Quando un monumento smette di esser tale? Il caso dell’opera sul lavoro femminile rimossa a Torino
Quando un intervento smette di essere percepito come monumento e torna a essere semplicemente una superficie urbana disponibile? Riflessioni sull’arte pubblica a partire dal monumento al lavoro operaio femminile smantellato a Torino e realizzato nel 2012 da Cosimo Veneziano
Nel 2012 realizzai a Torino, “Questo è dunque un monumento?”, un intervento dedicato alle Operaie della Superga nato all’interno del progetto situa.to, curato dal collettivo a.titolo.
Il lavoro prendeva forma attraverso alcune lastre in Corten applicate a una fontana pubblica dell’ex stabilimento Superga, storica fabbrica di scarpe attiva a Torino fino agli Anni Ottanta.
L’opera di Cosimo Veneziano a Torino
Sulle superfici metalliche comparivano mani femminili che mimavano i gesti ripetitivi del lavoro di prova e assemblaggio delle scarpe, immagini nate da una ricerca costruita attraverso interviste e incontri con le ex operaie della fabbrica. Il progetto cercava così di trasformare una fontana pubblica in un dispositivo memoriale dedicato a una storia del lavoro femminile spesso rimasta marginale rispetto alle grandi narrazioni industriali torinesi legate alla metallurgia e alla fabbrica fordista.

Il monumento al lavoro operaio femminile
L’idea era quella di costruire un monumento minimo, capace di trasformare un elemento urbano già esistente, una fontana, in un dispositivo memoriale dedicato al lavoro operaio femminile, senza ricorrere alla forma della statua celebrativa ma instaurando un dialogo diretto con la memoria industriale del luogo.
Un intervento dedicato a una forma di lavoro operaio femminile spesso considerata “minore” dalle narrazioni storiche legate alla grande industria piemontese e alla tradizione metallurgica torinese, nonostante abbia attraversato in modo decisivo la vita produttiva e sociale della città, una sorta di scheggia marginale dentro il grande racconto industriale novecentesco.
Che cos’è un monumento?
Per oltre dodici anni il lavoro è rimasto nello spazio pubblico. Circa un anno dopo l’intervento, la Città di Torino ha inoltre deciso di intitolare ufficialmente l’area, diventata “Piazza” alle Operaie della Superga, trasformando così quel luogo anche a livello toponomastico, senza ulteriori richieste o forzature da parte mia. La fontana è stata più volte pulita da parte dell’amministrazione comunale dalle scritte vandaliche e il progetto è stato citato in diversi contesti dedicati al monumento contemporaneo, alla memoria pubblica e alle trasformazioni urbane: da alcune riviste nel settore delle arti visive, e ad alcuni testi universitari, tra cui le riflessioni promosse dall’associazione “Mi Riconosci?” sulla rappresentazione femminile nello spazio pubblico.
Arte pubblica e spazio pubblico nella visione di Cosimo Veneziano
Negli anni, però, il luogo è cambiato. La vasca della fontana è stata rimossa, il parco ha attraversato fasi di forte degrado e il monumento ha progressivamente perso visibilità, fino quasi a confondersi con le superfici vandalizzate che lo circondavano. Alla situazione di degrado dell’area l’amministrazione ha progressivamente risposto anche attraverso la rimozione di tavoli e panchine del parco, considerati luoghi problematici e associati a fenomeni di spaccio. La memoria stessa dell’intervento sembrava così diventare fragile, intermittente, sempre più difficile da leggere dentro la trasformazione sociale e urbana del luogo.
Nelle ultime settimane sono stato contattato dalla Circoscrizione 5 di Torino nell’ambito di un progetto di riqualificazione urbana legato ai fondi PNRR. L’idea proposta prevedeva la realizzazione di un intervento di street art direttamente sulla superficie della fontana, con l’intenzione esplicita di “abbellire” il manufatto attraverso nuovi disegni e immagini legati alla storia della Superga — tra gli esempi citati durante i confronti compariva persino il disegno di una scarpa.
