La pittura rarefatta e misteriosa di Marco Tirelli in mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma
È un tuffo nell’infinito la mostra “Anni luce”, personale di Marco Tirelli che, attraverso un inedito ciclo di opere, tra ombre e luci, riflette sulla transitorietà dell’esistenza, riattualizzando la tradizione della vanitas
Al Palazzo delle Esposizioni di Roma entrano in scena il tempo e la memoria attraverso l’inedito ciclo di opere di Marco Tirelli (Roma, 1956) Anni luce. Quarantuno grandi dipinti su tavola realizzati per l’occasione e posti in dialogo con la contemporanea retrospettiva di Mario Schifano. Il titolo della mostra sembra alludere all’esperienza della memoria involontaria, alla sensazione fisica determinata da una luce o da una forma che, entrando in risonanza con una sensazione del passato, libera un nuovo e prepotente carico emotivo. Il messaggio giunge traslato nel tempo, come quello veicolato nell’universo da corpi celesti probabilmente ormai estinti. Allora “il visibile si fa meditazione sul tempo, sullo svanire, sulla tensione tra forma e voragine”, come scrive il curatore Mario Codognato. Le opere sono allineate lungo un immaginario parallelo astronomico, un nastro ideale di un’altezza costante, metafora forse dell’ossessività dei pensieri in cui si sono trasfigurate le cose: cilindri, sfere, elementi strutturali, fiori, emergono dall’ombra come apparizioni effimere, frammenti che testimoniano la precarietà del vedere. E poi ampi quadrati oscuri, il cui protagonista è il nero assoluto.

Il nero e l’enigma della luce nella ricerca di Marco Tirelli a Roma
“Associo le immagini alle ombre”, dice lo stesso Tirelli, “proiettare il proprio sguardo nell’abisso del buio assoluto, significa tuffarsi nell’infinito”. Quel buio è il Senza Titolo n. 17, solo un quadrato nero profondo. L’artista si racconta alla finestra della sua casa nelle montagne di Spoleto: “mi affacciavo e, a mio occhio, c’era un nulla che conteneva il tutto possibile, perché tutto era lì, ma indistinto, senza soluzione di continuità, fluido”. E quel buio è ancora nel quadrato nero che si staglia sul cielo dei Senza Titolo n. 13 e n. 26 e nella sconcertante geometria immaginaria del Senza Titolo n. 7, dove lo spettatore è invitato a varcare la soglia pittorica e a perdersi in un labirinto ottico ipnotico.
Il nero diventa il tema cardine della sua ricerca, come metafora del potenziale, piuttosto che dell’assenza. Tutte le opere in mostra sono declinate attraverso gradazioni tonali acrome mediante una metodica formale che sembra riallacciarsi al puntinismo. Una rarefazione ottica che crea una dissoluzione delle forme al progressivo avvicinarsi dell’osservatore al dipinto. Forme instabili, frammenti che testimoniano la transitorietà del vedere, come i deboli segnali siderali provenienti dal cosmo richiamano nella loro precarietà le “vanitas” della tradizione pittorica occidentale.
1 / 6
2 / 6
3 / 6
4 / 6
5 / 6
6 / 6
Tirelli e il teatro della memoria al Palazzo delle Esposizioni di Roma
Marco Tirelli nella sua lunga carriera, che lo vede anche presidente dell’Accademia Nazionale di San Luca (2023-2024) e membro dell’Accademia dei Virtuosi del Pantheon, approda a questa mostra al Palazzo delle Esposizioni reduce dalla mostra Metafisica/Metafisiche al Palazzo Reale di Milano (2026) e alle personali di Londra e Anversa (2021). Qui a Roma sembra consolidarsi il tema cardine della transitorietà, l’archetipo della vanitas le cui estreme conseguenze sono state tratte da Andy Warhol e Damien Hirst: da un lato la serialità ossessiva, dall’altro la perfezione ipnotica e artificiale.
Ma se la precarietà della luce reca in sé l’ombra della propria estinzione, l’immanenza stessa della morte, Marco Tirelli la trasfigura, laddove Hirst la immobilizza e Wharol la moltiplica all’infinito. Nella contingenza della contemporaneità, in cui le immagini si moltiplicano in una saturazione che ne svuota il senso, l’artista restituisce loro densità e mistero. Le sale si fanno teatro della memoria, in cui, come egli stesso afferma “noi possiamo accorgerci solo dei frammenti e delle delimitazioni che abbiamo intorno. Per avvicinarti all’infinito puoi solo naufragare”.
Alessandro Iazeolla
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati