A Milano la mostra di Fabrizio Garghetti, l’artista che fotografava la musica jazz e la danza

“In quel momento cambia tutto. A Milano nascono le metropolitane. C’è il passaggio delle osterie – il Jamaica, Oreste, il Caffè Milano, il Banco, il Capolinea – dove ci si trova con gli artisti, i musicisti, gli attori. Si beve e si discute. Poi il territorio si trasforma. Gli artisti vengono espulsi dal centro con […]

“In quel momento cambia tutto. A Milano nascono le metropolitane. C’è il passaggio delle osterie – il Jamaica, Oreste, il Caffè Milano, il Banco, il Capolinea – dove ci si trova con gli artisti, i musicisti, gli attori. Si beve e si discute. Poi il territorio si trasforma. Gli artisti vengono espulsi dal centro con i loro studi e tutto contribuisce a cancellare le relazioni e le possibilità d’incontro”. Fabrizio Garghetti (Salsomaggiore, 1939), memoria fotografica della cultura italiana e internazionale, dagli Anni Sessanta ad oggi, racconta la vitalità, le metamorfosi e l’interdisciplinarietà che hanno caratterizzato la transizione dal moderno al postmoderno; dalle relazioni alla loro progressiva dispersione. Dal teatro alla musica, dalle mostre alle performance, Garghetti, con le sue sciarpe gialle, verdine, bordeaux, è da sempre una presenza rassicurante con la sua macchina fotografica, l’occhio vigile e il balzo verso l’attimo.

Fabrizio Garghetti alla Paula Seegy Gallery di Milano, Miles Davis, Teatro dell’arte, Milano 1964
Fabrizio Garghetti alla Paula Seegy Gallery di Milano, Miles Davis, Teatro dell’arte, Milano 1964

Chi è Fabrizio Garghetti: la mostra alla Paula Seegy Gallery

Alla Paula Seegy Gallery è in corso la sua personale, intitolata Il corpo del suono. Ritratti jazz nella fotografia di Fabrizio Garghetti, a cura di Alberto Barranco di Valdivieso. Si tratta di un’immersione in un mondo di suoni amati e lontani e di figure leggendarie del jazz americano che hanno accompagnato le giornate dei figli del boom economico. Al tempo, Lionel Hampton, Ray Charles, Bill Evans, Ornette Coleman, Ella Fitzgerald, solo per citarne alcuni, facevano concerti memorabili a Milano. E Garghetti li seguiva, ne carpiva il movimento e la corporeità: stelle sullo sfondo scuro del palcoscenico. “Tenevo un giradischi sotto il letto con gli LP che mi procuravo. Ero geloso dei miei dischi e li ascoltavo quando andavo a dormire sino a che il giradischi si spegneva. Sentivo il jazz, ma anche Battisti”.

Per Garghetti la fotografia non è solo reportage, memoria, immagine: è lo strumento per entrare in relazione con le persone, con le loro poetiche e le loro vite. È una forma di conoscenza, intima e profonda. Alla lunga, il suo sconfinato archivio è diventato l’incarnazione dell’esprit du temps di oltre mezzo secolo.
Le sue fotografie non si esauriscono nella documentazione: sono frutto di un’interpretazione, espressa attraverso il linguaggio dei contrasti. In una frazione di secondo l’autore coglie il movimento, l’espressione e l’energia del jazzista.

Il rapporto di Fabrizio Garghetti con la musica jazz

Al concerto di John Coltrane, dopo la terza fotografia, si lascia catturare dalla musica e entra nel flusso delle note dimenticandosi di scattare. “Mi è successo varie volte di essermi fermato perché preso dentro dalla dinamica del musicista e del suo modo di pensare – afferma – mi affascinava l’impegno fisico viscerale sulla nota: un impulso che non è mai superficiale ma nasce dal diaframma. Osservando i corpi che si muovono e si piegano a ritmo, s’impara a intercettare la vibrazione intima e irripetibile di ciascun gesto”. In quella stagione tutto è possibile, fluido, duttile. Il contatto con quell’America e i suoi protagonisti è immediato. Nel 1968, Garghetti va all’aeroporto di Linate a prendere Gerry Mulligan e lo fotografa, non solo in scena ma mentre si tocca un orecchio con uno splendido sorriso; poi si trova al bar con Buddy Rich e ne fa un ritratto ironico e misterioso, avvolto nel buio tra due bottiglie vuote di coca-cola. Infine, beve un caffè con Miles Davis, un caffè con la storia: piccoli gesti apparentemente insignificanti che entrano nella mitologia di quell’epoca d’oro.

La danza nella fotografia di Fabrizio Garghetti

Ma sono anche la danza e la musica sperimentale a interessare Garghetti: Pina Bausch, Meredith Monk, Carolyn Carlson, David Tudor. Con la nascita, nel 1976, del Teatro Out Off, in una cantina di Viale Monte Santo a Milano, il fotografo inizia un’altra straordinaria stagione, quella dell’arte, della performance, di Fluxus, della poesia visiva. Entra in contatto con Gianni Sassi e Gino Di Maggio, John Cage, Yoko Ono, Sarenco, Ben Patterson e tantissime altre figure con le quali instaura rapporti di amicizia e solidarietà, talvolta anche conflittuali.

Cosa ha significato essere l’occhio della cultura in tutti questi anni? “Beh…abbastanza. Il mio occhio, con il passare del tempo, si è accorto di essere testimone. Inizialmente mi sembrava naturale esserci. Semplicemente, perché è determinante esserci. Guardando le foto più tardi ti accorgi dell’importanza del dato, cosa della quale per lungo tempo sono stato inconsapevole”.

Manuela Gandini

Milano//fino al 31 ottobre 2026
Il corpo del suono. Ritratti jazz nella fotografia di Fabrizio Garghetti
Paula Seegy Gallery, via San Maurilio 14
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Manuela Gandini

Manuela Gandini

Manuela Gandini è critica d’arte contemporanea, curatrice e docente alla NABA di Milano. Scrive per “La Stampa” e “Il Manifesto” ed è responsabile della sezione Forme della rivista “Machina”. E’ autrice del volume “Ileana Sonnabend. The queen of art” (Castelvecchi…

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