Si chiama All’Origine e non è né un mercato dell’usato né un bazar. È uno spazio in cui gli oggetti dell’Est Europa tornano in vita dal passato

Esiste un luogo in cui la geografia diventa storia di luoghi e di persone che li hanno abitati, in cui i libri vengono catalogati non per titolo o casa editrice, ma per colore e altezza; esiste un luogo in cui le fotografie diventano carte geografiche che raccontano di persone sconosciute, e le migliaia di oggetti accumulati sono avvicinati gli uni agli altri e raggruppati per somiglianza, colore, contiguità. Non è un mercato dell’usato, non è un bazar, non è classificabile come un qualsiasi negozio, è qualcosa per cui non esiste ancora un’idonea nomenclatura. Entrando in questo enorme spazio, che curiosamente e non a caso si chiama All’Origine, la prima impressione è data dall’abbondanza di cose e dalla serialità quasi ossessiva con cui sono raggruppate. Le “cose” sono grandi quantità di oggetti domestici, evidentemente appartenuti a una cultura passata e spesso non italiana: libri, posate, cornici, stoviglie, vasi, sedie, matterelli, taglieri, bottiglie, mappamondi, damigiane, cassette di legno, cassetti senza tavoli, tovaglie, carte geografiche, soprammobili, alzatine, bottoni, fotografie, mestoli e tantissimi altri oggetti. Lo sguardo non sa dove fermarsi, ogni angolo del capannone contiene tesori, ma guardando attentamente diviene chiaro l’intento di chi governa quel luogo: trovare armonia nel caos, dare un ordine alle cose, ridar loro un’esistenza, un valore.

All’Origine, Imola. Photo © Silvia Camporesi
All’Origine, Imola. Photo © Silvia Camporesi

CHE COS’È ALL’ORIGINE DI IMOLA

Il proprietario e ideatore di All’Origine è Davide Mariani, ex antiquario, da anni appassionato di esplorazioni nell’Europa dell’Est. Sei volte l’anno parte da Imola, viaggiando fra Romania e Ungheria, alla ricerca delle vestigia dismesse dell’impero austro-ungarico. Raccogliere oggetti e comprenderne la loro storia, il loro vissuto, oggetti comuni che presi singolarmente non sarebbero apprezzabili, ma che acquistano un valore visivo nel momento in cui sono raggruppati: così due copie dello stesso identico libro, raccolte in due luoghi diversi, mostrano le differenze del loro vissuto; o due taglieri uguali nella produzione, ma diversi nel modo in cui nel tempo si sono consumati. Buona parte del materiale raccolto è stato prodotto fra gli Anni Quaranta e gli Anni Sessanta nell’Est Europa, anni in cui in Italia, come racconta Mariani, il boom economico portava a buttare via le cose del passato e a rimpiazzarle col nuovo, mentre nell’Est europeo questo non avveniva. Un esempio? Mariani gira perdendosi nelle campagne della Transilvania e gli capita di vedere una mensola in una casa, poi la stessa in un’altra e il ripetersi degli oggetti lo porta a scoprire l’esistenza di uno stile, di un oggetto ora perduto, per cui il suo intento diventa il recuperarlo, nobilitarlo.

All’Origine, Imola. Photo © Silvia Camporesi
All’Origine, Imola. Photo © Silvia Camporesi

ALL’ORIGINE A IMOLA. CATALOGARE IL PASSATO

All’Origine è la somma di migliaia di case e al contempo una grande operazione di catalogazione di materiale non artistico, fatta seguendo criteri che sono palesemente riscontrabili nell’arte contemporanea, come ha insegnato il “metodo Warburg”, e anche l’aspetto del luogo è assimilabile a quello di un museo insolito e bizzarro, a metà fra un intervento installativo di Christian Boltanski e le raccolte domestiche del museo Ettore Guatelli. Questa complessa operazione dagli aspetti nostalgici ha una finalità commerciale. È frequente il noleggio degli oggetti per scenari fotografici e filmici e la vendita degli stessi per allestimenti di negozi di alta moda e di ristoranti stellati, infine All’Origine sta per tornare all’importante fiera Maison&Object, a Parigi.
Le richieste dei clienti sono le più svariate: da file di libri monocromatici (un allestimento di 150 libri azzurri sarà realizzato a breve in un locale di Berlino) a pareti piene di cornici usate, private del loro contenuto, ad allineamenti cromatici di vasi di vetro soffiato. Ci chiediamo se, viste le premesse, avrebbe senso far approdare questo spazio anche in un contesto artistico, museale, perché in fondo visitarlo è un’esperienza che mette in campo questioni di storia, geografia, catalogazione, studio delle materie, creatività, cioè elementi riscontrabili all’interno di ogni possibile museo, o forse la sua bellezza sta proprio nel rimanere un luogo unico in una terra di mezzo, al confine fra vari generi.

Silvia Camporesi

https://www.allorigine.it/

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Silvia Camporesi
Silvia Camporesi (nata a Forlì nel 1973), laureata in filosofia, vive a Forlì. Attraverso i linguaggi della fotografia e del video costruisce racconti che traggono spunto dal mito, dalla letteratura, dalle religioni e dalla vita reale. Negli ultimi anni la sua ricerca è dedicata al paesaggio italiano.