Quali sono le armi per difendersi dalle trappole del presente? Semplice: cultura e formazione
Questo è il momento storico in cui dare tutto, in cui mettere a terra valori e comportamenti alternativi. E l’arte e la cultura hanno un ruolo fondamentale
La domanda più urgente, oggi, ora, è: che cosa si può fare? Che cosa si può fare per invertire una rotta fatta di aggressione, di regole calpestate, di prevaricazione, di predazione e di distruzione?
Politica e pensiero collettivo
Dal punto di vista pratico, è abbastanza chiaro che occorre una presa di coscienza urgente a livello collettivo, diffuso, di massa. Le persone, in Europa come in America, devono capire che bisogna (ri)prendere il controllo della propria vita, individuale e collettiva, altrimenti altri (non proprio raccomandabili né equilibrati, a quanto pare) continueranno ad abusarne, e a compiere le loro scelte indipendentemente da quella che può essere la volontà diffusa. I cittadini dell’Occidente devono – prendendo esempio dai coraggiosi residenti di Minneapolis – capire in fretta che un cinquantennio di deresponsabilizzazione, di spoliticizzazione, di riflusso e di ripiegamento nel privato, di individualismo e di rifiuto della dimensione collettiva e comune, ha portato a questi bei risultati, e al fatto che adesso siamo praticamente tutti in pericolo; devono capire che non esistono di fatto diritti che possano essere dati per scontati, che i suddetti diritti sono frutto di lotte passate e che anche oggi occorre lottare per conservarli ed espanderli; e riprendere in mano il proprio destino, pretendendo a gran voce – nelle strade, nelle piazze, sui giornali, sui media, sui social media, nelle opere – pace, benessere, libertà e giustizia per tutti.
Il problema della formazione in ambito politico
Ma il lavoro necessario è molto più profondo, e più sottile. Se infatti una generazione sta dimostrando tutta la propria inadeguatezza, irresponsabilità e pericolosità, le generazioni successive devono uscire da uno stato di torpore e di arrendevolezza che è durato almeno una trentina d’anni. (Del resto, quasi vent’anni fa, con la crisi dei mutui subprime nel 2008, avevamo tutti toccato con mano le conseguenze pratiche di un modo così illogico, schizofrenico e scellerato di condurre le cose, privilegiando i pochissimi a svantaggio dei moltissimi. Miliardi bruciati, milioni di posti di lavoro evaporati e milioni di case perdute, l’economia globale sottoposta ad un colpo devastante e a ricadute gravissime, che si sono estese per gli anni successivi e i cui effetti si sono rivelati duraturi e tossici – fino ad oggi.)
C’è bisogno, cioè, di formazione. Questo è il momento storico in cui dare tutto, in cui mettere a terra valori e comportamenti alternativi, idee non semplicemente “un po’ diverse” – ma opposte.
Empatia e solidarietà come chiavi di volta
Se l’oppressione e la prepotenza sembrano gli atteggiamenti dominanti, bisogna lavorare seriamente e capillarmente sull’empatia e sulla solidarietà e sulla condivisione; se l’ignoranza è celebrata, occorre mettere al centro la cultura e la conoscenza, e fare in modo che esse diventino di nuovo nell’immediato futuro le basi per ricostruire un modo (possibile) di stare-insieme, di con-vivere.
L’educazione e la formazione sono, come sempre, gli unici strumenti validi e a disposizione per portare avanti in maniera efficace questo tipo di lavoro collettivo. Ricostruire una realtà comune; unificare ciò che sembra irreparabilmente diviso. Soprattutto, smetterla subito di farsi paralizzare dalla nostalgia come celebrazione ossessiva di modelli che chiaramente non funzionano più – e che, forse, non hanno mai davvero funzionato. Perché la nostalgia ha questo di veramente tossico: che impedisce di guardare al presente come ad un futuro che si invera, bloccandolo nella forma di una continua conferma del già-accaduto. Una specie di condanna.
Sfuggire dalla trappola della nostalgia
Con, in più, l’aspetto particolarmente grave di presentare le opere, i fatti, i risultati e i processi attuali nella migliore delle ipotesi come una versione degradata, diminuita, insufficiente di quelli passati.
Si tratta di un circolo vizioso che porta dritti alla replica alienata, schizoide: un neoliberismo sempre più antisociale, per esempio; un nuovo potenziale Vietnam; una nuova negazione di diritti e libertà fondamentali; ecc. ecc. Grattando e scavando un po’, viene fuori che questa china è dovuta anche, e forse soprattutto, all’assenza prolungata di un pensiero differente, alternativo. Il pensiero di soluzioni che fuoriescano dallo schema principale, dall’ideologia dominante. Ogni critica si muove infatti entro un perimetro estremamente limitato, ristretto, dato dal codice consegnato una volta per tutte – ad è quindi destinata a fallire, ad essere sommersa, ignorata, annullata.
Il ruolo delle opere d’arte
Per iniziare a proporre qualcosa di solido, insomma, è necessario muoversi secondo parametri totalmente altri: vale a dire, pensare e vivere già come se si fosse nel futuro, come se si appartenesse in tutto e per tutto al contesto futuro (e di un futuro non predeterminato a partire dall’oggi, come suo mero prolungamento, ma come realizzazione di un progetto trasformativo). E mentre si pensa in questa aria nuova, costruire questo futuro pezzo dopo pezzo – a partire dalle macerie del presente.
Per adottare questo metodo, e fare in modo che esso non sia astratto, non c’è nulla di più funzionale dell’arte e della cultura. A questo servono e a nient’altro, praticamente. L’arte è il terrendo di sperimentazione, di elaborazione e di sedimentazione di un futuro realmente diverso (nelle basi, nelle precondizioni, nelle premesse e negli esiti) rispetto al presente.
Che poi è quello che fanno le opere migliori realizzate ogni giorno.
Christian Caliandro
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