Gli artisti faccia a faccia con la natura contemporanea

Nell’epoca del “post”, anche il rapporto tra essere umano e natura deve necessariamente cambiare. Cosa ne pensano gli artisti?

Francesca Pasquali, Labirinto, 2020. Cubo Unipol, Bologna. Courtesy FPA Francesca Pasquali Archive
Francesca Pasquali, Labirinto, 2020. Cubo Unipol, Bologna. Courtesy FPA Francesca Pasquali Archive

Broken Nature, Il Giardino Planetario, Rethinking Nature: sono solo alcuni dei titoli di mostre, biennali e altre manifestazioni internazionali che hanno inequivocabilmente riportato il tema dell’ecologia al centro del dibattito. Il termine che più di tutti caratterizza l’approccio contemporaneo però è l’ennesimo lemma a subire la fortuna del prefisso “post”. “Non significa che non c’è più natura, piuttosto che la nostra comprensione della natura dovrebbe cambiare. Non c’è divisione tra essere umano e natura”, spiega così Mali Wu, artista e attivista che ha co-curato con Francesco Manacorda l’11esima Taipei Biennial, la decisione di scegliere Post-nature come titolo della manifestazione (nel quale si sentono gli echi di Timothy Morton).
Che viviamo in un tempo “dopo qualcosa” l’avevamo capito, ma cosa può fare l’arte in questa condizione after nature? Secondo il critico americano T. J. Demos, firma di Artforum, “può svelare alcuni dei miti utopici e critici su cui si basa ‘il naturale’”. E di certo non stiamo parlando solo dei gattini o di tutti gli altri animali onnipresenti su Internet e soggetto prediletto di meme, reel e stories.

“La scelta, ancora una volta, viene lasciata all’osservatore/interlocutore: quale sentiero intraprendere? Tra i suggerimenti, c’è ovviamente quello di combattere l’indifferenza con l’azione, anche quella più piccola”

Anche se, dal 2006 con il macro progetto contemporaryNaturalism, Mauro Ceolin sta conducendo una ricerca per delineare una inedita tassonomia delle forme di vita a base di silicio, ovvero la formulazione di un catalogo degli esseri creati dalla fantasia umana che popolano oggi ogni campo dell’immaginario visivo. Lunghi studi, esperienze sul campo, campagne fotografiche e indagini d’archivio come quelle che hanno portato Armin Linke, con Renato Rinaldi e Piero Zanini, a comporre quel viaggio apparentemente distopico e incredibilmente reale che è Alpi (2011). “Questo è il film più acritico mai realizzato sulla totale artificiosità del mondo moderno. Ma qui ‘acritico’ deve essere inteso in senso positivo, così come ‘artificiale’”, commentava Bruno Latour.
Dieci anni dopo Laura Pugno torna sul luogo del delitto, in particolare sul Monte Rosa, location di uno dei video che compongono Over Time. L’installazione multicanale, che ha come soggetto la neve, presenta tre possibili approcci che vanno dal laboratorio in cui si sintetizzano i fiocchi all’atteggiamento del nivologo Michele Freppaz fino all’immersione nel paesaggio innevato di una figura che sembra perdersi nell’atmosfera sospesa. La scelta, ancora una volta, viene lasciata all’osservatore/interlocutore: quale sentiero intraprendere? Tra i suggerimenti, c’è ovviamente quello di combattere l’indifferenza con l’azione, anche quella più piccola come nelle intenzioni di Verdecuratoda di Ettore Favini. Dall’idea di creare un campo di frutti antichi in alcuni spazi pubblici dell’area Falchera di Torino si è diffuso attecchendo anche in altri terreni.

Andreco, Parata Tiberina degli inizi, 2020
Andreco, Parata Tiberina degli inizi, 2020

DIFENDERE LA NATURA CON L’ARTE

Naturale e artificiale, biologico e sintetico, confini che si dilatano e si assottigliano nella recente installazione Labirinto di Francesca Pasquali, in cui piante e materiali plastici convivono e si influenzano. Nuove relazioni e icone potenti quelle che campeggiano nelle bandiere di Andreco, utilizzate spesso per marce e parate in “Difesa della Natura”, avrebbe detto Joseph Beuys, alle quali si deve sempre accompagnare un passo concreto come l’Aula Verde, spazio aperto di divulgazione parte del Climate Art Project. Verde sì, verde speranza.

Claudio Musso

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #65

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Claudio Musso
Critico d'arte e curatore indipendente, la sua attività di ricerca pone particolare attenzione al rapporto tra arte visiva, linguaggio e comunicazione, all'arte urbana e alle nuove tecnologie nel panorama artistico. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Archeologia e Storia dell’arte presso l'Università di Bologna, ateneo dove aveva precedentemente conseguito la laurea triennale e specialistica. Attualmente è docente di Fenomenologia delle arti contemporanee e di Teoria della percezione e psicologia della forma presso l’Accademia G. Carrara di Belle Arti di Bergamo dove ricopre il ruolo di Coordinatore del corso di Pittura, insegna inoltre Linguaggio della visione presso Spazio Labo’ a Bologna. Tra il 2007 e il 2011 ha collaborato con il MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna per la ricerca scientifica e per l'organizzazione di conferenze e incontri. Ha partecipato in qualità di curatore e di membro di giuria a festival internazionali (LPM - Live Performers Meeting, Roma – Minsk; roBOt - Digital Paths into Music and Arts, Bologna) ed è stato invitato come relatore a convegni e conferenze in Italia e all’estero (tra le altre AVANCA | CINEMA International Conference Cinema, Art, Technology - Cineclub Avanca, Portogallo; VIII MAGIS – International Film Studies Spring School - Università di Udine, Gorizia; Artscapes - An Interdisciplinary Conference on Art and Urban Scapes - University of Kent, Canterbury). Dal 2004 al 2011 è stato collaboratore di Exibart.com e Exibart.onpaper, dove dal 2008 dirigeva la rubrica visualia. Prende parte al network Digicult e collabora con il magazine di cultura digitale Digimag. Scrive regolarmente per Artribune. Ha pubblicato numerosi articoli, testi critici e saggi, il più recente si intitola Dalla strada al computer e viceversa (Libri Aparte, Bergamo 2017).