La percezione esterna sull’arte pubblica
Inizialmente mi sono trovato davanti a una richiesta molto semplice: lasciare le mani all’interno del nuovo intervento oppure rimuoverle.
Da quel momento si è aperta una discussione che, progressivamente, ha smesso di riguardare soltanto il destino di un monumento per toccare questioni molto più ampie: cosa accade alle opere pubbliche contemporanee quando cambiano le città e le loro amministrazioni? Quando un intervento smette di essere percepito come monumento e torna a essere semplicemente una superficie urbana disponibile? Nel corso dei confronti con i diversi soggetti coinvolti, sono emerse formulazioni che mi hanno colpito molto. In una mail si parlava di “mutata percezione dello spazio pubblico della città”; in un’altra la fontana veniva definita “non più un monumento ma un muro scritto in mezzo a un parco”. Allo stesso tempo veniva spiegato che l’intervento pittorico rappresentava “l’unica alternativa allo smantellamento dell’intero manufatto”.
Arte pubblica, restauro e conservazione
Quelle frasi, più ancora del conflitto amministrativo in sé, mi sembravano raccontare qualcosa di molto interessante: il modo in cui le città ridefiniscono continuamente il valore simbolico dei propri spazi e dei propri dispositivi memoriali. Un monumento contemporaneo può sopravvivere solo finchéé qualcuno continua a riconoscerlo come tale? E cosa succede quando le logiche della rigenerazione urbana sostituiscono quelle della conservazione?
Da parte mia ho chiesto che venisse valutata anche un’ipotesi di pulizia conservativa della struttura, come già avvenuto più volte negli anni precedenti. Mi è stato risposto che la possibilità era stata presa in considerazione ma ritenuta non più sufficiente rispetto alle condizioni attuali del sito e al nuovo progetto di trasformazione dell’area.
La rimozione dei monumenti e il dibattito pubblico
A quel punto ho deciso di ritirare le lastre in Corten. Non come gesto polemico, ma perché ritenevo incompatibile il mantenimento delle mani all’interno di un nuovo intervento pittorico realizzato da altri artisti. Anche le ipotesi di ricollocazione proposte – come il loro spostamento su una stele interna al parco fatta dall’amministrazione, mi sembravano trasformare il lavoro in un elemento decorativo, rispetto all’impianto originario dell’opera, pensata specificamente per quella fontana, quelle dimensioni e quella relazione spaziale.
Paradossalmente, proprio nel momento della sua rimozione, il monumento ha ricominciato a produrre discorso pubblico. Stanno emergendo riflessioni sulla memoria e sulla durata delle opere nello spazio urbano, sul rapporto tra degrado e invisibilità, sulla difficoltà di conservare forme monumentali contemporanee nate fuori dalle logiche celebrative tradizionali.
Questa vicenda, inoltre, non rappresenta un caso isolato. Negli ultimi anni sono numerosi, in Italia, gli esempi, spesso silenziosi e poco discussi pubblicamente, di monumenti, installazioni e interventi di arte pubblica realizzati attraverso fondi pubblici, sponsorizzazioni o programmi di rigenerazione urbana che sono stati successivamente smantellati, rimossi, abbandonati o collocati nei depositi comunali da parte delle stesse committenze.
La questione dei finanziamenti
Molte di queste opere sembrano attraversare una sorta di zona grigia: troppo contemporanee per essere considerate patrimonio stabile, ma abbastanza radicate nello spazio pubblico da produrre tensioni e conflitti nel momento in cui le città cambiano funzione o sono difficili da gestire dentro nuove narrazioni urbane.
È anche a partire da questi racconti, spesso marginali o invisibili, che vorrei provare ad allargare la riflessione. Forse oggi il problema non è più soltanto costruire nuovi monumenti, ma capire come le opere pubbliche possano attraversare il tempo senza essere continuamente riscritti dalle trasformazioni economiche e politiche delle città.
Cosimo Veneziano
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