidamente le opere a tutto tondo – esempio chiave è La Ruota – ispirate ai calendari aztechi visti durante un viaggio in Messico. Queste opere costituiscono la risposta a una serie di stimoli di rottura del bidimensionale, già avviati con l’avvicinamento dell’artista ai movimenti dell’Arte Nucleare e dello Spazialismo. A poco a poco, la visione si chiarifica: l’alfabeto arcaico, fatto di codici simili al cuneiforme, si condensa in forme sempre più decise e definite. Cilindro, cubo, sfera: solidi geometrici dai connotati perfetti, emblemi di un assoluto che solo il loro artefice può squarciare in nome di un messaggio più profondo, espresso a caratteri cifrati.

La mostra di Arnaldo Pomodoro alle Gallerie d’Italia: dai Rotanti a Pietrarubbia

È tra gli Anni Sessanta e Settanta che nascono le cosiddette “operazioni mentali” di Pomodoro: il Rotante e Forma X. Gli esemplari esposti rendono bene l’idea della loro inclinazione “industriale”: le perforazioni nette e regolari sembrano quasi un tentativo di distanziarsi dall’imprevedibilità del gesto artigianale. Sono il frutto di nuove influenze assorbite dall’artista, dal lavoro di Barnett Newman e Tony Smith all’avvento di materiali innovativi come fiberglass, plexiglass e acciaio. Molto diverso è il concetto di “scultura-paese” che costituisce The Pietrarubbia Group. Dedicato all’omonimo borgo del Montefeltro, il lavoro si presenta come un sistema di pareti e porte mobili, da abitare e percorrere. Su di esso è inciso un verso di Montale: “Lo sai: / debbo riperderti e non posso”. Il rimando è a un passato verso il quale si percepisce una tensione continua, un oscillare tra il desiderio di creare una qualche continuità e la decisione di rompere del tutto. È dunque un legame, come lo è anche il tema che accomuna i lavori successivi, dedicati da Pomodoro ad amici e colleghi: Gastone Novelli, Ugo Mulas, Paolo Castaldi e Francesco Leonetti. In queste opere la scrittura svolge ancora più chiaramente una funzione di connessione umana.

Arnaldo Pomodoro alle Gallerie d’Italia: papiri, colonne e ossi di seppia

I viaggi per il mondo sono alla radice delle sperimentazioni degli Anni Ottanta. È senz’altro l’Egitto a ispirare la serie dei Papiri: sculture in cui la forma tridimensionale della superficie che si srotola per rivelare il proprio contenuto si associa ai significati culturali insiti nella scrittura. Il foglio si dilata, si curva, suggerisce una maggiore interazione con l’uomo-osservatore. Evoluzione di queste riflessioni è la trasformazione dell’intervento scultoreo in una vera azione di landscaping, come mostra lo studio per Papyrus per Darmstadt esposto in mostra.
Sono numerose le occasioni in cui l’artista ha invitato il pubblico a muoversi e dialogare con le sue opere ambientali. Lo stesso ingresso progettato per il suo Labirinto – di cui qui è riportata la grande parete ricoperta di grafie – è un caso emblematico di questa propensione a creare interazioni con le proprie materializzazioni della scrittura. La stessa funzione svolgono le imponenti Colonne, che svettano massicce come totem. Creazioni dal sapore antico, circondate da un’aura mistica che solo Pomodoro era in grado di generare. Merito di quel suo alfabeto indecifrabile e, al tempo stesso, così vicino alle esperienze umane di scrittura di millenni fa. Come ispirate da un oracolo, queste sculture mettono in dialogo realtà e trascendenza attraverso la grafia. A chiusura del percorso delle prime sale compare, infine, una forma profondamente radicata nella biografia di Pomodoro: l’osso di seppia. Tra i primi materiali scolpiti dall’artista in giovinezza, la sua silhouette a scudo assume la funzione di maschera, superficie aperta ad accogliere quei bassorilievi che hanno fatto da filo conduttore della sua opera dall’inizio alla fine.

Arnaldo Pomodoro a Milano: il dialogo con gli artisti e le opere all’aperto

A concludere il percorso, dopo una serie di materiali d’archivio, ci si inoltra nella grande Sala Manzoni, dove le sculture di Pomodoro sono messe in dialogo con quelle di altri suoi contemporanei, più o meno vicini alla sua ricerca. Infine, l’invito è a proseguire verso il Chiostro ottagonale, dove è esposto il Disco in forma di rosa del deserto n. 1, e poi al Giardino di Alessandro, dove si può ammirare la Sfera grande. Un’ultima forma emblematica, che chiude il percorso anticipando l’evento autunnale in programma alla Fondazione Arnaldo Pomodoro.

Emma Sedini

Milano // fino al 18 ottobre
Arnaldo Pomodoro. Una vita
GALLERIE D’ITALIA – Piazza della Scala, 6
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Emma Sedini

Emma Sedini

Etrusca e milanese d'origine in parti uguali, vive e lavora tra Milano e Perugia. Dopo la Laurea Magistrale in Economica and Management for Arts, Culture, Media and Communication all'università Luigi Bocconi di Milano e un corso professionale in Digital Marketing…

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