In una mostra a Milano la pittura parla sottovoce e mantiene i segreti
Succede nella mostra personale di Emma Masut alla Galleria Clima, visitabile fino al 5 novembre 2026. Piccole tele punteggiano pareti quasi deserte tra caschi integrali e guantoni che nascondono i volti
Guardando attraverso la grande finestra, dal cortile interno del civico 3 di via Lazzaro Palazzi, le pareti di Clima appaiono spoglie. Si scorgono due piccole tele su un muro bianco e un vuoto silente fra una e l’altra. Da lontanosembrano due note di uno spartito, in attesa di essere suonate. Duel riunisce i lavori recenti di Emma Masut (Palmanova, 2001), da tempo trasferita a Bologna per studiare all’Accademia di Belle Arti. È la sua secondapersonale, dopo To Catch a Fly alla Ann Mazzotti Gallery di Basilea, e arriva senza curatela e senza testo critico per scelta della galleria. Il titolo viene da un dipinto del 2025, già passato lo scorso aprile a Paris InternationaleMilano. In mostra ora, acrilici su tela che possiamo accogliere quasi tutti nel palmo di due mani.

I caschi vuoti di Emma Masut da Clima a Milano
Entrando, il corpo si avvicina da solo. La testa si inclina e il respiro rallenta, ed è a un passo dalla tela che accade qualcosa che somiglia a una rivelazione. I quadri ci chiamano a sé con la voce di chi ha qualcosa da dire all’orecchio e preferisce aspettare che tu venga più vicino. Intanto, al di fuori, nel mondo, le immagini continuano a scorrere sugli schermi alla velocità di un pollice. I primi con cui entriamo in relazione sono Helmet 1 e Helmet 2 (2026). Non formano un dittico, eppure si comportano come fosse tale, appesi a un capo e all’altro della stessa parete, e si guardano. Due caschi integrali occupano ciascuno il centro della propria tela. Le visiererimandano luce riflessa invece di uno sguardo, e sotto la calotta non respira nessuno. Il casco cede la sua funzione di protezione della testa e ne prende il posto.
Emma Masut tra pennellate e graffi
Il contorno non interviene mai in modo definitivo. Il volume vive perché un risalto di luce tornisce la calotta e la stacca da una massa nera, sollevandola contro un fondo infinito che trapassa lentamente dal crema al grigio. Chi ha passato un pomeriggio davanti ai vapori di Turner riconosce quella luce che si prende carico del disegno. Nelle marine ottocentesche il bastimento si consumava fino a diventare aria. Qui la stessa potenza lavora al contrarioe tira fuori dal buio una forma compatta, togliendole ombra intorno finché sta in piedi da sola, tutto in una tela grande quanto un foglio. Avvicinando ancora lo sguardo il casco si allontana e resta la pittura. Sulla mentonierasi scoprono piccole incisioni, righe sottili tirate dentro il colore ancora morbido, come cicatrici lasciate da feroci carezze. Piccoli spostamenti di materia che da lontano scompaiono e a un palmo diventano un solco che la mano vorrebbe seguire.

La materia nella pittura di Emma Masut
Poco più in là due figure si accostano come per baciarsi, capelli scuri contro capelli chiari, Untitled (2026). Nessuna delle due ha occhi, naso o bocca. Sono volumi tiepidi che si cercano al buio, e ciascuno trova al posto delle sembianze dell’altro una superficie piena, dolcissima e muta. Qui la pittura si fa più densa che altrove. Il colore si deposita a strati, la materia prende corpo nel punto esatto in cui i corpi lo perdono, e sul bianco l’impasto sialza quanto basta perché la luce vi si impigli. I fianchi della tela raccontano il resto, velature sovrapposte come anelli di una sezione, tracce di colore sulla tela grezza e il bianco del gesso, il deposito paziente di un lavoro che la faccia anteriore trattiene sotto la superficie. Un uomo giace dormiente, Sleeper #7 (2026), il viso celato da un cappello calato sugli occhi, e sopra la visiera riposano due lenti pallide, in attesa di occhi che oggi non servono. Nel sonno coscienza e incoscienza si contendono lo stesso corpo, e nella pittura di Masut la stessa contesa passa fra il definito e l’indefinito, lasciando il significato privo di un luogo dove posarsi.
I duelli della mostra “Duel” di Emma Masut
In Pugile (2026) un atleta tiene alta la guardia e i guantoni gli coprono il viso. Lo coprono come il casco copre una testa che non c’è, come il cappello cala sugli occhi del dormiente, come le due teste si nascondono a vicendaciò che si stanno cercando. Dentro quel casco può entrare chiunque, dietro quei guantoni possiamo esserci noi, e l’immagine si ritrae nel momento esatto in cui ci avviciniamo. Resta una sagoma che non risponde. Negare un viso è una decisione costosa, perché toglie al quadro il punto in cui chi guarda di solito si ferma. Michaël Borremans la prende da anni, sottrae alle sue figure proprio il tratto che le renderebbe riconoscibili e le lascia in piedi sufondi chiari come persone sorprese in una stanza dove non le aspettavamo. Masut corre lo stesso rischio su una scala minuscola, e in cambio ottiene che a fermarsi sia il corpo di chi guarda invece dello sguardo. Osservandol’atleta di fronte a noi, i due guantoni rossi, le braccia si allungano in verticali chiare che si sfaldano ai margini, il profilo si fonde con lo sfondo, si sovrappone, si perde. Alle sue spalle la sagoma di un aereo si congela sullatela. La sensazione è che il quadro trattenga la velocità di uno scatto rubato, come se l’otturatore fosse rimasto aperto un istante di troppo. Nella fotografia il mosso arriva per distrazione e dura una frazione di secondo. In pitturaè frutto di una scelta, inseguito e ottenuto a mano, e per arrivare a quell’apparenza di rapidità servono settimane. Il pugile si muove perché non si è mai fermato.

Le due dimensioni della pittura di Emma Masut
Sulla stessa superficie convivono allora due durate. L’insieme comunica l’istante, il dettaglio restituisce le ore che lo hanno preceduto, e il passaggio dall’uno all’altro lo compie lo spettatore spostando il corpo. È uno dei duelliannunciati dal titolo, e si combatte dentro un palmo di tela. La tavolozza resta la stessa da un soggetto all’altro. Fondi crema e ocra, neri caldi, grigi che declinano al bruno, e un solo rosso saturo, quello dei guantoni. L’unicoevento cromatico della mostra sta sull’oggetto fatto per colpire. Una grammatica già decisa, dentro la quale Masut continua a provare come si tiene insieme una figura. Uscendo resta addosso la grana, quella brina in cui Sarah Moon lasciava sfaldarsi i corpi che la moda le chiedeva perfettamente riconoscibili, e che qui si posa sulle sembianze di chiunque. I due caschi, intanto, si fronteggiano da un capo all’altro della parete, con il bianco disteso in mezzo, le visiere che riflettono la stanza pronte ad accogliere qualcuno.
Riccardo Fattore
Milano // fino al 5 novembre 2026
Duel. Emma Masut
CLIMA – Via Lazzaro Palazzi, 3
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