Marcel Duchamp. L’11 settembre. La storia

Ci sono grattacieli, readymade e una visione personalissima e geniale della Storia nelle riflessioni del filosofo Marco Senaldi. Che traccia una linea fra Marcel Duchamp e l’11 settembre

View of Woolworth Building and surrounding buildings, New York City. New York, 1913 ca. © Library of Congress, Washington
View of Woolworth Building and surrounding buildings, New York City. New York, 1913 ca. © Library of Congress, Washington

Pubblicando nel gennaio 2002, a pochi mesi dall’attentato, un articolo su Duchamp and the 11th September, il grande biologo e filosofo Stephen Jay Gould ammette che le due cose, almeno in apparenza, “non c’entrano niente l’una con l’altra”. Eppure, ricorda Gould, anche Duchamp si è occupato di grattacieli. E non per caso.
Quando Duchamp per la prima volta mette piede a New York, infatti, rimane colpito dalla città, e in un’intervista del 1915 la definisce “un’opera d’arte”. Tra i suoi edifici, l’artista dichiara di prediligere il Plaza Hotel, che è “un bellissimo esempio di architettura modernista […] con le sue innumerevoli finestre che bevono la luce”; ma dice di preferirgli il Woolworth Building, sia perché ha intenzione di stabilire il suo studio nella “torre più alta”, sia perché gli appare “gotico”.

Poteva immaginare Marcel che, altri trent’anni anni dopo, la Torre Nord sarebbe collassata sotto il più spettacolare attacco terroristico di sempre?

Sì: il Woolworth Building, disegnato da Cass Gilbert e realizzato tra il 1910 e il 1913, non esprime solo uno stile neogotico nella sua estetica, ma anche nella sua funzione, tant’è vero che nel giorno della sua inaugurazione fu definito dal reverendo S. Parkes Cadman “la cattedrale del commercio”. Questo grattacielo (all’epoca il più alto del mondo) non poteva sfuggire all’attenzione di un francese come Duchamp, dato che trascina con sé una sorta di contraddizione: lo stile gotico, esempio di stile autenticamente europeo, dominato da religiosità e misticismo, viene paradossalmente reimpiegato nel cuore della modernità per significare la “sacralità” dei valori laici come il commercio. Il Woolworth, quindi, appare a Duchamp come il rovesciamento di un’idea, proprio come i suoi readymade. Anzi: il Woolwort Building è già in-sé un readymade: si tratta solo di “dirlo”, di trovare la giusta “iscrizione” che lo trasformi in ciò che già-è.
E, in effetti, questo è esattamente quello che Duchamp fa: trasformare il Woolworth Building in un readymade. Ma, per “realizzare” quest’opera assolutamente straordinaria, Duchamp non può “scegliere” un oggetto bell’e pronto, dato che l’edificio si trova semplicemente là dov’è. Egli, quindi, si limita a scrivere un semplice promemoria su un pezzetto di carta: “Trouver inscription pour Woolworth Bldg comme readymade”, “Trovare iscrizione per il Woolworth Building come readymade”. Caso estremo di “nominalismo” artistico, questa Nota “trasfigura” completamente l’oggetto che assume un nuovo valore – e diventa “arte”.
C’è però un piccolo problema. La Nota che descrive questo progetto risale al 1916. Ma chi lo dice è Duchamp stesso e lo dichiara in À l’infinitif, la raccolta di postille pubblicate dalla Galleria Cordier & Ekstrom di New York cinquant’anni dopo. L’appunto con l’idea di trasformare il Woolworth Building in un readymade non fu mai presentato in alcuna mostra, né esposizione, né riprodotto a stampa, e prende vita solo nel momento della pubblicazione, il 1966. Ma il 1966 è proprio l’anno in cui, a poca distanza dal Woolworth Building, fu posata la prima pietra della Torre Nord del World Trade Center – che, con la sua gemella, sarebbe divenuto il nuovo “edificio più alto del mondo”.

DUCHAMP E LA STORIA

Nel tempo di una vita, nell’arco esistenziale di una vicenda biografica, Duchamp ha sempre giocato come un “marionettista del passato” (così lo definiva l’amico Arensberg) – riproponendo le stesse cose a distanza di anni, decenni o mezzi secoli. E questo è il motivo per cui la maggior parte dei readymade sono repliche realizzate tanti anni dopo la “nascita” originale dell’oggetto. Ma, lungi dall’essere un vezzo stilistico, questo atteggiamento esprime una visione complessiva della Storia: che non è un susseguirsi di fatti, ma una serie di attribuzioni simboliche, di cui spesso non siamo consapevoli.
Poteva immaginare Marcel che, altri trent’anni anni dopo, la Torre Nord sarebbe collassata sotto il più spettacolare attacco terroristico di sempre? Certo che no. Ma il “suo” readymade già ci dice che gli edifici non sono soltanto oggetti per abitare, ma anche simboli: ed è per questo che attirano l’attenzione non solo degli artisti, ma anche di chi li vuole, simbolicamente, distruggere.

Marco Senaldi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #62

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Marco Senaldi
Marco Senaldi, PhD, filosofo, curatore e teorico d’arte contemporanea, ha insegnato estetica e arte contemporanea in varie istituzioni accademiche tra cui Università di Milano Bicocca, IULM di Milano e Accademia di Brera. Ha curato mostre internazionali fra cui "Critical Quest" (1993), "Cover Theory" (2003), "Il marmo e la celluloide" (2006), "Fuori Fuoco – visioni video" (2012). Ha pubblicato numerosi saggi mettendo a confronto filosofia, cinema e arte, tra cui "Enjoy! Il godimento estetico" (2003, 2006 II ed.), "Doppio sguardo. Cinema e arte contemporanea" (2008), "Arte e Televisione. Da Andy Warhol a Grande Fratello" (2009), "Definitively Unfinished. Filosofia dell’arte contemporanea" (2012), "Obversione. Media e disidentità" (2014) e recentemente "Duchamp.La scienza dell’arte" (2019). È autore televisivo di programmi culturali per Canale 5, Italia Uno e RAI Tre e sta realizzando il programma a puntate "Genio & Sregolatezza su arte e storia in Italia" per RAI Storia; suoi articoli sono apparsi su il manifesto, Corriere della Sera, D-donna – la Repubblica, Interni, Alfabeta2 ; collabora dagli Anni Novanta con Flash Art; firma la rubrica “In fondo in fondo” su Artribune.